QUARTA RISTAMPA

L'Essenza del Coaching
di A. Pannitti e F. Rossi
Editore: Franco Angeli

L'Essenza del Coaching

Recensione

Famiglia Oggi N.4/2012


Presentato all'Università
"La Sapienza" - Roma


Il libro presenta in modo completo il coaching nella sua vera essenza. Punto di riferimento è il metodo che viene insegnato nelle università anglosassoni, come quella di Sidney, la prima università al mondo a inserire il coaching tra le materie accademiche.


NOVITÀ EDITORIALE

Spiritualità cristiana e Coaching
La relazione facilitante di Gesù

di N. Brescianini e A. Pannitti
Editore: La Parola


Spiritualità cristiana e Coaching

Un coinvolgente dialogo tra un Coach professionista che si interessa di spiritualità e un monaco benedettino appassionato di Coaching.


NOVITÀ EDITORIALE

Tappo a chi?!!
E se la tua crisi fosse un'opportunità?

di C. Lacchio e F. Rossi
Editore: Franco Angeli


Tappo a Chi?

“Tappo a chi?!!” è una favola motivazionale. Il tema centrale della storia narrata - con estrema delicatezza e creatività - è il cambiamento, fatto di paure, rabbia, preoccupazione, ma anche di possibili opportunità e di nuove prospettive per migliorare il proprio benessere e raggiungere la felicità.

Coaching, teatro e disabilità



giovedì, gennaio 10th, 2013 | articolo di: admin - pubblicato in: Elaborati di fine corso
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In questo mondo non incombe l’obbligo di sapere tutto,
ma di sapere solo quelle cose che importano per dirigere
nella giusta direzione la nostra esistenza.

John Locke 1700

LA PIOGGIA E LA LUMACA

Il teatro sin dai tempi di Socrate è stato, e tutt’oggi lo è, uno strumento di conoscenza che nei suoi processi creativi si è avvalso indirettamente delle tecniche e delle metodologie del coaching sino a costituire un tutt’uno composto da “sogno – desiderio”, processo di costruzione di consapevolezza che porta l’attore alla rappresentazione. La rappresentazione dell’attore non è quella del regista e non può essere quella del suo eventuale coach soprattutto in situazione di disabilità.

La parola “rappresentazione” rimanda a una categoria filosofica e nello stesso tempo delle scienze psicologiche. L’esito della rappresentazione è già prefigurato, si tratta cioè di una “pre–visione” a cui l’attore arriva attraverso l’allenamento quotidiano fatto di domande, esercizi, ascolto, alleanza con il proprio coach/regista e la ripetizione costante di tutti i passaggi che costituiranno la performance desiderata.

L’attore, attraverso un lavoro di messa a punto dei differenti passaggi espressivi, arriva sul palcoscenico con un esito a lui conosciuto anche se ogni replica si caratterizzerà sempre come una “prima”.  Le variabili che possono presentarsi nel corso della rappresentazione e con le quali l’attore dovrà convivere  fanno assomigliare il processo di dominio  sul suo lavoro come frutto di un insieme di fattori interni ed esterni all’attore stesso.

 

Questa breve premessa mi porta a riflettere sulla possibilità dell’incontro del metodo utilizzato dal coaching in ambito teatrale dove tra gli attori possono essere presenti persone con disabilità.

 

Una dei punti fermi del metodo di conduzione delle sezioni di coaching è la posizione del coach in relazione al coachee. Si tratta di una posizione che tende a far emergere una sorta di pariteticità tra i due soggetti uno dei quali è protagonista di un percorso di consapevolezza che lo porterà ad ottenere un risultato, il secondo è un alleato capace di ascoltare, domandare, predisporre esercitazioni, elaborare rimandi e rilanci utili al coachee nell’opera di miglioramento delle proprie competenze o per il raggiungimento di determinati obiettivi. Senza feed-back il regista/coach non può svolgere con esiti positivi il suo lavoro e il coachee difficilmente arriverà a realizzare ciò che si è prefissato.

 

La mia tesi vuole concentrare lo sguardo su alcuni nodi cruciali del teatro che si rivolge a persone con disabilità e precisamente:

  • la necessità di passare da una visione del teatro che prefigura la messa in scena di una trama narrativa in cui gli attori si prestano a “recitare” (far finta di…) ad un teatro che nella narrazione rappresentata esalta il non rappresentabile ovvero l’espressione dell’attore che nella propria performance esprime l’unicità del proprio essere in relazione con il mondo.
  • Il secondo punto di riflessione riguarda l’essenza stessa del coaching in quanto metodo che rifugge da approcci terapeutici, medici o medicalizzanti però molto vicino alla metodologia del teatro espressivo che mette al centro il progetto dell’attore coachee e i supporti necessari affinché egli possa esprimere tutte le sue potenzialità.

Nel mio lavoro in qualità di regista con attori disabili ho dovuto compiere un percorso di revisione degli strumenti professionali che ritengo assomigli molto al lavoro che un buon coach deve fare per non cadere nella trappola dell’approccio “dirigistico” o terapeutico: lasciare da parte il bagaglio di conoscenza che si è accumulata negli anni, riscoprire la sensibilità dei bambini, la loro capacità di accettare lo sconosciuto con stupore e gioia e nello stesso tempo tenere sottomano una bussola capace di orientarmi nello spaesamento e disorientamento che la disabilità mi poneva e tutt’ora mi propone con le sue apparenti limitazioni, con i corpi a volte sgraziati, le dimensioni spaziali, temporali e le leggi della prossemica presi a calci da attori che della bella dizione, del movimento ritmico, della memoria ripetitiva non sanno cosa farsene.

 

Il regista Coach

L’azione innovatrice del teatro in situazione di disabilità consiste nel fatto che le leggi di governo dello spettacolo e del processo della sua costruzione vengono necessariamente sovvertite dalla condizione antitetica dei corpi e delle menti degli attori disabili.

Se è vero che l’atto creativo in teatro si sostanzia dell’apporto attivo dell’attore pena la sua riduzione a “macchina”  che mette al servizio dello spettacolo il proprio corpo, allora la realizzazione del progetto espressivo dell’attore deve essere l’interesse ultimo che guida l’azione di supporto del regista coach verso l’attore con disabilità. In altre parole Il regista che utilizza la metodologia del coaching si porrà nei confronti dell’attore interrogandolo costantemente come fanno i bambini molto piccoli di fronte al mondo sconosciuto che un po’ li disorienta: “Cos’è questo? Si, ma poi? E ancora: non capisco, mi è sfuggito qualcosa? Le tue mani mi voglio dire che… cosa vedi quando guardi in quel modo?.. Puoi rilassarti? La cosa che hai fatto è interessante,  la puoi ripetere?”.

Le domande sono tratte da un incontro di lavoro con un attore tetraplegico del mio laboratorio. Come si potrà notare la formulazione delle stesse richiama il procedimento del coach che interroga il proprio coachee e hanno come scopo:

  • comunicare l’interesse del coach regista sul lavoro di ricerca che l’attore coachee sta compiendo e dimostrare nello stesso tempo la vicinanza e disponibilità ad un’alleanza espressiva;
  • far emergere la consapevolezza nell’attore chiedendo costanti precisazioni;
  • interrogare di nuovo richiamando il coachee sulla necessità di portare all’evidenza razionale il risultato ottenuto;
  • dare rimandi sull’espressività corporea ha il senso di restituire all’attore coachee un feedback positivo: “vuoi dire questo? La tua respirazione da profondità alla voce, il ritmo che hai impresso al movimento è interessante: vuoi approfondirlo e fissarlo in  sequenze progressive?
  • la richiesta di ripetizione in teatro ha il senso di portare alla coscienza l’atto espressivo e la possibilità di una sua ripetizione non lasciata al caso ma alla conquista di abilità dell’attore coachee che nella replica esalta le proprie capacità attorali.

Nel teatro, dove sono impegnati attori con disabilità, ricercare percorsi espressivi personalizzati, dove la tecnica attorale lascia spazio all’invenzione di nuovi codici diventa “la condizione” per vedere con i propri occhi e percepire con i propri sensi. Si tratta di far emergere quell’immenso giacimento espressivo che è stratificato nelle sfere sensoriali di ognuno e che nell’attore disabile prende vie di risonanza imprevedibili cariche di verità immediatamente percepibili sia sotto il profilo percettivo sia su quello della forma.

In questo territorio di ricerca il coaching può diventare un valido strumento del regista e dell’attore poiché il metodo della relazione di coaching si rivela molto utile e per il suo orientamento sul progetto del coachee attore.

Tra i primi strumenti che il coaching utilizza e che il teatro in relazione alla disabilità può certamente mutuare sono da mettere in evidenza ilcosiddetto ciclo dell’apprendimento di Kolb (1984) che si caratterizza per la seguente successione di fasi:

  • Esperienze concrete: coinvolgersi pienamente, apertamente in esperienze nuove.
  • Osservazione riflessiva: riflettere su queste esperienze ed osservarle da diverse prospettive.
  • Concettualizzazioni astratte: creare concetti che integrino le osservazioni in teorie di riferimento logicamente validate.
  • Sperimentazione attiva: l’ipotesi e le sue alternative vengono testate attraverso l’azione. Il risultato dell’ipotesi diventato azione produce delle conseguenze, delle nuove situazioni (o nuovi problemi). (2).

 

Il corpo officina espressiva (3).

Un teatro che si approccia alla disabilità deve tenere conto che l’avvio dell’interrelazione tra esperti teatrali e allievi disabili si realizza attraverso la conoscenza e un coinvolgimento reciproco.

Se si considera la formazione attorale come processo di scoperta delle potenzialità espressive del soggetto, allora si conviene che l’incontro con un regista coach avviene all’interno di una dinamica di sensazioni e rimandi a significati non sempre spiegabili con la parola “detta”. Si tratta, in altri termini, di un incontro relazionale tra persone che ci permette, con un procedimento di tipo analogico, di osservare nell’altro ciò che saremmo noi al suo posto. Questo procedimento è definito da Bottero come “Entropatia” <<Il riconoscimento di chi abbiamo di fronte si intreccia alla sua dimensione corporea, dal sorriso alla postura, dalla qualità dei suoi movimenti.>> (4).

Il corpo dell’altro diventa attore che con la propria azione o inazione offre al regista coach un frammento della sua officina creativa attraverso il quale si accende la com-prensione.

La com-prensione del coach rimanda all’attore disabile un riflesso creativo, che innesca in lui altre associazioni. <<… Queste nuove associazioni comportano la necessità di un’esposizione/esplorazione reciproca che crea un movimento a spirale. Si approfondisce così un movimento comunicativo e creativo che procede in circolo, senza la pretesa di chiudersi in esso.>> (5). L’atto creativo dell’attore disabile nasce proprio dal riconoscimento della riserva “aurea” espressiva che ogni uomo ha come giacimento nella propria officina corporea.

L’atto creativo nell’azione teatrale visto sotto questa luce diventa un percorso costruttivo e dialettico. Un processo concreto e dunque storicamente contestualizzato che pone il proprio centro nella relazione. Siamo così nel bel mezzo del coaching dei suoi procedimenti empirici ma anche nei suoi primi presupposti teorici.

Il coaching può essere uno strumento che affianca il lavoro dell’attore arricchendolo di una prospettiva materiale fatta di declinazione di obiettivi validi per l’attore coachee studiati per le singole esigenze tenendo conto di:

  • tipologia di disabilità ma senza cadere nella trappola terapeutica (territorio non praticabile nel teatro che mette al centro l’espressività, la creatività e la produzione di un prodotto che si chiamerà performance o in alcuni casi spettacolo);
  • alleanza tra regista coach e attore coachee finalizzata al pieno successo del coachee;
  • utilizzo della geometria relazionale per rendere praticabili i percorsi di conquista di consapevolezza e procedere ordinatamente verso la stesura di un “piano d’azione personalizzato” in cui siano resi espliciti gli obiettivi, gli ostacoli  interni ed esterni ma anche i facilitatori che possono favorire e rendere meno difficoltoso il percorso ovvero i colleghi attori, gli specialisti del movimento, strumenti personalizzati, ecc.

 

Il teatro è crocevia di  molteplici saperi, il coaching anche.

Il Teatro e il  coaching sin dai tempi di Socrate hanno avviato un percorso di sviluppo parallelo che nella seconda parte del XX secolo li ha visti vicini nei percorsi di valorizzazione del coachee nel coaching e dell’attore nel teatro. J. Grotowski nei primi anni sessanta e parallelamente  E. Barba in Europa, Beck e Malina Negli Stati Uniti hanno creato una metodologia di lavoro centrata sull’attore. Da quelle esperienze di ricerca  teatrale attorno agli anni 80’ si sviluppa un movimento che favorisce la nascita di un teatro svolto da attori con disabilità e si avvale di procedimenti non più centrati sulla preminenza del lavoro di regia e del testo.  All’attore si riconosce il diritto  al lavoro  d’improvvisazione, si valorizza la ricerca espressiva personalizzata e si teorizza l’emancipazione  dell’attore coachee dalla subalternità al regista.

 

Coaching, teatro della disabilità, scienze pedagogiche e psicologiche

Il teatro e la pedagogia si sono confrontati con il corpo definendolo a secondo del periodo storico in contrapposizione tra forma e sua materia. Il corpo pedagogicamente inteso dell’Ottocento è stato concepito come subalterno all’intelletto; fu così creata una separazione rigida tra corporeo e mentale/spirituale. Gli studi contemporanei ci restituiscono una concezione della corporeità connotata da interezza; la persona è nel corpo è con il corpo, è corpo unito in costante interazione con l’esterno ambientale e sociale.

Nella dimensione d’interazione sociale la persona si completa e si riconosce.

In questa prospettiva è importante notare come nell’allenamento fisico dell’attore disabile, nella pianificazione di azioni che prevedono domande e scelte egli si avvale di esperienze personali e ricerche di strade originali che non possono essere prefigurate dal regista coach. Il teatro in situazione di disabilità mutua dalla psicopedagogia fenomenologica il senso di una soggettività fisica, connotata da legami socio-culturali che condizionano l’espressione e la manifestazione degli individui sia sotto il profilo relazionale, sia negli aspetti comunicazionali, espressivi e artistici.

Umberto Galimberti nel suo libro “Il Corpo”, parla di una “soggettività capace di intenzionarsi verso il mondo che la coglie e cioè di conferire senso agli oggetti che incontra proprio per il fatto stesso di incontrarli. Un trovare, prendere e dare significato a quanto è altro da noi nella relazione con esso”. (6).

L’interpretazione fenomenologica non è ne propriamente soggettivistica ne oggettivistica ma relazionalistica il che evidenzia e disegna un soggetto che è parte della realtà in cui vive. Se il soggetto è parte di una rete di relazioni, l’essere parte assume il valore di esercitare la possibilità e la capacità di intervenire significativamente nel mondo. Secondo questa prospettiva il soggetto con disabilità, giacché si propone come soggetto in relazione, esprime la sua potenza nella dimensione relazionale che egli manifesta attraverso la propria corporeità sensibile, la sua cultura, la sua testimonianza attiva di essere parte di una precisa dimensione storica.

 

Voglio concludere questa breve dissertazione con un richiamo a quanto scritto da Franco Rossi e Alessandro Panniti nei materiali / dispensa del corso di coaching edizione 2011:

La psicologia positiva nata negli anni ‘90 afferma che la psicologia scientifica deve anche:

  • occuparsi delle risorse e delle potenzialità degli individui, e non soltanto delle patologie;
  • impegnarsi a sostenere e migliorare i punti di forza delle persone, e non soltanto di cercare di riparare i danni;
  • cercare di rendere le vite normali più soddisfacenti, e non soltanto le vite infelici meno infelici.

Psicologia positiva e pedagogia che si ispirano ai principi della fenomenologia offrono al coaching e al teatro un supporto molto concreto all’azione sostenitiva in favore del coachee/attore disabile.

Avvalendosi tra gli altri di questi due approcci  il coach regista  ha la possibilità di non distogliere lo sguardo dall’obiettivo di essere al servizio dell’emersione delle risorse dell’attore coachee.

Questa possibilità di concentrare il focus sul coachee offre un apparato strumentale concreto di esercitazioni, domande, restituzioni e riformulazione degli obiettivi in prospettiva del raggiungimento del benessere attraverso un approccio non terapeutico ma orientato al raggiungimento degli obiettivi  dell’attore. Il lavoro del coach si esplica così attraverso il supporto di una metodologia pedagogicamente fondata che pone l’accento sulle risorse dell’individuo visto in una prospettiva relazionale.

Il coaching che si avventura nell’universo dell’arte si allea con una idea di cambiamento e sorregge i percorsi e le conquiste di autonomia espressiva traendone proficui vantaggi sotto il profilo valoriale poiché, mettendosi al servizio di coachee con disabilità, dovrà immergersi in un mare denso di umanità dove il coach, oltre a porre domande, è costantemente interrogato. In questa prospettiva di necessaria reciprocità i vantaggi sono possibili sia per l’attore coachee, sia per il coach regista che si spoglia dell’idea demiurgica per indossare un abito più difficile da portare con eleganza: “So di non sapere, non posso fare quasi niente al tuo posto ma sarò al tuo fianco e gioirò di ogni tuo successo”.

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(1) Tratto da materiali e dispense del corso di Coaching (di Incoaching) Franco Rossi e   Alessandro Pannitti 2011 p. 9.
(2). da il Corpo e l’espressione debole, esperienze di laboratorio teatrale con persone disabili. Tesi di laurea di G. Badolato
(3). Tratto da il Corpo e l’espressione debole, esperienze di laboratorio teatrale con persone disabili tesi di laurea di G. Badolato
(4). E. Bottero, Sapere del corpo e prospettive didattiche, in Balduzzi L. (a cura di), Voci del corpo, Firenze, La Nuova Italia editrice, 2002, p. 43.
(5)   Ibidem, p. 43.
(6) Umberto Galimberti; “Il Corpo”, Milano, Feltrinelli, 1987 p. 65.

 

 

Giuseppe Badolato
Corsico (MI)
giuseppe.badolato@pianetaazzurro.com





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giovedì, gennaio 10th, 2013 at 16:31 • Elaborati di fine corso

One Response to “Coaching, teatro e disabilità”

  1. simona scrive:

    Mi sono imbattuta nel tuo articolo. Molto interessante

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