QUARTA RISTAMPA

L'Essenza del Coaching
di A. Pannitti e F. Rossi
Editore: Franco Angeli

L'Essenza del Coaching

Recensione

Famiglia Oggi N.4/2012


Presentato all'Università
"La Sapienza" - Roma


Il libro presenta in modo completo il coaching nella sua vera essenza. Punto di riferimento è il metodo che viene insegnato nelle università anglosassoni, come quella di Sidney, la prima università al mondo a inserire il coaching tra le materie accademiche.


NOVITÀ EDITORIALE

Spiritualità cristiana e Coaching
La relazione facilitante di Gesù

di N. Brescianini e A. Pannitti
Editore: La Parola


Spiritualità cristiana e Coaching

Un coinvolgente dialogo tra un Coach professionista che si interessa di spiritualità e un monaco benedettino appassionato di Coaching.


NOVITÀ EDITORIALE

Tappo a chi?!!
E se la tua crisi fosse un'opportunità?

di C. Lacchio e F. Rossi
Editore: Franco Angeli


Tappo a Chi?

“Tappo a chi?!!” è una favola motivazionale. Il tema centrale della storia narrata - con estrema delicatezza e creatività - è il cambiamento, fatto di paure, rabbia, preoccupazione, ma anche di possibili opportunità e di nuove prospettive per migliorare il proprio benessere e raggiungere la felicità.

Gio-Coach il Metodo del Coaching attraverso le Potenzialità del gioco



mercoledì, novembre 20th, 2013 | articolo di: admin - pubblicato in: Elaborati di fine corso
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L’idea mi deriva da un’esperienza passata in cui, per vicissitudini varie, mi sono trovata a studiare i meccanismi del Gioco e le sue logiche di conduzione. Non ho potuto fare a meno di rivederne le analogie studiando il metodo del Coaching; la geometria delle relazioni, l’espressione delle potenzialità del sé, l’importanza metodologica, paragonabile ad un sistema di “regole”.

 

Se quattro sono le principali spinte/forze che determinano il Gioco: Caso (Alea), Competizione (Agon), Finzione (Mimicry), Vertigini (Ilinx) – come Roger Caillois descrive ne “I giochi e gli uomini” -, allo stesso modo il Coaching guida la persona in un percorso nel quale il coachee si trova in un certo senso a dover gestire analoghe forze tra loro spesso contrastanti.

Nel Gioco l’individuo può affermare la propria personalità, in virtù del suo mettersi liberamente in gioco, potendo anche liberamente uscirne, in quanto pura finzione. Questa esperienza del “dentro e fuori”, è caratterizzata da un senso di vertigine, dalla perdita dei confini del sé, fortemente in linea con il senso di precario equilibrio insito in generale nei percorsi di crescita.

La dimensione ludica affonda le sue radici nel piacere, in una sorta di sregolatezza regolata, in cui il paradosso costruttivo nasce dal conferire al Gioco una “serietà” speciale, frutto di totale coinvolgimento, ma alleggerita dal senso di reversibilità, dove le conseguenze di una scelta, seppure strategica, sono di per sé “giocose”.

Il Gioco, come la vita, richiede impegno, può generare senso di sconforto o  perdita di sicurezze, tuttavia giocando non abbandoniamo mai il senso di autonomia (che nella vita spesso ci sfugge) perché viviamo la scelta di entrarvi, e di uscirne in qualsiasi momento, come totalmente volontaria.

Ebbene, è importante tenere presente che anche nella vita, per quanto pienamente coinvolti e partecipi di ciò che stiamo attraversando, abbiamo sempre le chiavi per uscire da una specifica situazione che non ci fa stare bene.

 

E se si pensa che “la vita non può essere un gioco”, noi possiamo comunque provare a “giocare la vita” (Pier Aldo Rovatti -La scuola dei giochi) attraverso la nostra capacità di astrazione nell’agire quotidiano. In che modo? Allenandoci a mettere sullo sfondo i contenuti di ciò che facciamo dando più significato alle nostre modalità di risposta nei confronti di ciò che ci accade.

Un passaggio dall’idea di Gioco come pratica di attività di svago, al Gioco come metodo esplorativo e approccio “potenziante”.

 

Questo risulterà impossibile se gli uomini si ostineranno a prendersi troppo sul serio, se “l’affermazione che il loro lavoro è gioco rischia di offenderli” dice Roger Caillois. Se dunque considereremo la vita il “non gioco” per eccellenza, vorrà dire che conferiremo ai nostri impegni un peso diverso, ma anche un diverso godimento…

Ma esiste un’auspicabile alternativa: imparare a riconoscere, attraverso il nostro naturale modo di agire giocoso, l’espressione delle potenzialità individuali, osservando ciascuno il proprio stile in termini di relazione, ironia, comportamenti e determinazione. Connesso alle emozioni e allo stato dell’Io-Bambino, il Gioco può far vibrare corde profonde dell’essere.

 

Jean Chateau (“Il fanciullo e il gioco”) ritiene che il gioco sia una prova più che un esercizio, il bambino non si allena a diventare grande, casomai acquisisce capacità che gli serviranno per far fronte agli ostacoli e alle difficoltà future.

Anche per questo il gioco può rappresentare un’immagine della vita stessa, un modo in cui “semplifichiamo” la serietà dell’esistenza, perfezioniamo dei comportamenti agendo “come se”, come se “fossimo…”, senza gravità esistenziale. E magicamente, proprio attraverso la finzione, possiamo ricreare il distacco necessario per produrre azioni che generano cambiamenti reali.

In questa continuità fra Gioco e vita adulta, tra attività ludica e personalità futura dell’individuo, risiede la mia ipotesi di Gioco intenzionale, come percorso gioco-vita, metodo di applicazione all’interno di interventi di Coaching, per affrontare, ad esempio, situazioni di parziale timore o rigidità da parte del coachee. Infatti, oltre a rivendicare il diritto di fantasticare in libertà, il Gioco rappresenta un antidoto alla fuga da sé stesso.

Non a caso il bambino utilizza l’”imperfetto ludico” per regolare meglio questa distanza temporale tra la finzione e la realtà. (tipico esempio:“Facciamo che io ero il cavaliere e tu eri la principessa…”)

Nel “come se” ludico, possiamo davvero permetterci di non abbandonare la realizzazione di un sogno, di non scoraggiarci di fronte agli ostacoli, riscoprendo che essi stessi rappresentano la vera spinta motivazionale in funzione di un obiettivo da conquistare.

 

In questo modo le potenzialità potrebbero esplicarsi attraverso azioni immediate, esercitate sotto la tutela del “come se”, dove tutto è concesso, tutto è possibile. In quest’ottica il Gioco diventa un teatro dei desideri.

 

E sebbene crescendo, le “regole” della vita indeboliscano la “credenza ludica”, la sua riscoperta, in età adulta, allena la capacità di discernimento, affievolendo la confusione tra il nostro Io e ciò che lo circonda.

“Quanto più i bambini giocano tanto più diventano adulti consapevoli e sociali” afferma Friederich Frobel (1782/1852), pedagogista, nel descrivere i suoi “giardini di infanzia” (Kindergarten).

Oltre al valore legato alla sfera dell’apprendimento, in termini di immaginazione, capacità di vivere la socialità, imparare a gestire la sconfitta e l’imprevisto, una delle potenzialità insite nel Gioco consiste nel rendere esplicito il passaggio dalla confusione alla chiarezza di intenti.

Se da una parte regna il principio del divertimento, come spensieratezza e pienezza vitale, come “sregolatezza”, dall’altra si sviluppa via via un bisogno di disciplina, quasi con il compito di incanalare le motivazioni in un flusso di  concretezza, che rende sfidante il raggiungimento del risultato.

Questo connubio tra la finalità del Coaching e le potenzialità del Gioco, mi ha fatto nascere il desiderio di applicare il metodo utilizzando il Gioco come possibile veicolo. Un progetto di Coaching “giocato”, con l’obiettivo di alimentare in modo più o meno consapevole la fiducia del coachee nelle proprie risorse, attraverso l’esercizio del pensiero laterale.

 

In fondo, il bambino che “si mette in gioco”, si illude, è “in ludus” ma affronta un’esperienza reale, fatta di idee che sorgono nella sua mente, svincolato dal controllo logico e morale dell’adulto, frutto di un egocentrismo infantile che gli serve a rivestire di significato le azioni più creative e immaginarie.

In questo divertimento, ciascuno applica la propria volontà, s’impegna spontaneamente, adoperandosi con fervore e coinvolgimento senza “risparmiarsi”, come invece dimostriamo di fare nello svolgimento di compiti che ci vengono imposti. La didattica ludica si fonda sullo stesso principio, dove l’equilibrio tra l’astratto e il concreto sviluppa autonomia ed efficacia.

Per concludere, il Gio-coach, che non ha alcuna pretesa di sostituirsi all’indagine teorica del metodo, potrà tuttavia rappresentare uno strumento di supporto nei percorsi di Coaching. Nella sua “epidermide” di divertimento, potrà cioè rappresentare, in forma simbolica, gli stati del presente in vista del raggiungimento di un futuro desiderato.

 

Mary Pantano
Coach Professionista, specializzato in ambito Orientamento.
Castel Guelfo di Bologna
pantano.mary@gmail.com





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