QUARTA RISTAMPA

L'Essenza del Coaching
di A. Pannitti e F. Rossi
Editore: Franco Angeli

L'Essenza del Coaching

Recensione

Famiglia Oggi N.4/2012


Presentato all'Università
"La Sapienza" - Roma


Il libro presenta in modo completo il coaching nella sua vera essenza. Punto di riferimento è il metodo che viene insegnato nelle università anglosassoni, come quella di Sidney, la prima università al mondo a inserire il coaching tra le materie accademiche.


NOVITÀ EDITORIALE

Spiritualità cristiana e Coaching
La relazione facilitante di Gesù

di N. Brescianini e A. Pannitti
Editore: La Parola


Spiritualità cristiana e Coaching

Un coinvolgente dialogo tra un Coach professionista che si interessa di spiritualità e un monaco benedettino appassionato di Coaching.


NOVITÀ EDITORIALE

Tappo a chi?!!
E se la tua crisi fosse un'opportunità?

di C. Lacchio e F. Rossi
Editore: Franco Angeli


Tappo a Chi?

“Tappo a chi?!!” è una favola motivazionale. Il tema centrale della storia narrata - con estrema delicatezza e creatività - è il cambiamento, fatto di paure, rabbia, preoccupazione, ma anche di possibili opportunità e di nuove prospettive per migliorare il proprio benessere e raggiungere la felicità.

Il coaching e la società complessa: una chiave di lettura positiva



lunedì, aprile 16th, 2012 | articolo di: admin - pubblicato in: Elaborati di fine corso
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Gli individui che vivono nelle cosiddette civiltà “occidentali” fanno parte di una struttura sociale complessa. Il sogno del benessere collettivo propagandato per decenni dalle politiche liberali ha lasciato il posto ad una realtà smarrita e un futuro precario. “Modernità liquida” è il  termine che il sociologo Zygmunt Bauman ha coniato per definire una società in cui i vincoli statali si sono allentati in favore di un mercato del lavoro più flessibile e di una classe capitalista più libera dalle strettoie della politica. Delineandosi una tale precarietà e una tale “liquidità” di vita, dove il lavoro non è più né garantito né protetto, l’individuo è chiamato ad una nuova odissea, non più epica, ma reale: partire alla ricerca di se stessi e rispondere finalmente al grande enigma del “chi sono?”. Un imperativo imposto dall’esterno poiché per sopravvivere oggi occorre reinventarsi senza nessuna garanzia sociale.

Durante tutto il corso della storia fino a qualche decennio fa il destino di ciascuno era segnato dalla famiglia di origine. Ai nostri nonni la domanda “chi sono?” era priva di senso. Solo verso la seconda metà del secolo scorso  si iniziano a delineare prospettive di vita diverse. Con l’avvento dell’era dei servizi  la mobilità sociale inizia a crescere, la professione non è più determinata dalla famiglia di provenienza ma dalla propria preparazione culturale e dalla propria libera iniziativa.  L’espansione economica e l’era dei consumi garantivano a tutti un posto nella catena di produzione e nella rete dei servizi.

Il XXI secolo ha visto crollare letteralmente il mito del posto fisso e del benessere economico basato su una cultura del consumo infinito. Quindi sprovvisti di sicurezza intergenerazionale  e di sicurezza derivante da un’economia in perenne crescita gli individui di questo nuovo assetto sociale si trovano di fronte ad uno scenario ben diverso da qualsiasi altro del passato: nessuna certezza arriva più dall’esterno. In un sistema sociale basato sulla flessibilità  il compito dell’uomo è quello di rispondere alla domanda “chi sono?”, poiché né la famiglia di origine, né il sistema economico, né la politica, né la religione, né le tradizioni  sono più in grado di offrire all’uomo la propria identità. Ma come fare quando la certezza di ciò che  si vuole diventare è ancora avvolta dai dubbi del futuro? Non sappiamo ancora che genere di società si stia delineando, una società basata tutta sui servizi mentre la manodopera è stata meccanizzata o spostata verso paesi che offrono costi più bassi e leggi sul lavoro inesistenti. L’economista Jeremy Rifkin ha coniato il termine di società post-lavoro asserendo che entro questo secolo il lavoro di massa verrà probabilmente cancellato in quasi tutte la nazioni industrializzate del mondo, ma alla domanda “Che cosa succederebbe se non ci fossero più posti di lavoro?” non si sa ancora cosa rispondere.

La nostra società è basata sulla divisione del lavoro, a partire dalle antiche civiltà tribali nel corso dei secoli si è passati ad una sempre maggiore diversificazione: quanto più una società diventa complessa tanto più la suddivisione del lavoro è capillare. Ogni individuo con la propria professione è un punto della rete sociale, ognuno di noi fornisce un servizio ad un’altra persona, ogni singola persona dà il suo contributo affinché la rete funzioni e trasmetta informazioni per il fabbisogno della vita di ognuno. L’unico problema è che la rete non è infinita, ma si avvolge attorno alla terra come una gigantesca sovrastruttura, ciò significa che aumentando le suddivisioni le maglie della rete s’infittiscono fino a creare uno stato di rigidità verso il quale non si sa trovare una soluzione poiché ci troviamo di fronte ad una problematica di ordine molto astratto: non c’è un potere da abbattere che si incarna in strutture e in ruoli ben precisi, non c’è una dittatura diretta, non c’è una tirannia visibile, ma è una condizione, un sistema che non ha volto, ma solo dinamiche! Ma dove non arriva l’uomo arrivano le leggi della fisica: se un sistema diviene troppo complesso si giunge ad una biforcazione catastrofica. Durante la biforcazione catastrofica il sistema è dominato dal caos. Nel caos generato dalla biforcazione gli aspetti casuali del sistema diventano predominanti rispetto agli aspetti deterministici; in altre parole, il futuro del sistema è determinato dal caso ed è di conseguenza teoricamente imprevedibile. Il fattore critico è l’intensità e la modalità di comunicazione fra gli elementi. Quando si arriva al famigerato punto di biforcazione, una fluttuazione imprevedibile finisce per catapultare il sistema in un nuovo assetto stabile. C’è chi vede in questa biforcazione un salto di qualità, c’è chi vede la catastrofe. Noi coach, che facciamo riferimento ad una cornice teorica basata sul pensiero positivo, abbiamo senz’altro una visione positiva del futuro e dell’immenso potenziale che la società attuale offre all’espressione individuale delle proprie capacità, nonché dell’opportunità, per la prima volta nella storia, di porsi la domanda “chi sono?” e di avere delle opzioni di risposta. Siamo costretti, volenti o nolenti, a volgerci verso la nostra “ghianda”. Mai come oggi abbiamo un così largo accesso a tanto materiale di studio, a tanti percorsi formativi, a tante occasioni di introspezione e di indagine interiore. Gli ostacoli sono molti e di natura macroambientale, ma possiamo disporre di facilitatori nel microambiente tra cui: un’ampia gamma di scelta di percorsi formativi; facile accesso ai percorsi di studio; cultura a disposizione di tutti; famiglia di origine in grado di sostenere i figli per un lungo periodo; supporto psicologico; accesso alle varie possibilità di scoperta e crescita interiore; nuova figura emergente del life-coach come catalizzatore della propria autorealizzazione.

Orientati verso un nuovo assetto sociale dove il termine “lavoro” perderà la sua accezione classica di servizio e di manodopera e acquisirà il nuovo significato di vocazione interiore, ognuno sarà chiamato a fare ciò che sa fare meglio. Per ora sembra solo uno scenario idilliaco, aspettiamo quella fluttuazione casuale che ci porterà ad un nuovo ordine societario  migliore basato su un nuovo concetto di uomo più umano e meno istintivo, sperando che la biforcazione non precipiti nella catastrofe! La società umana può impedire l’autodistruzione di se stessa solo se è disposta a sviluppare una nuova etica globale. La missione storica dei nostri tempi è ricollocare l’uomo nel suo essere “umano”. Trovare una chiave di lettura positiva in un momento critico e di svolta epocale come questo è un compito che noi coach dobbiamo impegnarci a svolgere e a divulgare con ogni mezzo possibile; per riumanizzare la società dobbiamo ripartire dalla cura di sé e del pieno sviluppo delle sei virtù. Poi su questa base sviluppare un piano d’azione che garantisca l’operatività fattuale delle proprie intenzioni. Solo l’operatività basata sulla premessa della cura di sé ci potrà fornire le numerose risposte che cerchiamo: innanzitutto alla ormai famigerata domanda “chi sono?”, poi ai dubbi del futuro e al tipo di società che si prospetta, e infine al dilemma posto da Martin Luther King: “Dobbiamo scegliere se vivere tutti assieme come fratelli o perire tutti assieme come folli”.


Aniela Corsini

anielacorsini@yahoo.it





One Response to “Il coaching e la società complessa: una chiave di lettura positiva”

  1. Aniela scrive:

    Grazie Franco e Alessandro per la pubblicazione, ne sono lusingata e onorata. Un caro saluto.

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