Categoria: Il Coaching come potente Mezzo per l’espressione del Talento

Il Coaching come potente Mezzo per l’espressione del Talento

Per 14 anni ho lavorato come Responsabile Risorse Umane in un’azienda di meccanica di precisione leader di settore di grandi dimensioni. Il Commitment del Presidente è sempre stato quello di lavorare sullo sviluppo delle persone e sul supporto dei Manager affinché gestissero al meglio i loro collaboratori, e così ho fatto. Quando poi ho deciso spontaneamente e per varie ragioni di rassegnare le dimissioni, quello che mi sono portata via, oltre al bagaglio della importante, complessa e molto formante esperienza, è una forma di amara consapevolezza e tensione dovuta all’insoddisfazione di non essere riuscita fino in fondo a trovare il modo ‘giusto’ o più efficace di far esprimere al meglio le persone, pur avendoci lavorato molto in prima persona e attraverso il supporto e contributo di consulenti molto competenti.

Il percorso di coaching che ho appena concluso mi ha permesso di approfondire e conoscere un modo diverso di considerare argomenti quali quelli del  ‘potenziale’ e del  ‘talento’ che, per quanto argomenti focus, venivano da me approcciati da un punto di vista diverso, o con priorità non adeguate, dando così origine a declinazioni pratiche non sempre efficaci.

Cos’è dunque una potenzialità e cosa il talento e come è possibile far esprimere quest’ultimo al meglio con piena soddisfazione della persona e in coerenza con il contesto in cui esso viene agito?

Vocazione, potenziale e talento

Vocazione, potenziale e talento sono aspetti strettamente interconnessi di quel particolare e unico processo che può portare un individuo alla piena realizzazione di se stesso attraverso l’attribuzione consapevole di senso e significato alle azioni che compie. Tali azioni, che sono guidate da una forte motivazione intrinseca e consapevole, e che sono frutto di un intenso sforzo ed impegno costante, danno origine a prestazioni, prodotti o ad effetti che sono l’espressione massima e concreta del potenziale di cui ognuno è portatore. L’ambiente sociale, relazionale e anche fisico in senso stretto poi, che può essere talvolta favorevole talvolta limitante, è un altro elemento imprescindibile che può influenzare gli altri fattori su citati, in maniera determinante.

Per spiegare meglio in cosa consiste questo processo bisogna entrare nel merito delle dimensioni che lo caratterizzano.

La vocazione

Alcuni studiosi, che hanno approfondito il tema sul talento, identificano il concetto di vocazione con quello di talento (R. Morelli, Caprioglio 2013); altri invece (si veda V. Frankl o L. Stanchieri) definiscono la vocazione come quel trasporto interiore, sentimentale, emotivo e trascendente verso un universo simbolico, carico di senso e significato per la persona. Partendo da questa definizione e scindendola dal concetto di talento, con il quale intendiamo invece la massima espressione concreta e visibile della vocazione, possiamo dire che la vocazione è quel moto ascensionale, quella chiamata ‘divina’ grazie alla quale l’individuo raggiunge attraverso l’azione la sua essenza specifica e, nel migliore dei casi, la sua realizzazione. Tale chiamata è intrinseca all’individuo ma lo trascende, perchè va oltre il sè prendendo forma ora in un ideale, ora in un’arte ora in una persona od altro ancora.

‘La vocazione è dunque una spinta sentimentale interiore che trova la sua direzione concreta grazie alla coscienza. Essa è inoltre la sede del sistema simbolico di riferimento. Simbolo, senso e significato possono essere Dio, la letteratura, la musica, la pittura, un uomo, una donna, i bambini…’ (L. Stancheri, 2014).

Il potenziale

Per definizione il potenziale è l’insieme delle qualità del carattere che contraddistinguono ognuno di noi, ma che, come afferma L. Stancheri (2008), ‘..ancora non si traduce  in potere, come se rimanesse sullo sfondo, sopito..’ .
La rappresentazione più chiara del potenziale umano è data dalla ‘teoria della Ghianda’ di Hilmann (1997) che sostiene che ‘..ogni  individuo fin da bambino è come una piccola ghianda, racchiude in sè tutte le potenzialità sufficienti per poter crescere e diventare un maestoso albero di quercia‘.
Tutti noi quindi nasciamo con una dotazione che ci caratterizza e che potenzialmente è sviluppabile per compiere azioni e per esprimerci in maniera ottimale.
Tale dotazione varia da individuo a individuo per influenza di fattori genetici ed evolutivi.
Quando dunque la vocazione si palesa, e quando le condizioni contestuali e la volontà soggettiva sono idonee, è essa stessa che chiama a raccolta le potenzialità caratterizzanti l’individuo affinché vengano allenate e sviluppate attraverso l’azione, dando origine a quelle competenze o abilità che daranno piena espressione al  talento.

Il talento

Il talentodunque è una dote particolare, concretamente visibile nel risultato eccellente di prestazioni di tipo operativo-produttivo (ad esempio ai massimi livelli le magnifiche opere d’arte di Michelangelo) oppure relazionale, che può esprimersi  attraverso il processo di cui sopra.

Non esiste talento senza che non vi sia stato un allenamento, un impegno e uno sforzo sistematico e volontario, atto a sviluppare le potenzialità trasformandole in competenze sempre più performanti e di livello.

Come afferma R. Morelli (2013), ‘Il talento è la potenza in atto, la realizzazione della nostra intelligenza embrionaria: così come il corpo è una forma unica, c’è qualcosa di veramente unico, di veramente suo che ognuno di noi sa fare e può fare. Non è sempre importante il risultato che produce, non è importante se il suo talento produrrà più soldi o più approvazione del mondo esterno: è importante che si liberi e basta. E’ importante che sgorghi. E così avremo seguito il compito che la vita ci ha dato, che l’Universo ci ha dato’.

Da qui emerge chiaramente che quando parliamo di talento non parliamo solo dell’espressione di famosi artisti, scienziati, sportivi o intellettuali passati alla storia per le loro straordinarie imprese, siano esse materiali o meno; parliamo anche del talento della donna che si prende cura dei figli e della famiglia, sostenendo allo stesso tempo professionalmente il marito; parliamo del missionario che decide di dedicare la sua vita ad un bene superiore e alla cura dei bisognosi; parliamo anche di chi subisce un terribile incidente e, divenuto diversamente abile, trova la via per esprimersi al meglio e con maggiore pienezza e senso rispetto a prima.

Jane Austen, un esempio di espressione di talento

Per spiegare come si può manifestare il processo di espressione del talento e quali siano i fattori facilitanti ed ostacolanti dello stesso, mi piace prendere spunto dalla mia passione per la letteratura inglese dell’800 e in particolar modo per l’autrice definita da Virginia Wolf ‘l’artista più perfetta fra le donne’, ovvero Jane Austen.

ll contesto ambientale

L’autrice di uno dei romanzi più conosciuti al mondo, ‘Orgoglio e Pregiudizio’, visse in Inghilterra a cavallo tra il ‘700 e gli inizi dell’ ‘800, in un’epoca, quella Regency, in cui le donne del ceto della medio-borghesia (di cui Jane, figlia di un pastore protestante, faceva parte) potevano sì favorire di una discreta educazione ma finalizzata unicamente a trovare un buon partito. Era disdicevole invece che le donne lavorassero, si mantenessero, viaggiassero da sole o esprimessero opinioni di tipo culturale o politico. La vita della donna dunque era strettamente legata alle mura domestiche e la stessaAustenviaggiò pochissimo e mai al di fuori dei confini dell’Inghilterra e a mala pena dello Hampshire. Non si può dire dunque che il contesto e le esperienze vissute siano state favorevoli all’autrice.

La vocazione e l’esercizio intenzionale delle potenzialità

Fin da giovanissima età Jane Austen mostrò da subito una forte passione per la scrittura e la lettura. I suoi primi esercizi letterari, sebbene ancora lontani dal potente stile delle opere più famose, furono da lei composti all’età di 13 anni (si veda ad es. il romanzo epistolare ‘Lady Susan’). Lo stile crudo e da perfezionare mostrava già tutte le caratteristiche (o potenziali) di quella lucida ironia e di quella capacità di analisi psicologica dei personaggi, nonché del contesto sociale dell’epoca con i suoi limiti e meschinità, che farà in seguito di lei la grande artista oggi tanto ammirata. La scrittura, seguita dalla lettura, era per lei quasi un’ossessione ed ella si esercitava giorno e notte rivedendo e modificando parte dei suoi scritti cesellati dalla penna d’oca.

I fattori ostacolanti e le rinunce

La pubblicazione dei suoi romanzi venne inizialmente accolta tiepidamente venendo essi classificati come ‘letture da donne’. Il suo nome poi non veniva mai citato poiché fino a poco prima della morte firmò i suoi romanzi come ‘A Lady’. La Austen inoltre non poteva occuparsi personalmente del rapporto con gli editori, cosa che venne delegata al fratello James che ne curava anche i suoi interessi. Ma la rinuncia più importante dell’autrice, che caratterizzò la scelta di seguire la propria vocazione contro tutto e tutti, e che fu anche quella meno compresa a quel tempo, fu quella di rifiutare più di una proposta di matrimonio per seguire la sua vocazione.

L’espressione del talento come realizzazione piena del senso della propria vita.

Nonostante ciò Jane Austen riuscì non solo a ‘..mantenersi con la sua penna’, per quanto modestamente, ma ebbe la soddisfazione di vedere pubblicati con successo tutti i suoi i suoi romanzi e, anche se solo negli ultimi anni della sua breve vita, di poterli firmare con il suo nome. Il suo talento fu a poco a poco riconosciuto ed apprezzato non solo dal grande pubblico ma anche da grandi personaggi, autori e critici del tempo fra cui Virginia Wolf, Mark Twain e G. Tomasi di Lampedusa per fare solo alcuni nomi. La scelta controcorrente e coraggiosa di Jane Austen, la tenacia e la fatica profusa nell’esercizio e nel continuo doversi adattare ad un contesto non favorevole, sono tutti aspetti che hanno permesso all’autrice di vivere secondo la sua vocazione naturale e nella piena espressione del suo talento.

Il Coaching come potente mezzo per sviluppare il potenziale e far emergere il talento.

Fatto salvo che esempi come quello sopra riportato, per spiegare il processo che permette la manifestazione del talento, non sono la quotidianità, e che siamo nell’ambito di storie di personaggi che sono passati alla storia per la loro eccezionalità, quello che è stato invece affermato con certezza da più studiosi è che tutti siamo portatori di talento, piccolo, grande o straordinario che esso sia. Trovare il modo di poterlo esprimere non solo porterà il massimo beneficio alla persona in termini di senso e benessere personali, ma nel momento in cui lo si mette a disposizione, esso favorirà anche il beneficio di chi gli sta attorno, della società in cui è inserito, del sistema organizzato per cui lavora.

Non è sempre così naturale, spontaneo o semplice sentire la spinta della propria vocazione, prenderne consapevolezza e attraverso lo sviluppo del proprio potenziale far emergere il talento. Molteplici possono essere i fattori che ostacolano questo processo a partire dall’ambiente, dal non essere in grado da soli di focalizzare la strada giusta per dare viva espressione e senso alla propria vita professionale o meno che sia. Spesso si hanno dei segnali, ma quello che ci frena magari è che non abbiamo abbastanza volontà per attivarci, abbiamo un po’ di confusione o paura di non farcela o, ancora, siamo succubi del giudizio castrante di chi ci sta attorno. Questo vale sia nella vita quotidiana che in ambito professionale.

Sono diversi gli esempi che ho avuto modo di osservare nella mia esperienza lavorativa, casi in cui ad esempio, sulla base di quello che si riteneva fossero le competenze distintive e di successo che l’Azienda (come soggetto astratto) doveva possedere, venivano utilizzate sofisticate metodologie per individuare chi le possedeva e laddove venivano rilevati pesanti deficit, ci si accaniva nel cercare di farle sviluppare al massimo. Dopo corsi di formazione, affiancamenti ed altro, infine al massimo si poteva ottenere un discreto risultato, accompagnato magari da molta frustrazione del soggetto interessato, con conseguente rischio di turn-over o allineamento alla mediocrità piuttosto che all’eccellenza. Tutte modalità e metodologie  queste molto utili a radiografare la persona ma sempre da un punto di vista dell’altro, del valutatore.

Quello allora che mi ha insegnato il coaching, intesa come metodologia che permette l’attivazione di quel processo intellettuale, emotivo e pragmatico che può portare a comprendere ed esprimere il proprio talento, qualunque esso sia, è il cambio di prospettiva. E’ l’individuo che chiarisce a se stesso e poi agli altri quali sono i suoi potenziali, le sue spinte motivazionali che gli permetterebbero di garantire performance eccellenti. Il modo in cui poi queste debbano e possano essere allineate con il fabbisogno aziendale o del contesto organizzato in cui si è inseriti, va costruito di conseguenza da più attori (il capo, l’ente Risorse Umane, il soggetto stesso).

Concludo quindi dicendo che, intendendo il coaching come metodologia che accompagna l’individuo, il Manager o il giovane neo assunto che sia, nel processo  qui sopra descritto, esso dovrebbe essere senza dubbio parte integrante dei tools a disposizione degli H.R. Manager, nonché, in termini di principi, bagaglio personale di chi ha il compito di coordinare gruppi di persone.

Laura Salomoni,
Human Resources Consultant, Life & Business Coach, Trainer
Portogruaro (VE)
laura.salomoni@libero.it

Riferimenti

‘Il talento – come scoprire e realizzare la tua vera natura’, R. Morelli (2013) Ed. Oscar Mondadori
‘Le basi teoriche del metodo di orientamento vocazionale, basato sul coaching umanistico’, L. Stanchieri (2014) www.lucastanchieri.it
‘L’essenza del coaching – il metodo per scoprire le potenzialità e scoprire l’eccellenza’ (2012), A. Pannitti, F. Rossi, Ed. F. Angeli Trend

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