QUARTA RISTAMPA

L'Essenza del Coaching
di A. Pannitti e F. Rossi
Editore: Franco Angeli

L'Essenza del Coaching

Recensione

Famiglia Oggi N.4/2012


Presentato all'Università
"La Sapienza" - Roma


Il libro presenta in modo completo il coaching nella sua vera essenza. Punto di riferimento è il metodo che viene insegnato nelle università anglosassoni, come quella di Sidney, la prima università al mondo a inserire il coaching tra le materie accademiche.


NOVITÀ EDITORIALE

Spiritualità cristiana e Coaching
La relazione facilitante di Gesù

di N. Brescianini e A. Pannitti
Editore: La Parola


Spiritualità cristiana e Coaching

Un coinvolgente dialogo tra un Coach professionista che si interessa di spiritualità e un monaco benedettino appassionato di Coaching.


NOVITÀ EDITORIALE

Tappo a chi?!!
E se la tua crisi fosse un'opportunità?

di C. Lacchio e F. Rossi
Editore: Franco Angeli


Tappo a Chi?

“Tappo a chi?!!” è una favola motivazionale. Il tema centrale della storia narrata - con estrema delicatezza e creatività - è il cambiamento, fatto di paure, rabbia, preoccupazione, ma anche di possibili opportunità e di nuove prospettive per migliorare il proprio benessere e raggiungere la felicità.

Anche il Coaching è meglio del PROZAC…?



mercoledì, giugno 29th, 2016 | articolo di: admin - pubblicato in: Elaborati di fine corso
Info utili per te
Allena la mente e migliora la tua prestazione sportiva! Chiama il tuo Mental Coach! Clicca qui

1) PREMESSA

La frequenza del corso di coaching e lo studio del testo “’L’essenza del Coaching” (a cura di A. Pannitti e F.Rossi) mi ha fatto riaffiorare i ricordi di un libro che ho letto diversi anni fa e che mi aveva particolarmente incuriosito. Allora, già il titolo rappresentò una prima fonte di curiosità: “Platone è meglio del Prozac”, scritto da Lou Marinoff, professore di filosofia al City College di New York e pubblicato nel 2001.
Sin dalla dedica iniziale, “A coloro che hanno sempre saputo che la filosofia era utile per qualcosa, senza riuscire a dire esattamente per che cosa”, lo scrittore evidenzia in tutto il suo elaborato come la filosofia può essere utilizzata come strumento per affrontare problematiche di tutti i giorni ed in molti casi può implicare conseguenze migliori rispetto alle terapie farmacologiche.
Tutto ciò premesso per esplicitare che nelle prossime pagine cercherò, sinteticamente e senza alcuna velleità accademico-scientifica, di far emergere quelle che per me sono le analogie e le differenze tra la consulenza filosofica e il coaching.

 

2) LA CONSULENZA FILOSOFICA: CENNI STORICI E DIFFERENZE RISPETTO A DISCIPLINE “MEDICHE”

La consulenza filosofica, di fatto filosofia pratica, è una branca della filosofia nata in Germania negli anni Ottanta ad opera del filosofo tedesco Gerd Achenbach che nel 1982 fondò la Società Internazionale per la pratica filosofica (IGGP). Negli anni Novanta tale disciplina ha iniziato a diffondersi anche nel Nord America.
Sin dalla sua nascita la consulenza filosofica, al fine di definire la propria identità di disciplina, ha cercato di liberarsi da due condizionamenti: il concetto di filosofia come mera disciplina teorico/accademica e il rapporto con le discipline più “mediche”
Per quanto riguarda il primo condizionamento, nell’immaginario collettivo, pratica e filosofia vengono sovente messe agli antipodi, dimenticando che da sempre la filosofia ha messo a disposizione strumenti da utilizzare nella vita di ogni giorno. La filosofia, in origine, era un modo di vivere e non solo una materia accademica. Come sostiene Marinoff, “Soltanto da un centinaio di anni a questa parte la filosofia è stata completamente confinata in un settore esoterico della torre d’avorio, pieno di teoremi, ma vuoto di applicazioni pratiche”.

Basti ricordare il metodo del padre della filosofia occidentale Socrate, per il quale “il sapere di non sapere” ed il era la base da cui partire per far emergere, attraverso le domande, le ricerche, le riflessioni ed il confronto, le nostre risposte alle criticità quotidiane.
In aggiunta, come non ricordare l’allievo principale di Socrate, Platone che da “essenzialista” credeva nell’esistenza di forme pure, ma astratte di cui gli oggetti materiali sarebbero copie imperfette. Cogliere l’essenza della felicità, della morale, della realizzazione può aiutare a vivere meglio la quotidianità.
Per quanto concerne invece, il rapporto tra consulenza filosofica e le “discipline più mediche” (psicoterapia, psicanalisi, psichiatria), anzitutto occorre precisare che Marinoff, nel libro, puntualizza che la consulenza filosofica, al pari spesso di quella psicologica e psichiatrica, è limitata in quanto meno scientifica delle discipline più mediche.
Nel testo Marinoff utilizza, tra le varie riflessioni, la metafora della partita a scacchi per presentare la differenza tra gli approcci psicologico, psicanalitico, psichiatrico e filosofico.

Dopo aver effettuato una mossa, lo psicoterapeuta o lo psicanalista inizierebbero a fare domande finalizzate a trovare recondite e passate motivazioni psicologiche che giustificano il perché di quella mossa. Motivazioni che generalmente vanno oltre la semplice risposta “volevo mangiare l’alfiere o la torre” e che nel caso specifico vengono ricondotte a frustrazioni, insicurezze passate che possono giustificare il comportamento “aggressivo” del “voler mangiare l’alfiere o la torre”.
Sulla stessa lunghezza d’onda sarebbe anche lo psichiatra che, a differenza dei professionisti sopraccennati, consulterebbe il DSM per ricercare lo squilibrio della personalità che descrive meglio il comportamento al fine di somministrare i farmaci necessari ad eliminare la sintomatologia in questione.
Il consulente filosofico, invece, attraverso domande del tipo “Quale significato ha adesso per te questa mossa?”, “Quale effetto produrrà sulla tua prossima mossa?”, “Come giudicheresti la tua situazione in questa partita e come potresti migliorarla?, dà valore assai relativo al passato che ha implicato quella mossa, bensì si concentra maggiormente sul presente e sul futuro della partita.

Tale approccio, più dinamico rispetto alle suddette discipline, parte dal presupposto che ogni persona si trova dinnanzi ad una scelta di mosse da compiere dove il focus è connesso al fatto che il motivo della scelta è importante per il “qui ed ora” e per il “dopo” e non per il “prima”.

La consulenza filosofica ritiene che sia assai più proficuo vivere la propria esistenza in diretta, senza continuare a “svuotare” il passato come fosse una cantina da cui conservare ciò che ci fa più comodo/piacere e da cui cestinare ciò che invece ci riporta alla memoria brutti ricordi, sofferenze, ecc.
Marinoff, senza alcun tentennamento, sottolinea che “…la vita non è una malattia…non si può cambiare il passato…”, per lui la consulenza filosofica dal passato “…prende le mossa e procede ad aiutare la gente a sviluppare modi produttivi di considerare il mondo e pertanto un programma complessivo di agire in esso, giorno per giorno”.

Il metodo scientifico delle discipline più “mediche”, come precisa anche l’autore, fornisce alcune importanti ma relative informazioni riguardanti le persone ed i loro comportamenti poiché non sono in grado di esplicitare l’intero e complesso quadro della natura umana. A conferma di ciò basta esplicitare che è riduttivo motivare l’azione di una persona solo come conseguenza di uno stimolo giusto1 in virtù del quale si potrebbe teorizzare che tutte le persone agiscono esclusivamente per ottenere una ricompensa o per evitare una punizione.

 

3) LA CONSULENZA FILOSOFICA: IL METODO “PEACE”

Malgrado il fondatore della consulenza filosofica Gerd Achenbach sostenga che la stessa sia più un’arte che una scienza che si svolge secondo modalità peculiari con ogni persona e pertanto priva di un metodo generale esplicabile, Marinoff ritiene che, sulla base della sua esperienza, molte casistiche possono essere affrontate seguendo un processo che lui ha definito PEACE.
L’acronimo PEACE sta per Problema, Emozione, Analisi, Contemplazione, Equilibrio, e per lo scrittore è la via più sicura per raggiungere una duratura pace interiore.

In tale processo anzitutto è fondamentale individuare il PROBLEMA (separazione, promozione professionale, malattia incombente, ecc), definire la criticità che ci blocca e/o non ci fa sentire sereni. In diversi casi specificare il problema è più complesso di quello che può apparire poiché, anche in questi casi, dietro una tematica apparente si possono celare altre meta tematiche.

Il secondo passaggio è connesso alla necessità di fare l’elenco, il “catalogo” delle EMOZIONI provocate dal problema. Si è alle prese con una sorta di rassegna reale, completa e costruttiva di tutti gli stati d’animo vissuti conseguentemente alla problematica in questione (dolore, rabbia, tristezza, felicità, eccitazione, ecc.). Spesso, precisa Marinoff, psicologia e psichiatria non vanno oltre a questa seconda fase.

La terza fase è caratterizzata dall’ANALISI che la persona fa al fine di vagliare le diverse opportunità di soluzione del problema; sono i diversi percorsi che si devono seguire nella propria mente per ricercare quello più idoneo. E’ il momento in cui si ponderano le diverse opzioni, il momento in cui ci si chiede che cosa posso fare per risolvere il problema. Lo scrittore chiarisce che la modalità più comune di far emergere alternative è quella delle analogie, cioè si cerca nelle proprie esperienze già vissute o in quelle di altre persone di cui si è a conoscenza per cercare convergenze e spunti di riflessione utili alla propria criticità.

La penultima fase è un po’ quella che potremmo definire del gambero, ossia fare un passo indietro per garantirsi una prospettiva più ampia in avanti dell’intera situazione, attraverso la CONTEMPLAZIONE.
In questa quarta fase di contemplazione si inizia a fare sintesi delle prime tre fasi al fine di adottare quella che Marinoff chiama “disposizione” filosofica, ossia una sorta di proprio atteggiamento complessivo della situazione. Un modo personale di osservare la situazione nella sua interezza e non sulle singole fasi. Marinoff precisa che si possono seguire o prendere spunti dalle filosofie enunciate dai vari filosofi, senza tuttavia dimenticare che ogni persona ha già al suo interno la propria, la quale è spesso inconsapevole, nebulosa ed ha necessità di un supporto per renderla visibile e utilizzabile. Più una persona riesce a far emergere la propria disposizione, senza far propria quella altrui, più si affronta meglio la realtà uscendo dalle pastoie delle abituali risposte che non funzionano più.

Da ultimo, ma sicuramente non per ultimo, dopo aver esplorato la criticità, manifestato tutte le emozioni, valutato le diverse opzioni e ponderato la propria posizione filosofica, si giunge alla fase dell’EQUILIBRIO.
In questa fase finale si è consapevoli dell’essenza della propria criticità e si è pronti/preparati ad agire in modo adeguato e motivabile.
Con l’ultima fase si raggiunge una sorta di “pace dei sensi”, di equilibrio, frutto dell’implementazione della neo acquisita disposizione che ha permesso di effettuare la propria migliore scelta tra le varie ponderate. Tale fase, dice Marinoff, permette di integrare nella propria vita quanto appreso: “…una disposizione che porta all’equilibrio è qualcosa che porti con te ovunque…qualcosa che non trovi nell’armadietto dei medicinali…non è qualcosa che ti rende dipendente…”.

 

4) ANALOGIE E DIFFERENZE TRA CONSULENZA FILOSOFICA E COACHING:

Anzitutto ritengo necessario premettere che tra coaching e consulenza filosofica vi è un minimo comun denominatore che di fatto implica più analogie che differenze: la “maieutica socratica”.

Umberto Galimberti, noto filosofo e psicanalista, in più occasioni ha sottolineato che tra consulenza filosofica e life coaching per lui non vi è praticamente differenza “…anche se resta il fatto che la consulenza filosofica ha un andamento e uno stile “filosofici”, il che tradotto in soldoni significa che va alla ricerca della verità, cioè delle buone regole (o delle buone pratiche) del conoscere, dell’agire e del sentire – le quali tre ultime cose sono, per chi si ricorda qualcosa di filosofia, rispettivamente la teoretica o ragion pura, l’etica o ragion pratica e, infine, il sentire, l’estetica.”
In termini di differenze, tale considerazione mi fa pensare che di fatto il coaching è come se giocasse con uno “schema libero” da “dipendenze” e/o da “influenze” (positive o negative che siano), a differenza della consulenza filosofica che gioca con lo “schema dei filosofi”, utilissima bussola d’orientamento o chiave di lettura della realtà, ma anche potenziale influenzatore di soluzioni. Forte del suo schema di gioco storicamente inconfutabile, il consulente filosofico tende a giocare insieme al cliente la sua partita a differenza del coach che, conscio del suo schema di gioco “libero” da responsabilità di risultato, allena colui che gioca la sua partita senza entrare in campo.

Da un altro punto di vista, invece, i sostenitori dell’approccio filosofico sostengono che “il quid” in più della consulenza filosofica rispetto al coaching, spesso inteso esclusivamente e riduttivamente nella sua accezione sportivo/manageriale, stia nell’antico significato di “allenamento” connesso all’idea del “prendersi cura di sé”. Tutto ciò, in verità, lo si può ritrovare anche nel coaching e nel suo concetto di consapevolezza.

Pertanto, ad una prima analisi, l’elemento cardine dell’approccio filosofico, ossia la “riflessività ed il suo impatto sull’azione concreta”, di fatto risulta avere la stessa centralità anche nel coaching trasformandosi in “metacognizione”. Per quest’ultima ogni persona giunge ad avere consapevolezza della modalità con cui apprende, attraverso cui riflette, valuta e agisce.
A tale livello i “filosofi” precisano che, seppur il concetto di metacognizione sia connesso ad una idea di sviluppo della persona e delle sue potenzialità, esso resta ancora ingabbiato all’interno di schemi razionali e perciò strumentali. A conferma di ciò sottolineano come la filosofia, seppur incentrata sia sul conoscere che sul pensare Kantiano, sia più caratterizzata dal concetto di pensare, ossia da una costante tensione alla ricerca del senso e del perché delle cose, piuttosto che sulla conoscenza delle cose.

Dal mio punto di vista il coaching, partendo dalla condivisione della definizione emersa del percorso formativo affrontato ossia “un metodo di sviluppo di una persona, gruppo, organizzazione, che si rivolge all’interno di una relazione facilitante, basato sull’individuazione e l’utilizzo delle potenzialità per il raggiungimento di obiettivi di miglioramento/cambiamento autodeterminato e realizzato attraverso un piano d’azione” e proseguendo con i suoi principi basilari, sintetizzati nel CARE, è un metodo che non mira a “riciclare” altrui modi di essere e di fare, bensì cerca sempre di valorizzare le peculiarità dell’individuo incentivando un proprio modo di pensare e agire, finalizzato alla personale ricerca del benessere, della “felicità”.
Infatti, nel confronto tra “PEACE” e “CARE”, è proprio la “E” del CARE “eudaimonia” a rappresentare probabilmente la differenza principale rispetto alla Consulenza filosofica, che nella “E” finale del PEACE, intesa come “equilibrio”, si pone più l’obiettivo dell’equilibrio interiore.

Il termine Eudaimonia richiama il concetto di felicità dell’antica Grecia, un connubio tra benessere personale e collettivo, ed il suo raggiungimento passa attraverso sia l’acquisizione di una costante consapevolezza di chi siamo, di quali sono le nostre potenzialità espresse e da esprimere e senza mai smettere di prendersi cura di sé (nella sua accezione filosofica) sia l’implementazione di proprie azioni autonome, autodeterminate e responsabili. Il futuro desiderato del coachee va oltre la semplice risoluzione della criticità che ha creato la crisi di autogoverno, ponendosi l’obiettivo del benessere complessivo, della possibilità di definire un personale approccio alla vita o meglio una sorta di propria “filosofia di vita”.

Dal canto suo il coaching sconta paradossalmente e probabilmente la volontà di darsi un metodo che, se da un lato è sinonimo di scientificità “Vs” superficialità e buon senso, dall’altro lato può essere etichettato come semplice razionalità, strumentalità, quasi a voler considerarlo un ambito meno “nobile” in quanto assai pragmatico. Inoltre, occorre precisare che un’altra differenza con la consulenza filosofica è l’esplicitazione, evidenziata dalla suddetta definizione di coaching, di un “piano d’azione”.

Quest’ultimo è ritenuto il mezzo necessario per raggiungere gli obiettivi prefissati dal coachee stesso. Infatti, il coachee, con il supporto del coach, dopo aver lavorato sulla consapevolezza sia della situazione in cui si trovava sia del vero obiettivo da raggiungere, in un continuo confronto tra presente percepito e futuro desiderato, se non giunge a definire un proprio piano di azioni concrete da svolgere nel tempo, rischia di aver effettuato una generica dichiarazione d’intenti, un semplice e teorico esercizio di stile.

In conclusione, parafrasando il titolo del libro di Lou Marinoff, si può precisare che anche il coaching, spesso, è meglio del Prozac soprattutto perché, a differenza della medicina che cura solo i sintomi delle patologie, esso si pone l’obiettivo di supportare la persona ad affrontare il cambiamento e/o il desiderio di miglioramento. Il coaching rappresenta, infatti, uno stile di vita costruttivo e positivo che favorendo l’individuazione, l’allenamento e l’implementazione delle potenzialità e dei punti di forza delle persone, di fatto, sprona queste ultime ad essere artefici del proprio futuro, mettendo in campo la propria “agentività”.

 

Luca Cristoni
Responsabile del personale
Coach professionista specializzato in Sport e Life coaching
Castel Maggiore (BO)
lucacristoni@libero.it





Commenta