QUARTA RISTAMPA

L'Essenza del Coaching
di A. Pannitti e F. Rossi
Editore: Franco Angeli

L'Essenza del Coaching

Recensione

Famiglia Oggi N.4/2012


Presentato all'Università
"La Sapienza" - Roma


Il libro presenta in modo completo il coaching nella sua vera essenza. Punto di riferimento è il metodo che viene insegnato nelle università anglosassoni, come quella di Sidney, la prima università al mondo a inserire il coaching tra le materie accademiche.


NOVITÀ EDITORIALE

Spiritualità cristiana e Coaching
La relazione facilitante di Gesù

di N. Brescianini e A. Pannitti
Editore: La Parola


Spiritualità cristiana e Coaching

Un coinvolgente dialogo tra un Coach professionista che si interessa di spiritualità e un monaco benedettino appassionato di Coaching.


NOVITÀ EDITORIALE

Tappo a chi?!!
E se la tua crisi fosse un'opportunità?

di C. Lacchio e F. Rossi
Editore: Franco Angeli


Tappo a Chi?

“Tappo a chi?!!” è una favola motivazionale. Il tema centrale della storia narrata - con estrema delicatezza e creatività - è il cambiamento, fatto di paure, rabbia, preoccupazione, ma anche di possibili opportunità e di nuove prospettive per migliorare il proprio benessere e raggiungere la felicità.

IL COACHING GENERATORE DI MOBILITA’



mercoledì, aprile 27th, 2016 | articolo di: admin - pubblicato in: Elaborati di fine corso
Info utili per te
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1. INTRODUZIONE

Quale contributo posso dare al metodo di sviluppo del potenziale insito nelle persone? Questa la domanda che mi sono posto quando mi è stato chiesto di scrivere una tesina sul coaching.

Alla domanda “Chi è un coach?” i più rispondono “semplicemente un allenatore”. La risposta è in sé corretta ma si ferma alla sfera più superficiale e immediata che appartiene all’immaginario collettivo, mutuata dalla traduzione dall’inglese del verbo to coach correlando perlopiù la figura che ne deriva soprattutto all’ambito sportivo. Nei fatti il verbo to coach rimanda al significato di addestramento, del fare da tutor, di istruire e dare indizi, di preparare: il tutto rivolto a una persona o a un gruppo.

Il coaching che prende forma dal verbo to coach è qualcosa di più e di diverso: nel coaching il cliente (persona o gruppo) non acquisisce fatti dal coach, ma li attinge dal proprio interno stimolato dal coach stesso.

Nel 1974 Tim Gallwey, educatore ad Harvard e tennista esperto, identificò per primo l’essenza del coaching, che consiste nel liberare il potenziale delle persone per massimizzare le loro prestazioni in tutti i campi: nello sport, nel lavoro, nella vita.

Prendendo spunto da Gallwey, e considerando quanto approfondito durante il Corso INCOACHING, mi sono chiesto quale fosse per me l’essenza del coaching.

Quando mi trovo a descrivere l’essenza del Coaching mi rifaccio al concetto di mobilità. E’ un concetto dominante, che trova applicazione trasversale in qualsiasi situazione della vita, sia esso collegato a una persona o a un gruppo di individui che lavorano insieme in azienda.

Mobilità implica chiarezza di obiettivi, consapevolezza delle proprie potenzialità (personali o di gruppo), per ottenere responsabilmente i risultati voluti.

Partendo da qui posso dire che il ruolo del coach consiste nel facilitare la mobilità.

2. ALBERT BANDURA: L’AGENTIVITA’ (SENSO DI AUTOEFFICACIA)

Prima di fare un passo avanti fermiamoci a considerare il tratto fondamentale della teoria di Albert Bandura, psicologo canadese noto per il suo lavoro sulla teoria sociale cognitiva.

Punto cardine dell’intera sua teoria è il concetto di agentività umana (agency). L’agentività, che riguarda sia i singoli sia i gruppi, si traduce nella facoltà di generare azioni volte a raggiungere determinati obiettivi. Bandura afferma che “Se le persone non credessero di poter produrre con le loro azioni gli effetti che desiderano, avrebbero pochi stimoli ad agire. (…)”.

L’agentività umana è una caratteristica che abbiamo tutti, l’essere umano è per eccellenza agentivo. Il senso di autoefficacia corrisponde alle convinzioni circa le proprie capacità di organizzare ed eseguire le sequenze di azioni necessarie per produrre determinati risultati e raggiungere i propri obiettivi.

3. LA MOBILITA’ CAMBIA IN FUNZIONE DELL’OBIETTIVO

Prendendo spunto dalla teoria di A. Bandura ho compiuto un esperimento.

Ho coinvolto un gruppo di sei giovani che condividono un medesimo impegno in un’associazione di volontariato. L’esperimento è stato suddiviso in due parti: una individuale e una in gruppo.

Nell’ambito dell’esperimento individuale i ragazzi sono stati coinvolti uno per volta, medesimo setting: seduti in una stanza. Ad ognuno è stato chiesto di scrivere un proprio obiettivo, per il quale vengono intravisti ostacoli e difficoltà che possono interferire sul risultato finale. Al termine della personale visualizzazione dell’obiettivo è stato chiesto di alzarsi.

Poco dopo, allo stesso modo, è stato chiesto di scrivere un personale obiettivo che invece si è confidenti di poter raggiungere al di là di ostacoli e difficoltà. Al termine, come prima, è stato chiesto di alzarsi.

Nel primo caso la sensazione manifestata, pressoché medesima per tutti gli attori coinvolti, è stata: senso di immobilità correlato all’obiettivo difficilmente raggiungibile.
Nella seconda situazione ogni individuo ha manifestato le medesime sensazioni: senso di leggerezza nell’individuazione dell’obiettivo raggiungibile, velocità e fluidità nell’azione dell’alzarsi in piedi.

Nel video quanto descritto da ognuno emerge chiaramente: la facilità, la velocità del movimento e il sorriso correlati all’individuazione dell’obiettivo raggiungibile sono palesi, anche la fluidità dell’azione dello scrivere l’obiettivo maggiormente sentito è evidente.

L’esperimento è poi proseguito in gruppo.

Riuniti nella medesima stanza è stato chiesto ai ragazzi di visualizzare singolarmente un proprio obiettivo, considerando difficoltà ed ostacoli e nel contempo opportunità rispetto all’obiettivo individuale, che possono interferire o favorire sul risultato di ognuno. Anche in questo caso al temine della personale visualizzazione è stato chiesto al gruppo di alzarsi.

Ai giovani è stato infine dato un obiettivo comune correlato all’attività svolta nell’associazione. Anche in quest’ultimo caso una volta recepito l’obiettivo comune è stato chiesto loro di sollevarsi in piedi.

Ognuno è stato invitato a trasferire le proprie sensazioni legate alle due situazioni descritte e vissute in gruppo: leggerezza interiore e fluidità nell’azione di alzarsi nella situazione contraddistinta dall’obiettivo comune.

Nella registrazione la dinamica appare chiara: è evidente l’azione di tutti i membri del gruppo di sollevarsi contemporaneamente in rapporto all’obiettivo comune; al contrario, nella situazione legata alla visualizzazione dell’obiettivo personale, i ragazzi si alzano in piedi in modo disarticolato, con velocità diverse.

4. MOBILITA’ DI UNA PERSONA

La mobilità paradossalmente rimanda allo stato di immobilità, ovvero allo “stallo” mentale ed operativo in cui viene a trovarsi l’individuo che, in termini di coaching, è definito crisi di autogoverno che il coachee “vive”, quando ha un obiettivo di miglioramento/cambiamento e non sa come raggiungerlo e intravede ostacoli ed interferenze.

E’ necessario superare la crisi di autogoverno per raggiungere l’obiettivo, tuttavia è lì che il coachee continua a soffermarsi poiché, nella propria solitudine, applica schemi soliti che lo riportano automaticamente a ripercorrere medesime strade, ormai divenute solchi difficili da modificare.

C’è un’immagine che utilizzo per dare “forma” alla crisi di autogoverno e dalla quale traggo spunto per spiegare il coaching. Quando penso alla crisi di autogoverno mi viene spontaneo associarla al cubo di Rubik, a quel rompicapo a forma di cubo con sei facce, ognuna delle quali presenta nove quadratini.

La crisi di autogoverno per il coachee è il “suo” cubo di Rubik: all’inizio del percorso la crisi di autogoverno non ha soluzione per il coachee, la persona è disorientata, ha un obiettivo di miglioramento/cambiamento ma non sa come agire. La correlazione tra crisi di autogoverno e il cubo mi permette di affermare che ogni faccia appare inizialmente formata da quadratini di vari colori; nella propria crisi di autogoverno il coachee ritrova il medesimo disordine. Trovata la soluzione, quando il cubo di Rubik viene risolto, anche in parte, alcune o tutte le facce avranno tutti i nove quadratini dello stesso colore.

L’obiettivo del coaching è creare la mobilità nel coachee per permettergli di trovare la strada, la spinta ad agire, partendo da se stesso, al fine di superare la propria crisi e raggiungere così un nuovo equilibrio tra le proprie aree personali.

In tal modo si stabilisce autonomamente il percorso per arrivare all’obiettivo, come le facce del cubo che progressivamente vengono ricomposte del proprio colore.

La mobilità è per me in assoluto l’essenza del coaching: il coach nel rispetto del metodo aiuta il coachee in modo consapevole, autodeterminato e responsabile a decidere di azionare comportamenti che possono permettergli di spostarsi verso il suo futuro desiderato. Il metodo del coaching volge lo sguardo del coachee verso nuovi e diversi punti di vista. Consiste nello spostare il coachee dal pensiero logico verticale correlato all’esperienza, verso un pensiero laterale e creativo volto a produrre idee e stimoli nuovi.

La mobilità è correlata alla sensazione di leggerezza che via via prende corpo durante il cammino interiore che il coachee compie nel percorso di coaching, acquisendo consapevolezza nelle proprie potenzialità, seguendo responsabilmente un proprio piano di azione rivolto verso l’obiettivo auto-determinato.

Il riferimento all’esperimento effettuato conferma che una crisi di autogoverno incide nell’animo profondo della persona manifestandosi inconsapevolmente in atteggiamenti del corpo lenti e pesanti. Una persona che vive la propria crisi di autogoverno è una persona che non si sposta dal proprio problema, la dinamica del corpo registra il medesimo stato di immobilizzo.

Le forze positive interne favoriscono mobilità e spostamento verso il raggiungimento degli obiettivi autodeterminati. Le forze negative, di contro, limitano il coachee e portano alla chiusura, all’indisponibilità, alla paura, al giudizio e al dubbio conducendolo ad una passiva accettazione della realtà.

Nel percorso è quindi fondamentale l’individuazione delle potenzialità della persona che costituiranno le forze positive sulle quali egli farà leva per creare la sua mobilità. Le forze negative non spariranno del tutto, tuttavia il coachee imparerà a conoscerle e gestirle entrando con esse in un rapporto nuovo.

L’esperimento effettuato rende evidente che l’obiettivo, quando individuato e sentito, genera immediatamente mobilità nella persona. L’individuazione dell’obiettivo è tuttavia solo il punto di partenza. Un obiettivo chiaro è condizione necessaria ma non sufficiente al coachee per mettersi in cammino. Pur avendo messo a fuoco il proprio obiettivo, l’individuo talvolta non riesce a “spostarsi”: l’energia interna non è sprigionata ed implode nella persona rendendola immobile.

Il coach deve innanzitutto capire qual è la realtà percepita dal coachee partendo dal racconto del suo presente. Attraverso il racconto si salda l’alleanza, la relazione facilitante tra coach e coachee e all’interno di essa, quando autentica, ha inizio il percorso, il “viaggio” del coachee: il coach pone domande e riceve risposte, progressivamente il coachee, come messo in evidenza dagli autori Pannitti-Rossi, “viene stimolato a sondare nuovi e più profondi livelli di consapevolezza sia sul presente percepito sia sulle proprie potenzialità”.

Al termine il coachee identificherà, in modo autodeterminato e responsabile, la sequenza delle azioni concrete per il raggiungimento dell’obiettivo.

5. MOBILITA’ DI UN TEAM

L’esperimento fatto in gruppo, e la mia esperienza lavorativa, mi hanno fornito spunti importanti relativi alla mobilità di un team di persone coinvolte verso un medesimo obiettivo.

Appare evidente l’azione contemporanea dell’alzarsi in piedi di tutti i componenti del gruppo correlata all’obiettivo comune e sentito. E’ questa l’azione che contraddistingue un team di successo nel quale tutti i componenti sono contemporaneamente, consapevolmente e responsabilmente coinvolti nella missione del team. Gli obiettivi e i ruoli di ciascuno sono chiari, c’è un senso di interdipendenza e le strategie sono precise e condivise.

Possiamo quindi dire che la prima caratteristica del team è lo scopo, l’obiettivo da raggiungere insieme, il risultato e la performance attesa.

Caratteristica che si aggiunge allo scopo comune è anche il morale del gruppo, rappresentato, nel grado più alto, attraverso la soddisfazione di fare parte del team, la sicurezza e la soddisfazione del lavoro che viene svolto.

Come evidenziato da John Whitmore nel suo libro intitolato Coaching, “il coaching di un team, per lo svolgimento di un lavoro assegnato, si basa sugli stessi principi del coaching fatto alle persone prese singolarmente”.

E’ quindi fondamentale lavorare sulla consapevolezza collettiva del gruppo al fine di raggiungere insieme un risultato migliore. Il percorso di team coaching prevede quindi una fase iniziale di inclusione, nella quale i membri del gruppo formulano e discutono degli aspetti di forza e di debolezza correlati ad un obiettivo dato. Il coach porrà al gruppo domande necessarie per favorire il processo di consapevolezza, stimolare idee e far crescere la responsabilità di ognuno per il raggiungimento dell’obiettivo comune.

6. CONCLUSIONI

Il coaching è mobilità che genera spinta negli individui, presi individualmente o in gruppo: il viaggio del coachee si dipana in un percorso consapevole, responsabile ed autodeterminato, finalizzato a raggiungere il personale stato di eudaimonia (dal latino “eu” ovvero buono e “daimonia” ovvero demonio): quel “demone buono” capace di generare buoni frutti, raggiungere obiettivi, risultati e soddisfazione.

Il coaching crea mobilità negli individui all’interno delle sessioni di coaching e anche nel periodo che intercorre tra una sessione e l’altra. In questo tempo il coach “custodisce” il problema del coachee, non lo risolve. Ogni volta che si ritorna in sessione si riprende il viaggio, il problema viene idealmente restituito dal coach al suo coachee, così come gli era stato da lui “lasciato”. E’ da lì che il coachee ripartirà, traendo anche spunto da quanto personalmente sperimentato tra una sessione e la successiva; se vorrà imparerà a muoversi da solo trovando, partendo da sé, la traccia del suo cammino.

Il metodo del coaching è responsabilità del coach. Il coachee svilupperà, attraverso l’aiuto del coach, la sua strategia per arrivare all’obiettivo. Non importa quale sarà, ma sarà sua e unica.

 

Piero Ferrari
Responsabile Sviluppo Clienti – presso Gruppo Banco Popolare
San Giuliano Milanese (MI)
peterferrari@alice.it





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