QUARTA RISTAMPA

L'Essenza del Coaching
di A. Pannitti e F. Rossi
Editore: Franco Angeli

L'Essenza del Coaching

Recensione

Famiglia Oggi N.4/2012


Presentato all'Università
"La Sapienza" - Roma


Il libro presenta in modo completo il coaching nella sua vera essenza. Punto di riferimento è il metodo che viene insegnato nelle università anglosassoni, come quella di Sidney, la prima università al mondo a inserire il coaching tra le materie accademiche.


NOVITÀ EDITORIALE

Spiritualità cristiana e Coaching
La relazione facilitante di Gesù

di N. Brescianini e A. Pannitti
Editore: La Parola


Spiritualità cristiana e Coaching

Un coinvolgente dialogo tra un Coach professionista che si interessa di spiritualità e un monaco benedettino appassionato di Coaching.


NOVITÀ EDITORIALE

Tappo a chi?!!
E se la tua crisi fosse un'opportunità?

di C. Lacchio e F. Rossi
Editore: Franco Angeli


Tappo a Chi?

“Tappo a chi?!!” è una favola motivazionale. Il tema centrale della storia narrata - con estrema delicatezza e creatività - è il cambiamento, fatto di paure, rabbia, preoccupazione, ma anche di possibili opportunità e di nuove prospettive per migliorare il proprio benessere e raggiungere la felicità.

Il Coaching al servizio della mediazione culturale



lunedì, febbraio 11th, 2013 | articolo di: admin - pubblicato in: Elaborati di fine corso
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“Mediatore interculturale e coach aprono la porta all’altro …”

  

La progressiva centralità assunta dall’erogazione di servizi e dei cosiddetti beni informazionali caratterizza, a livello micro e macro, le società occidentali: lo sviluppo, l’elaborazione e la trasmissione delle informazioni sono oggi fonti basilari di “produttività e potere”. La progressiva comparsa e conseguente necessaria definizione di lavoratori della conoscenza (F. Butera): “quelli in cui la conoscenza è il principale input e output dei processi di lavoro e che impiegano diversi tipi di conoscenza per svolgere i propri compiti. Sono quelli la cui funzione è produrre conoscenza a mezzo di conoscenza, accrescendone il valore d’uso (offrendo un servizio), il valore economico (creare reddito e patrimonio) e il valore in sé (che è diffusivo, non è appropriabile e che non è una merce)” coinvolge anche le figure professionali del coach e del mediatore interculturale.

L’attività di questi lavoratori moderni è spesso unica, multidisciplinare, non ripetitiva perché attinente a settori diversi e complementari: quello delle idee e del loro sviluppo; delle conversazioni che riflette la propensione individuale ad interagire con i propri simili, per il raggiungimento di un obiettivo specifico e condiviso; delle relazioni con gli altri, per un incremento di conoscenza. Quest’ultima rinvia, laddove l’informazione rimanda a qualcosa di oggettivo, a un dove è conservata, a un collettivo determinante per un miglioramento, per la realizzazione e alimentazione di una rete, l’individuare e integrare nuovi nodi/modi e renderli capaci di fare insieme.

Tra il coaching e la mediazione interculturale esiste una certa familiarità: posta l’immaterialità che li attraversa, è utile evidenziare in entrambi i casi la presenza di un agire competente riconducibile al rapporto specialista-profano e un agire generativo che supera la dinamica medica stimolo/risposta.

L’aumento del fenomeno migratorio, che ha interessato il nostro paese negli ultimi anni, ha indotto una domanda sempre più corposa di mediazione interculturale cui non si è accompagnata una chiara definizione della professione. Nel tentativo di tracciare il ruolo del mediatore interculturale, è utile innanzitutto elencare la molteplicità degli interlocutori con cui si relaziona (e la relativa funzione che gli riconoscono):

  • Utenti stranieri che frequentemente vedono in lui “uno di loro”;
  • Ambito amministrativo e giuridico (e parallelamente centri di prima e seconda accoglienza) all’interno dei quali il mediatore è assimilato ad un impiegato rappresentante del sistema, capace di spiegare le leggi attuali, regole operanti ma soprattutto di essere il tramite per farle accettare;
  • Ambito sanitario e scolastico che ricorrono spesso al mediatore quando lo stato di emergenza è evidente;
  • Altri mediatori, operatori sociali, realtà territoriali essendo frequentemente necessario un intervento di equipe per cercare di rispondere alla situazione critica che coinvolge la persona e/o il gruppo di immigrati.

Uomini e donne scelgono, programmano e/o scappano dal loro paese, dalle loro abitudini e tradizioni, per una speranza, un sogno, un progetto, per un racconto di chi è già arrivato. Sradicati dalla loro casa con la voglia di voler metter radici da una parte altra, diversa, ancora sconosciuta: un viaggio verso quella che potrebbe essere una terra promessa perché possa migliorare la propria vita, iniziarne un’altra che nell’immaginario che li muove sarà sicuramente meglio. La loro come la nostra identità non sono un modulo riempito una volta per tutte, una fotografia da scattare da una buona angolatura ma un puzzle di conoscenze/esperienze/competenze mobili, apprese, ridefinibili. Così la cultura – la loro e la nostra – non è un bene misurabile, paragonabile e chiuso in confini tale da poter scegliere quale sia il migliore, ma dovremmo considerarlo un edificio: un sovrapporsi e un intrecciarsi di storie, idee, gusti, identità, sogni, scienze (M. Aime).

Il mediatore interculturale e il coach non hanno quindi per le mani manuali da sfogliare, colmi di buone risposte o corrette interpretazioni, pronti all’uso: nello svolgimento del loro ruolo sono entrambi chiamati ad una analisi della domanda che parte dal “sintomo” come pretesto dell’incontro. Questo si traduce in una sospensione dell’azione a favore della costruzione di uno spazio in cui pensarsi/pensare, leggere/leggersi, intrecciando una rete che tenga insieme i diversi nodi di cui è fatta la storia di ognuno di noi.

Come figure professionali, funamboli imparziali ed equidistanti tra le parti singolo/società, hanno come mandato riconoscerne la complessità e lo spessore, accorciare la distanza sviluppando una forma di comunicazione che tenga conto delle caratteristiche di ciascuna, evitare di cadere in luoghi e linguaggi comuni, cercando di cogliere di volta in volta il non detto che ogni storia comporta.

Mediatore interculturale e coach aprono la porta all’altro, un Altro che ha problematiche e qualità diverse, ma che richiede lo stesso lavoro, impegno e soprattutto competenza. Condividono la stessa premessa ovvero la certezza che “i capitali da investire e disinvestire” sono contenuti nella storia del singolo che si deve riuscire ad avvicinare: le persone di una persona sono numerose persone.

Se il processo condotto dal mediatore interculturale prevede una serie di fasi quali l’ascolto (spesso attivato dalla richiesta di un’istituzione); l’accordo (per la costruzione di un clima di fiducia e rispetto reciproci); l’erogazione partecipata (per monitorare che il cammino e mantenere allineati bisogni e finalità); la conclusione con verifica della riduzione/eliminazione del disagio (e contemporanea raccolta dati in un ottica di prevenzione/progettazione). Punto di partenza, per il coach, è la domanda/il movimento che tiene insieme l’analisi del presente percepito e la narrazione del futuro desiderato (prendendo a prestito l’espressione “non si può curare chi non vuole essere curato” dall’ambito medico-psicologico o “sasso che rotola non fa muschio” dal mondo popolare).

Nella complementarietà tra figura e sfondo, siamo in presenza di un metodo che va favorendo nell’altro una forma di consapevolezza/sviluppo per il raggiungimento di obiettivi condivisi di natura professionale e/o personale. Determinante è quindi quello che si instaura sin dal primo incontro tra l’ esperto (un coach) e il partner richiedente (un coachee) e che si caratterizza per una complementarietà di ruoli, una simmetria di relazione (ovvero sono alla pari all’interno del processo) e un’asimmetria di contenuto (non vi è scambio di esperienze). L’obiettivo esplicito – la raccolta di informazioni relative alla situazione che sta vivendo il coachee così da poter tracciare le linee generali di una possibile azione – porta con sé l’ obiettivo implicito e necessario per l’attività stessa di coaching: la percezione, verifica, presenza di elementi funzionali allo scegliersi quali compagni – io sono ok tu sei ok – di un percorso definito insieme. L’attuazione di quest’ultimo, richiede l’utilizzo in maniera efficace da parte del coach di alcuni strumenti immateriali quali:

  • Accoglienza sia come capacità di mettersi in un atteggiamento di ascolto, dando all’altro il tempo di raccontarsi in libertà, facendosi guidare da lui senza formulare giudizi frenanti o domande di routine; sia di creare un ambiente protetto, senza interferenze, in cui il coachee abbia uno spazio ove sentirsi a proprio agio fisicamente e mentalmente;
  • Comunicazione circolare ovvero il favorire un modello in cui vi sia uno scambio ripetuto di ruoli tra emittente e ricevente in virtù di feedback di natura verbale e non verbale. Posto che non è possibile non comunicare, il coach deve riservare particolare attenzione ai messaggi presentati ed evitati, richiesti e ricevuti, ai significati sottesi (piano logico e analogico), ai silenzi, alla gestualità ….
  • Contratto che riportando nero su bianco  i reciproci dati personali, la durata di ogni sessione, la relativa cadenza, riferimenti al codice etico, modalità di pagamento … chiama in causa la responsabilità del coach e la parte motivazionale/razionale del coachee.

Gli attori della relazione passano da una fase esplorativa per una descrizione della situazione, dell’ambiente e della problematica che ha alterato la normalità; attraverso quella elaborativa per una ricerca e autodeterminazione della soluzione, accedendo a una fase esecutiva finalizzata alla progettazione di un concreto piano d’azione, formalizzato nel patto di lavoro. Simile documento, redatto su misura e sottoscritto da entrambe le parti, comprende una serie di punti cardinali (aggiornabili) di cui protagonista unico è il coachee:

  • Scomposizione di ciò che vuole/desidera in un obiettivo smart, in quanto tale specifico, misurabile, attuabile, rilevante e temporale;
  • Riconoscimento delle sue potenzialità, risorse e competenze verificate che possono essere messe in campo;
  • Identificazione all’interno dell’ambiente, tanto di ostacoli modificabili dalla sua azione volontaria e di interferenze non controllabili tanto facilitatori intesi come possibili alleati, procedure o strumenti a disposizione.

Il coach va qualificandosi come un alleato di relazione che affianca e sostiene il cliente con una serie di attività di monitoraggio (e relativo feedback scadenzato nel tempo):

  • Mantenere l’attenzione sugli obiettivi e verificarne la concretizzazione (seguendo l’andamento delle azioni concordate);
  • Aiutarlo a riconoscere ciò che ha fatto (in termini di risultati e relativo miglioramento/cambiamento) rafforzando il senso di autoefficacia;
  • Sviluppare la consapevolezza del percorso stabilito e percorso
  • Esercitare il pensiero laterale;
  • Evidenziare eventuali errori promuovendo l’apprendimento continuo e la possibilità di riallineamento.

La chiusura/conclusione del percorso di coaching – che nasce per essere limitato nel tempo e finalizzato ad una meta – richiede la medesima dose di  attenzione e cura posta nel suo svolgimento, indirizzando il bilancio da fare insieme, su un’autovalutazione del coachee rispetto ad alcuni aspetti:

  • Acquisizione di nuove pratiche, consapevolezze e metodo nell’ambito del lavoro autodeterminato e svolto;
  • Scoperta di positività, potenzialità e risorse sotto o mal utilizzate;
  • Livello di soddisfazione in rapporto alle aspettative iniziali;
  • Verifica di una possibile preparazione ad affrontare/proseguire autonomamente il processo di sviluppo avviato, fuori dal patto sottoscritto in apertura.

Dove la mediazione sottolinea quanto sia importante il rispetto della diversità, la complessità che ci sta dietro e la necessità di un intervento che si radichi in una visione di insieme, il coach porta in primo piano, per la riuscita possibile di un percorso, strumenti quali l’ascolto, l’accoglienza, l’alleanza e l’autenticità, da modulare “di luogo in luogo”. Una buona relazione fa emergere il contenuto: attraverso un metodo, il coaching si propone di sperimentare contestualmente/praticamente possibili “punti di vista” per un incremento della capacità di comprensione che non è mai in realtà un capir meglio … quando in generale si comprende, si comprende diversamente (H.S. Gadamer). Il lavoro del coach è pertanto sviluppare l’assunzione di un atteggiamento migrante affianco di quello familiare agito nella vita di tutti i giorni: non si tratta di cambiare clima o zona quanto di esercitarsi per provare un’angolazione diversa, alzarsi dal contesto vissuto per osservare meglio quello che è accaduto, ciò che sta accadendo e quello che si desidera accada. Agitare i neuroni a disposizione perché le tessere diano vita ad un mosaico di nuova forma.

 

Giuseppe Villarusso

Milano

gvillarusso@gmail.com





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