Categoria: “Dammi la risposta, Coach!”
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“Dammi la risposta, Coach!”

Tra i vari, uno degli argomenti che più mi hanno sempre affascinato nella pratica del Coaching e sul quale mi sto “specializzando” è la gestione della delega, il cui passaggio dalla spiegazione teorica all’applicazione sul campo mi ha permesso di aprire una concreta serie di casistiche e di “modalità deleganti” da parte dei Coachee. Partendo dal testo ‘L’essenza del Coaching’ (Pannitti, Rossi, 2012), “[…] si definisce ‘delega’ l’atto con il quale il Coachee tende a ribaltare il naturale rapporto con il Coach, ponendo lui stesso una domanda a quest’ultimo, magari su una soluzione possibile ad un suo problema, e di conseguenza aspettandosi da questo una risposta, un consiglio, un suggerimento o un’opinione.”

Ebbene, dall’esperienza personale, che non pretendo affatto di ergere a campione esaustivo ma solo per presentare una casistica a mio vedere “illuminante”, mi sono reso conto che i tentativi di delega del Coachee possono assumere svariate forme comunicative e comportamentali, risultando spesso vincolanti all’interno della relazione di Coaching. A titolo esemplificativo, ho individuato e riporto di seguito tre tipologie di massima in cui ho riscontrato il verificarsi di determinate modalità “di scarico” di responsabilità da parte del Coachee sul Coach.

“Rassicurativa”: con questa prima definizione, mi riferisco a quei casi in cui la ricerca continua di un feedback da parte del Coachee (es. “sto andando bene?”, “sono sulla strada giusta?”, “è corretto ciò che sto dicendo?”, “lo trovi un ragionamento pertinente?”, “non sono sicuro di seguire la strada giusta, me lo confermi?”) è spesso caratterizzata da un bisogno quasi protettivo di avere il Coach dalla propria parte, di sapere che c’è e che, come una sorta di padre col figlio, lo sostenga nel corretto modo di fare un passo dopo l’altro per sapere se sta camminando in maniera corretta. Dal mio punto di vista, trovo assai costruttivo vedere il Coachee che inizia a farsi luce da solo dentro se stesso, che s’incammina per sentieri poco conosciuti, forse già percorsi ma con altre paia di scarpe, e che fatica a uscire dalla sua zona di sicurezza perché, ancora, non sa bene dove e come orientarsi.

Mi sono reso conto che è una modalità atemporale, nel senso che non è scontato che si manifesti solo all’inizio del percorso o che caratterizzi “una fase” particolare del cammino introspettivo del Coachee, bensì può avvenire in qualsiasi circostanza e, per esperienza personale, anche in sessioni in cui il Coachee ha acquisito una certa consapevolezza nel proprio modo di vedersi. Definisco tale modalità come ‘rassicurativa’ in quanto, più che una risposta o soluzione diretta al proprio problema, il Coachee sta chiedendo una sorta di validazione del suo ragionamento per soddisfare quasi un bisogno di sentirsi “in buone mani”, ben accudito e protetto dalle intemperie che il guardarsi dentro potrebbe scatenare. E’ un po’ come se il Coachee stesse chiedendo conferma del fatto di essere allineato al pensiero del Coach, a come quest’ultimo vede la situazione del Cliente in modo che il Coachee stesso sappia se quel che sta elaborando ha un senso oppure no.

In casi del genere, dal mio punto di vista, i rischi in cui può incorrere il Coach nel tentativo di gestire al meglio la situazione sono diversi: fungere da contenitore emotivo dei timori o delle insicurezze del Cliente inficiando la relazione stessa, alimentare una dipendenza verso il suo ruolo professionale e, soprattutto, impoverire il Coachee della sua autonomia decisionale.

“Direttiva”: con tale definizione, intendo riferirmi a quelle situazioni in cui il Cliente ha un obiettivo molto chiaro nei confronti del Coach, o meglio, nutre una forte aspettativa nel ricevere, prima o poi, una risposta al suo problema, e che sia quanto più chiara, immediata ed efficace (es. “inutile che ci giriamo intorno, Coach; secondo te, ho fatto bene ad agire in quel modo?”, “fossi in me, così, giusto per scherzare, tu cosa faresti?”, “senti, non so cosa risponderti; dimmi tu, piuttosto, cosa mi proponi?”, “ho agito in quel modo e credo di aver sbagliato: per evitare che riaccada, mi dici cosa posso fare di diverso?”). Ho notato che, spesso, tale dinamica si presenta quando l’ascoltarsi del Coachee si scontra con la dura realtà nella quale il Cliente è assorbito, non vede e neanche vuole metterci più testa, è stanco, frustrato, vuole “la pillola magica” per uscirne e, in maniera diretta, cerca di chiudere all’angolo il Coach per scaricargli addosso la sua responsabilità, o meglio, mancanza della stessa.

Mi rendo terribilmente conto del profondo disagio che alcune situazioni possono determinare e il vedere nel volto del Coachee l’esternarsi di dolore, rabbia, delusione, imbarazzo, commozione sono momenti davvero delicati e, all’apparenza, il dare “una buona parola” potrebbe anche risollevare lo stato del Coachee ma, al contrario, segna inesorabilmente la rottura della relazione stessa in quanto: il Coach si assume non solo il carico emotivo del Cliente ma anche il dovere di farvi fronte, la relazione viene a centrarsi solo sul Coach che diviene una sorta di dispensatore di cure e, soprattutto, la responsabilità del Coachee diventa un’arma a doppio taglio, per cui, se il Cliente fa ciò che gli viene detto, qualora poi non dovesse “funzionare”, in automatico la colpa del suo fallimento ricadrebbe sul Coach medesimo.

Tentativi di delega così forti, oltre alle eventuali cariche emotive che li caratterizzano, esprimono, secondo me, la potenza dell’umana difficoltà non tanto ad accettare il cambiamento, quanto a doverlo considerare necessario per uscire a vedere il proprio problema da un altro punto di vista, pensando a mettere in pratica azioni diverse dal solito per renderlo concreto.

“Consulenziale”: con quest’ultima definizione, faccio riferimento a quelle situazioni in cui, nel corso di una sessione, il Coachee elabora un suo pensiero con la finalità di ricevere un consiglio sul da farsi; la richiesta avviene in modo sottile, si percepisce dalle parole del Cliente che il focus su di lui si sta progressivamente spostando sul Coach, per arrivare a chiedere un parere libero, “senza impegno” su quanto raccontato dal Coachee (es. “guarda, l’altra volta mi è successo un evento e mi sei subito venuto in mente; del resto, non sei mica tu quello che dice di…?”, “adesso ti racconto una cosa, poi, al di là della nostra sessione, mi dai un tuo parere, così, ma giusto come opinione personale…”, “secondo te, sul fatto di aver agito in quel modo, mi darai ragione nel definirla un’azione un po’ avventata, non credi!?”).

Si tratta di “una modalità” che noto di frequente quando il Coachee acquisisce una buona dimestichezza nel sapersi raccontare, nel prendere confidenza col proprio osservarsi e la percezione del cambiamento in essere è presente, ma necessita ancora di un “ok”, dell’approvazione del Coach che si pronunci con un “bravo, ci sei!”. Mi viene in mente l’immagine del bambino che ha da poco imparato ad andare in bicicletta, è piuttosto sicuro nel muoversi sulle due ruote, sa dove mettere i piedini e come tenere il manubrio, ma quella presenza del padre che lo sprona e gli è vicino, onde evitare qualche brutta caduta a terra, lo fa stare decisamente meglio.

Non è affatto rassicurazione, perché il Coachee sta imparando a conoscersi, a farsi domande e a rispondersi in maniera più consapevole, per cui capisce sia dove sia come sta andando, non ha bisogno di qualcuno che gli stia accanto per proteggerlo, bensì, al contrario, chiede di avere un riconoscimento formale sul fatto di avere agito o di star proseguendo sulla strada che già lui ha definito come giusta. Il Coachee sta acquisendo o ha acquisito una competenza nuova, si è aperto al cambiamento e vuole quasi condividere questo importante traguardo insieme al Coach, ma con il suo benestare.

Anche in questo caso, i rischi per il Coach di compromettere la relazione facilitante con il Coachee sono dietro l’angolo e può accadere che: la sessione perda completamente il valore di sviluppo della Persona per attestarsi su di un piano comunicativo più leggero, il Coachee cada in una forma di dipendenza nei confronti del Coach e, soprattutto, “l’approvazione” ricercata possa impropriamente giustificare la mancanza di autonomia da parte del Cliente.

Come anticipato all’inizio, l’articolo nasce sulla base dell’esperienza personale e non ha la finalità di proporre alcun tipo di modello interpretativo, bensì si tratta di una semplice chiave di lettura con cui ho ritenuto utile e possibile mappare una casistica di situazioni nelle quali ho riscontrato delle analogie ripetutesi nel tempo. Il trasferimento di quanto studiato, dall’aula al “campo”, non solo permette di prendere concreta visione di quanto si può apprendere da testi altamente professionalizzanti, ma anche di arricchire aspetti, idee e concetti finalizzati a rendere quanto più sistemica la relazione facilitante nel Coaching.

 

Federico Polidori
Training Specialist, Trainer, Life Coach
Cologno Monzese (MI)
federicom18@libero.it

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