QUARTA RISTAMPA

L'Essenza del Coaching
di A. Pannitti e F. Rossi
Editore: Franco Angeli

L'Essenza del Coaching

Recensione

Famiglia Oggi N.4/2012


Presentato all'Università
"La Sapienza" - Roma


Il libro presenta in modo completo il coaching nella sua vera essenza. Punto di riferimento è il metodo che viene insegnato nelle università anglosassoni, come quella di Sidney, la prima università al mondo a inserire il coaching tra le materie accademiche.


NOVITÀ EDITORIALE

Spiritualità cristiana e Coaching
La relazione facilitante di Gesù

di N. Brescianini e A. Pannitti
Editore: La Parola


Spiritualità cristiana e Coaching

Un coinvolgente dialogo tra un Coach professionista che si interessa di spiritualità e un monaco benedettino appassionato di Coaching.


NOVITÀ EDITORIALE

Tappo a chi?!!
E se la tua crisi fosse un'opportunità?

di C. Lacchio e F. Rossi
Editore: Franco Angeli


Tappo a Chi?

“Tappo a chi?!!” è una favola motivazionale. Il tema centrale della storia narrata - con estrema delicatezza e creatività - è il cambiamento, fatto di paure, rabbia, preoccupazione, ma anche di possibili opportunità e di nuove prospettive per migliorare il proprio benessere e raggiungere la felicità.

L’applicabilità del coaching come metodo trasversale



lunedì, febbraio 4th, 2013 | articolo di: admin - pubblicato in: Elaborati di fine corso
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“Il grande crimine dell’essere umano è quando egli può dare a se stesso una semplice svolta in qualsiasi momento, ma non lo fa.”

Rabbi Bonder

 

Fin dal primo incontro con il metodo del coaching, è cominciato un continuo assecondare la mia curiosità sui punti di contatto tra questo ed altri metodi che riguardano l’accompagnamento allo sviluppo e la crescita personale. In tutti ho ritrovato un comune denominatore: il “benessere”, inteso non soltanto come cura di sé psico-fisica,  ma con un significato ampio, fino a comprendere la realizzazione personale, la capacità di espressione e il raggiungimento di un’armonia dell’essere.

La sfida è stata quella di mettere in luce se e come il coaching possa essere applicato come metodo trasversale, nell’ambito anche di altre pratiche e metodi.

Questo mio modo “olistico” di approcciare il coaching mi fa partire da un concetto che sta nei pilastri del metodo ed è la “relazione facilitante”, attraverso la quale è possibile qualsiasi inizio di processo.

Quando una persona singolarmente, o assieme ad una organizzazione, si presenta al cospetto di un coach professionista, avviene l’incontro con un essere umano,  contenitore di un intero mondo fatto di esperienze, di vissuti, messaggi elaborati e proveniente da un mondo fatto proprio, dove si sono impersonificati ruoli, maschere, soggettività ed emozioni. La particolarità di questo essere va considerata,  perché la nostra peculiarità di “persone” viene ad incontrarsi ogni volta con altre peculiarità. Tali peculiarità insieme devono riuscire ad interagire positivamente in un viaggio verso una direzione, che nel coaching si chiama “obiettivo”,  ma che allargandone i confini di significato, può arrivare fino alla sostanza dell’incontro con l’altro e con noi stessi.

In realtà in ogni tipo di “incontro faccia a faccia” , così chiamato anche da Erving Goffman, la definizione dei ruoli, l’importanza della cura del setting, la chiarezza della natura dell’intervento, l’attenzione alla  prossemica e l’adeguatezza dei rituali al contesto, emergono come determinanti in qualsiasi altro approccio di tipo relazionale.

In questo lavoro di ricerca mi è piaciuto anche addentrarmi con una visione di coaching sperimentale, in un approccio di tipo antropologico come quello di Marinella Sclavi [1], che descrive come fondamentale primo passo, nei dettami di una buona ricerca sul campo, la gestione della relazione con “l’altro”. Ho ritrovato nelle “sette regole dell’arte di ascoltare” delle similitudini interessanti con le regole di gestione della relazione facilitante e altri strumenti del coaching. Inoltre ho provato a considerare l’incontro come aperture di contesti, delimitati da “cornici” come le descrive Marinella Sclavi (piramidi nel coaching), entro cui l’“Ascolto attivo”, l’Accoglienza, l’Autenticità e l’Alleanza  risultano basilari per il raggiungimento di diversi obiettivi.

Il metodo dell’ ascolto attivo permette inoltre di usare non solamente una piccola parte della mente, ma insieme la parte razionale e quella emozionale, sia il pensiero analitico astratto, che il concreto linguaggio del corpo.

La tecnica della comunicazione “stimolo-risposta-rinforzo”, a cui fa appello la sessione di coaching, con verifiche e rimandi  pertinenti e adattati allo specifico contesto/relazione, può essere affiancata da un altro tipo di strumento, che è la lettura di un metalinguaggio fatto di espressioni corporee.

Paul Watzlawick dice: “non è possibile non comunicare”,  e “esiste una comunicazione logica e analogica”.  Ritengo che il coach nella sua esperienza di crescita,  possa implementare la capacità di interagire e capire il vero messaggio del coachee, per poi poterlo utilizzare in maniera proficua e perfetta nell’ambito del suo lavoro. E’ per questo che, accanto alla comunicazione verbale e non verbale, quella tra mente-corpo ed emozioni è di rilevante importanza. Ho  avvicinato quindi il metodo del coaching ad una diversa pratica empirica: Corposcoscienza. Questo è un metodo di apprendimento che insegna a sviluppare la propria percezione e a cogliere le diverse situazioni che viviamo, da tutti i punti di vista: interiore, fisico, psichico ed emotivo.  Tenere in piena considerazione le proprie percezioni, può renderci più fiduciosi nel cogliere nuovi elementi, così da comprendere e interpretare nel modo più giusto i diversi fatti della vita. Il metodo di Corpocoscienza può dare spunti ad un primo livello per comprendere come spostare l’attenzione e come mettersi in ascolto di sé, e ad un secondo livello per comprendere come la “presenza” cosciente di una persona  (in questo caso del coach) possa essere in qualche modo attivante per l’altra  (il coachee).

Risulta particolarmente immediato registrare a livello di sensazione corporea la natura delle emozioni che scaturiscono dai nostri pensieri. È sufficiente  ricordare un avvenimento vissuto particolarmente bello, e portare attenzione all’effetto che ci provoca a livello corporeo. Oppure pensare all’ultima volta che abbiamo incontrato una situazione particolarmente difficile   e ricordare la sensazione che ci  ha lasciato nel corpo.

Soffermandoci  per un attimo a prestare attenzione a quali effetti le emozioni provocano a livello corporeo, é possibile scoprire anche in quali zone li percepiamo maggiormente. Lotta o fuga, gioia o tristezza, insoddisfazione o entusiasmo si mostrano attingendo alla nostra percezione corporea. Le emozioni non coscientizzate in passato si ritrovano necessariamente in un luogo preciso del nostro corpo, e sono tangibilmente rilevabili anche a distanza di tempo. Ė sufficiente mettersi in uno stato di ascolto fluido per favorire l’affiorare di questi contenuti.

Le tensioni del corpo possono essere correlate a specifiche tensioni della coscienza. Perciò il corpo e le sue espressioni non possono che essere viste come una mappa della “coscienza” che lo occupa.

Considerare in un approccio di coaching le emozioni che scaturiscono da eventi rilevanti della realtà vissuta (del coach e del  coachee), dal  presente percepito, o dalla delineazione del futuro desiderato, mi è sembrato molto interessante. Altrettanto avvincente è stato aprire il misterioso mondo della percezione emotivo-corporea in esercitazione di sessione di coaching, rispetto gli avvenimenti del vissuto correlato ad un “corpo cosciente”.

Tramite esercizi pratici guidati dal coach, nell’immediatezza dello stimolo domanda–risposta, il coachee potrebbe essere facilitato a concentrarsi anche sul suo aspetto percettivo cosciente, ed essere agevolato in una conoscenza più approfondita di sé e dei propri desideri, nonché ad attingere più efficacemente alle proprie risorse interiori.

Dall’esperienza in Corpocoscienza ho potuto imparare che molti degli atteggiamenti e comportamenti, come le resistenze o chiusure non spiegabili razionalmente, trovano invece una risoluzione fluida attraverso l’ascolto delle sensazioni  e delle dinamiche che si manifestano nel nostro corpo.

Ecco come abitudini radicate o convinzioni analizzate attraverso “la scala di inferenze”, potrebbero prendere o perdere significato attraverso una puntuale, perfetta , percezione corporea. Probabilmente l’evocazione di un gesto o di un sapore o di una dinamica  passata o presente, cambierebbero significato alla realtà vissuta in quel dato momento.

L’accensione della coscienza , che rappresenta tutto ciò che possiamo sperimentare attraverso percezioni di sensi, può aiutare a cambiare i processi mentali e i modi di essere, allineandoci alla nostra natura o essenza.

Ritengo quindi che, accanto all’esercizio di domande e riposte, rimandi e registrazione di feedback tipici di una sessione di coaching, possano essere usati anche dei feedback che rispondano a livello di sensazione corporea, oltre che emotiva. Questo a mio avviso permette un più profondo e diretto contatto con le vere aspirazioni del coachee, il quale potrebbe sentire in modo proficuo, la precisa e inequivocabile sensazione rispetto alla “realizzazione dell’obiettivo” e alla “prefigurazione del futuro desiderato”, e magari  sperimentare un possibile stato di flow.

Esprimere il proprio vero io, libero da condizionamenti mentali propri o esterni, comunicare in modo sincero con sé stesso, abbandonando situazioni infelici per sentirsi meglio e vivere in una realtà profondamente appagante, è in realtà l’obiettivo che si prefigge anche chi pratica Corpocoscienza.

Vivere  “corposcoscienti” direi che significa vivere in uno “stato di flow”.

Conoscere la nostra parte più’ vera, il nostro potenziale, la nostra energia, imparare ad utilizzarla in modo appropriato, contattare e riconoscere anche le nostre parti umane che ci caratterizzano, integrarle in un se’ organico, è di vitale  importanza.

La trasversalità del coaching rispetto agli altri metodi si potrebbe allora intendere come una ulteriore mappa a disposizione nel viaggio da intraprendere verso il cambiamento, in un periodo storico che richiede continui e a volte forzati adattamenti . Metterla a disposizione  in modo che le   persone possano raggiungere gli obiettivi per la realizzazione di sé, potrebbe essere un modo per contribuire insieme a tanti altri metodi, alla realizzazione di un mondo migliore, fatto di persone felici e appagate in grado di affrontare qualsiasi situazione nella vita.

La metafora del viaggio “in coaching” e “in corpocoscienza”, la descriverei dunque come un viaggio piacevole e sicuro, verso una meta pregna di significato, perché finisce per non rappresentare  tanto un luogo esterno da raggiungere, quanto un ricongiungimento con la parte essenziale di noi.

 

 

Alessandra Salata

Dr.ssa Scienze Sociologiche

Coach professionista

alessandrasalata@ymail.com

[1] Arte di ascoltare e mondi possibili, 2003, Mondadori





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