Categoria: “Il Coachee Guerriero”: un Archetipo, la sua Forza
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“Il Coachee Guerriero”: un Archetipo, la sua Forza

Ci sono storie di Coachee che narrano d’imprese affrontate con uno spirito combattivo inusuale, generato spesso da situazioni di insofferenza o frustrazione tali da aver smosso energie profonde e inattese, dalle quali si è poi attinta la forza necessaria per superare il momento di stallo. L’immagine archetipica del Guerriero, così come modalità comportamentali ad essa collegate che ne hanno contraddistinto nei secoli e ne caratterizzano tutt’oggi la figura (anche attraverso generi come la letteratura, la storia o il cinema), appartiene al quotidiano di ogni persona che, a seconda del proprio carattere nonché storia di vita, la veste di una sua natura unica, a volte riconoscibile, altre difficilmente individuabile.

Al di là “dell’armatura” nella quale si può nascondere per proteggersi o prepararsi all’attacco, “il Coachee Guerriero” emerge spesso in quelle situazioni in cui l’entità del “problema” richiama la scelta di un’azione, o diversa dal solito o maggiormente incisiva rispetto a modalità abituali, ritenute inefficaci o “deboli” per gestire al meglio il caso. Ciò significa, da parte del Cliente, o scegliere di adottare un comportamento inusuale che in automatico lo spinga a una presa di coraggio per agire in modo differente oppure decidere di “farsi sentire”, di esprimere con maggiore forza un messaggio, una richiesta, un rifiuto: ‘[…] è la nostra energia personale, fisica e mentale, la nostra determinazione, capacità, voglia di fare, la potenza fisica e mentale. Ma anche le idee buone, generative, positive’ (Trevisani, 2014).

E questa volontà spesso deriva da un ideale, da un valore che per il Coachee è stato ingiustamente calpestato e che, proprio per l’importanza viscerale in esso contenuta, trova il desiderio, l’impeto, la voglia di esprimersi con convinzione in un modo finora solo immaginato o poco visibile alla consapevolezza personale. Il Coachee può anche fare sua una riflessione a lungo maturata, decidere di percorrere la medesima strada di sempre ma “con un’arma in più”; quindi, si prepara allo scontro, magari con insicurezza, ma pronto a mettere in atto una modalità diversa di argomentare il suo discorso di fronte a una platea difficile da convincere, di rispondere a una critica da parte di un collega, di affrontare un superiore nel corso di una riunione.

Durante una sessione di coaching, tale forza può emergere attraverso prese di posizione che precedono o accompagnano il pensiero consapevole del Coachee, orientato al desiderio di “tagliare” un traguardo personale, “vincere una battaglia” a lungo sofferta, “avanzare” con un atteggiamento bellico, comunque elaborato, forse nato dall’istinto, ma giunto all’atto pratico in una modalità “pronta all’uso”. In situazioni del genere se, da un lato, prende vita una visione della meta più chiara perché sostenuta da un focus maggiormente incisivo, dall’altro, il Coachee riesce a esprimere la sua capacità di “combattere”, non tanto per la lotta in sé, bensì in nome di un concreto principio che rispecchia la sua integrità, una sincera aderenza al valore più vivo che si rivela lo strumento adatto a “sostenere l’urto” del momento: ‘[…] la figura del Guerriero non è da cancellare o reprimere, ha una funzione utilissima, quella appunto di aggredire il problema, di aiutarci a risolverlo con efficacia, ma dobbiamo aiutarlo a dirigere la sua energia nella giusta direzione’ (D’Albertas, Vercelli, 2014).

Tale forza, oltre a fungere anche da elemento protettivo della dimensione più personale che ci appartiene, allarga i confini del Coachee, ne sposta lo spazio d’intervento al di là del campo d’azione usuale, dandogli/le la possibilità di scoprire nuove potenzialità o mettendo a frutto quelle già in suo possesso. Una delle difficoltà maggiori che ho spesso ascoltato nei racconti dei Coachee è il riuscire a stabilire “il limite” della forza da impiegare, il giusto dosaggio da utilizzare per ottenere un risultato evitando danni effettivi o collaterali. L’equilibrio tra il libero sfogo personale e un uso ragionato della forza si trova nel modo in cui “il Coachee Guerriero” ha intenzione di mettere in atto un comportamento ancora inesplorato, come si sente pronto/a ad affrontare la sua sfida, imparando che ‘[…] quanto più combatterà, tanto più fiderà in se stesso e tanto meno violento dovrà essere’ (Pearson, 1990).

Attraverso l’esperienza diretta nel quotidiano, la disciplina può essere una via percorribile per dare un metro di paragone alle proprie “incursioni guerresche” rispetto agli obiettivi prefissatisi; come magistralmente insegnano le arti marziali, è necessario esercitarsi a lungo per raggiungere standard elevati, e quindi azioni efficaci, evitando, però, di trasformare una pratica di allenamento costante nell’abitudine di doversi sempre comportare in un dato modo nel momento in cui si sviluppano determinate condizioni di “attacco e/o difesa”: ‘non c’è libertà se siete imprigionati da muri di disciplina’ (Lee, 2000).

Pertanto, il concetto di “lotta” diventa reale quando “il Coachee Guerriero” impara a capire da solo quando è il caso di “impugnare la spada” e agire con coraggio, all’interno di uno scenario in cui il Cliente stesso si legittima “ad armarsi” per far fronte a una situazione che necessita di quella capacità, allenata per esperienza diretta o con disciplina. L’esposizione frequente a contesti che richiedono azioni “combattive” individuali, in coppia o in un gruppo di lavoro, non solo permette di capire come modulare al meglio la propria “parte guerriera” ma anche di scoprire modalità relazionali diverse, da sperimentare a seconda delle variabili in essere. Per questo motivo, dal mio punto vista (sia come Coach che da progettista di giochi di ruolo), la difficoltà maggiore per il Cliente sta nella capacità d’investire o sperimentare “una parte” di Sé in un ruolo comunque coraggioso che, nel suo manifestarsi, “lasci un segno” importante o decisivo.

Sono poco incline a leggere le azioni d’impatto del “Coachee Guerriero” come spinte al superamento della debolezza o tentativi di fare qualcosa a compensazione di mancanze personali; se così fosse, il Cliente vivrebbe ancora un momento riflessivo di blocco, dove la decisione di “dare uno strappo” all’abitudine potrebbe avrebbe effetti collaterali come ricadute e/o ripensamenti ‘[…] che ci frenano e ci fanno tornare indietro, ostacolano la nostra avanzata. Per quanto illusorie o reali, queste paure ci contengono, tolgono resistenza alla nostra pulsione alla vita e assopiscono la fame di libertà’ (Trevisani, 2014).

Quando “il Coachee Guerriero” sceglie di mettersi alla prova, per quanto mi riguarda, lo fa per una convinzione personale, non tanto di riuscita bensì di consapevole attitudine “a schierare sul campo” energie e risorse funzionali al raggiungimento del suo obiettivo, sia per conquistarlo sia, soprattutto, perché pronto a “cadere e rialzarsi” laddove le condizioni lo richiedano. Si tratta di una volontà all’azione che non supera la “normale” concezione del proprio vivere bensì la riempie a tal punto da portarla a un livello più intenso di incisività ed espressione che ‘[…] possiede l’impeto dell’acqua straripante, che trascina alla deriva le rocce; questo è il potere’ (Sun Tzu, a cura di Arena, 2004).

 

Federico Polidori
Training Specialist, Role Playing Game Designer, Life Coach
Cologno Monzese (MI)
federicom18@libero.it

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