Categoria: Il Dono – Maleficent e la favola della Bella Addormentata nel Bosco

Il Dono – Maleficent e la favola della Bella Addormentata nel Bosco

Prima di introdurre il tema di questo lavoro relativo allo sviluppo del proprio sé, attraverso un’analisi metaforica del film Maleficent, riedizione della fiaba della Bella Addormentata nel bosco di Charles Perrault, vorremmo spendere alcune parole proprio sul senso delle fiabe il cui valore capitale consiste nel detenere un messaggio “nascosto” aldilà di quello esplicito. Questo messaggio non è rivolto a un mero esercizio delle proprie facoltà cognitive bensì a una realtà più profonda e segreta, metafora del mondo interiore dell’essere umano, delle proprie virtù e degli esatti opposti.

La fiaba è tradizione, ha radici lontane e antropologicamente ci porta in una dimensione di magia e sogno nello stesso tempo. Le caratteristiche umane, gli archetipi, le virtù, i vizi, il bene, il male, tutto ciò che fa parte dell’essenza umana e divina nello stesso tempo, si ritrova nelle fiabe. Anzi proprio qui riusciamo a trovare l’umano e il divino insieme in una sorta di eterna dimensione. Ognuno di noi nasce con un dono unico dentro di sé; le varie esperienze della vita portano spesso e sovente l’umano ad allontanarsi da sé e dal proprio dono.

Il Coaching è un metodo che permette di ricondurre la persona in contatto con il proprio dono, il proprio essere, la propria unicità. Alternativamente proporrei: Il coach non fa altro che accompagnare il Coachee in questo viaggio alla scoperta del sé dormiente. In quest’ottica il Coach altro non è che un mezzo, un veicolo (la parola “Coache”, infatti, può alternativamente essere tradotta con la parola ”carrozza”), attraverso il quale si addiviene alla meta finale.
Com’è noto, la Bella Addormentata è una principessa sopita a causa di un sortilegio.

Metaforicamente la ragazza, la parte femminile, rappresenta la nostra parte “addormentata”: il l’inconscio, il luogo inaccessibile all’IO se non attraverso la via regia dei sogni, così come definita da Freud.

La parte femminile, che ognuno di noi possiede, è la parte creativa, magica, il collegamento tra terreno e divino. La impossibilità di accedere alla dimensione “magica” può provocare tensioni e disagi, la sensazione di vivere dentro di sé una spaccatura tra ciò che siamo veramente e ciò che siamo diventati. Infatti, il potere d’influenza del inconscio, nella nostra vita, è di gran lunga superiore di quello conscio.

Nel Coaching, il disagio, il malessere, l’allontanamento dalla propria unicità viene descritta come “crisi di autogoverno”.
L’essere umano sembra incapace di contattare il proprio inconscio e attingere alla sua infinita energia, che secondo Freud ha natura prettamente pulsionale e che definisce “Es” (1922) distinguendola così dal luogo del rimosso.

L’amore per se stessi e la ricerca del proprio benessere interiore è il fine ultimo del metodo del Coaching. L’attenzione al C.A.R.E.® del Coachee, l’apprendimento delle meta-potenzialità, la consapevolezza delle proprie risorse interne, sono elementi fondamentali per raggiungere vari livelli di eudaimonia, che proprio come nella storia di Perrault sembrano essere addormentati, inaccessibili, ma risvegliabili solo grazie all’accettazione incondizionata di ciò che siamo realmente; il metaforico bacio del vero amore. Se nel corso della nostra esistenza non utilizziamo il dono, la vita ci proporrà sempre le stesse esperienze fino a quando il messaggio fondamentale non sarà compreso:

“Vivere pienamente la propria unicità ed essenza senza cercare di imitare nessun altro”.

Tornando al film, Maleficent è una creatura fatata bellissima dalle grandi e possenti ali che vive in un regno pacifico formato da una rigogliosa brughiera con altri esseri fantastici e in piena armonia. Metaforicamente, l’ordine naturale rappresenta lo stato di benessere in assenza della crisi di autogoverno.
La creatura fatata conoscerà l’amore puro per un giovane contadino, la libertà dell’amore stesso ma poi sfortunatamente dovrà avere a che fare con il tradimento, il dolore, la sofferenza provocata dai sentimenti feriti. Le sue ali verranno portate via dalla cattiveria dell’uomo che tenterà anche di occupare la brughiera. Maleficent è triste, arrabbiata, ferita e decide quindi di creare sortilegi terribili e dimorare dentro la brughiera dove farà crescere intorno solo rovi e spine. La fata ha dato tutta se stessa, non mediando la sua virtù più grande: l’Umanità.

Lei non ha più le ali che le permettevano di volare e stare in connessione con la sua parte interiore. Antropologicamente, nel corso della storia, tutte le figure magiche dotate di ali rappresentano la capacità di essere psicopompe, vale a dire di poter accompagnare le anime dal regno dei vivi (il conscio) a quello inaccessibile della morte (inconscio).

Tornando all’Umanità, questa virtù, tra le sei studiate nel percorso di Coaching: Giustizia, Umanità, Virtù, Temperanza, Trascendenza e Coraggio, è quella preposta alla capacità di amare ed essere amati. Purtroppo, Maleficent usa questa virtù senza mediarla con la propria razionalità e dunque si ritrova sola e abbandonata. Si infrange il desiderio di eternità, che farà precipitare Maleficent nell’oscurità del dolore e nella sofferenza dell’abbandono.

Così un Coach, quando si trova davanti a una manifestazione di rabbia e odio verso qualcuno, il mondo o se stessi, dovrebbe domandarsi: “Quale virtù è stata contaminata?”, “Perché la persona (il Coachee) non sta usando le qualità (Virtù) a sua disposizione?”.

La formulazione di queste domande potenti rivolte a se stesso sono effettivamente una delle chiavi per aver accesso al mondo interiore del Coachee e cominciare a vedere le proprie risorse interiori.

Nel film, un personaggio importante è rappresentato dall’aiutante di Maleficent, uno strano essere di nome Fosco, che la strega ha trasformato da corvo in essere umano (per poi ritrasformarlo in qualunque essere lei voglia). La metafora anche qui è abbastanza chiara: Fosco rappresenta quella parte di Maleficent che cerca di far prendere consapevolezza alla fata della propria crudeltà, accogliendo la creatura in se stesso senza giudizio e facendole capire che può fidarsi di lui e di se stessa. Fosco è la voce interiore che di volta in volta può assumere la forma di una sensazione, di un disagio, di un pensiero e che ci ricorda che la strada che dovremmo prendere, è un’altra. Il potenziale non utilizzato diventa ostacolo, soltanto se riusciamo a trasformarlo in nostra consapevole risorsa possiamo veramente prendere il volo.

In questo senso, essendo il metodo del Coaching incentrato sul Coachee, il Coach non fa altro che permettere al cliente di guardarsi e prendere coscienza di se stesso. Il Coach, non esprimendo mai giudizi e pareri, guida il Coachee, attraverso l’utilizzo del C.A.R.E.®, gli permette di adoperare in autonomia gli strumenti necessari per essere davvero se stesso, lasciandolo solo davanti a uno specchio, sino a quando prenderà coscienza della propria unicità.
Il C.A.R.E.® è in definitiva proprio questo: il Coachee non può compiere nessun passo se prima non impara ad ascoltarsi e amarsi veramente nella costante ricerca di uno stato eudaimonico.
Il dolore di Maleficent, o meglio il suo non essere riuscita ad esercitare la virtù dell’Umanità integrandola con il suo essere, l’ha portata a una crisi di autogoverno.
Sarebbe un errore ritenere la crisi un evento anomalo o infausto.

Infatti, come sostiene il filosofo e sociologo Edgar Morin, l’organizzazione stessa genera entropia (caos) per consentire all’individuo, attraverso la crisi, di ritrovare una propria organizzazione, che non può essere uguale alla precedente ma più funzionale. Il sistema, infatti, è definito non casualmente da Morin, come una unitas multiplex, macro unità complessa, regolata da particolari modalità di rapporto del tutto e delle parti, ragion per cui, esso è, al tempo stesso, produttore di unità e diversità. Ciò che definisce il sistema è la sua organizzazione.

E’ questa che, regolando e strutturando le interazioni all’interno del sistema, forma, mantiene, protegge, regola e rigenera il sistema stesso. L’organizzazione quindi, produce ordine e disordine (entropia) ed è in rapporto continuo con l’ambiente esterno al sistema che fornisce anch’esso potenziale organizzativo e, dunque, potenziale disordine.

In questa ottica, è opportuno immaginare Aurora (figlia dell’uomo che Maleficent aveva amato e dal quale era stata abbandonata e umiliata) come un’altra rappresentazione della fata, il suo subconscio appunto, che colpito dalla maledizione, si assopisce inesorabilmente. Crescendo, la bimba conosce Maleficent e le mostra subito un grande e genuino affetto. Con il passare degli anni la strega e Aurora diventano sempre più unite in quanto la ragazza non riesce a vedere la parte cattiva di Maleficent, anzi riesce soltanto a vedere la bellezza interiore della fata aldilà del muro di rovi. Soltanto grazie a questo costante riconoscersi nell’altro, Maleficent rientra in contatto con la sua Virtù più grande: l’Umanità.

Non solo, innanzi all’azione dell’inconscio, nessun muro è abbastanza alto. Aurora non fa alcuna fatica a entrare in relazione con la fata, la quale, non può far altro che accogliere la giovane principessa.
Questa relazione tra i due “emisferi”, aiuta la strega a ritrovare la parte di sé che aveva voluto allontanare nel profondo, dentro di sé, al fine di non essere più ferita.

L’unione ritrovata accade quando la strega pone rimedio al sortilegio che lei stessa aveva voluto e che aveva portato Aurora in un sonno profondo. Soltanto Maleficent, attraverso un bacio potrà di nuovo svegliare la ragazza, il bacio del vero amore: quello materno. Non casualmente il film lascia intendere questo rapporto materno tra Aurora e la fata, come quasi a volerci suggerire che effettivamente Aurora, è stata creata da Maleficent. La fata avendo integrato le sue parti, ora può riavere le sue bellissime ali, e dunque passare da un piano d’esistenza all’altro: subconscio e inconscio.
Per concludere, ancora una volta, è opportuno soffermarsi sulle opportunità date dalla crisi. Uno dei padri spirituali del Coaching, Martin Seligman, il quale, nel 1960, tramite un esperimento, verificò quanto il dolore e la sofferenza, se non compresi e di conseguenza superati, possono generare stati permanenti dai quali non riusciamo più a uscire, incapaci di individuare altre possibilità, ritenendo quello che abbiamo appreso in circostanze di sofferenza come unica realtà possibile (impotenza appresa).

L’impotenza appresa si riferisce alla situazione in cui apprendiamo che non può essere fatto nulla per controllare o migliorare una data situazione, per cui tendiamo a non provarci nemmeno.

Non volendo soffermarci sulle teorizzazioni di John Bowlby, relative ai modelli operativi interni e gli stili di attaccamento per completare il discorso, abbiamo citato questo esperimento non casualmente: la ricerca delle proprie Virtù, l’accesso al potenziale non espresso nel subconscio, può essere compiuto solo in una condizione di salute psichica che non superi una certa soglia di disfunzionalità.

Privata di questo suo dono, Maleficent, ormai completamente sfiduciata, trasforma la Virtù dell’Umanità nel suo opposto e se stessa in una strega malvagia. L’amore per gli altri diventa cieco egoismo; un muro per evitare di essere ancora ferita. Gli antichi parlavano di Eros, l’amore carnale, e di Thanatos, la distruzione, il suo esatto opposto, come se fossero facce della stessa medaglia.

Anche lo scienziato John Newland, precursore dell’inventore della tavola periodica, Mendeleev, formulò la Legge delle Ottave: secondo tale formulazione quando gli elementi vengono posti secondo massa atomica crescente, ogni otto elementi si presenta un’analogia di proprietà chimiche e fisiche, sostenendo che l’ottavo elemento era una specie di ripetizione del primo, analogamente a quanto si verifica per l’ottava nota della scala musicale. Quindi per la Legge delle Ottave, la virtù dell’Umanità, la capacità di amare gli altri, diventa odio per gli altri e amore solo per se stessi. Volendo essere più chiari: sia l’amore per gli altri, che l’amore egoistico per se stessi, presentano l’esercizio della stessa Virtù: l’amore, ma qualitativamente il primo è puro, il secondo invece è la risultante di una difesa psicologica disfunzionale.

L’obiettivo del Coach è condurre il Coachee, attraverso gli strumenti messi a disposizione e secondo i valori espressi dalla carta etica, verso la consapevolezza che la propria felicità è un obiettivo da perseguire sempre. Il Coach sa che, quando non può gestire le disfunzionalità del Coachee, troppo radicate e profonde, deve delegare ad altri professionisti la ricerca di una soluzione.
Per concludere, Maleficent potrà di nuovo essere la creatura fatata e magica dotata di ali quando riuscirà a ritrovare la propria unità, il proprio dono che ognuno di noi riceve alla nascita. Il femminile che è dentro di noi, la parte creativa, ha un ruolo fondamentale per uno sviluppo sano ed equilibrato sempre rivolto alla eudaimonia.
Il più grande stratega militare di tutti i tempi, Sun Tzu diceva:

“Se conosci il tuo nemico e te stesso,
nemmeno in cento battaglie ti troverai in pericolo.
Se non conosci il nemico ma conosci te stesso,
le possibilità di vittoria sono pari a quelle di sconfitta.
Se non conosci né il nemico né te stesso,
ogni battaglia significherà per te sconfitta certa”.

 

Manuel Marco Mancini 
Professional Coach
Roma

Maria Cecilia Miozzi
Healthcare Coach, Professional Life Coach
Roma
miocecil@gmail.com

Valerio Olivari
Professional Coach
Roma

BIBLIOGRAFIA
Sigmund Freud, L’interpretazione dei sogni,1973 Editore Boringhieri s.p.a
A.Pannitti, F.Rossi, L’essenza del Coaching, 2016 Franco Angeli Editore
Sigmund Freud, L’io e L’es, 1922.
M.Recalcati, Non è più come prima, 2014, Raffaello Cortina Editore.
Edgar Morin, Il metodo. Ordine, disordine, organizzazione, 1997, la Feltrinelli.
Sun Tzu, L’arte della guerra, cap. 3, la Feltrinelli.
A.Laudadio, S.Mancuso, Manuale di Psicologia Positiva, Franco Angeli Editori, pag.34.

*Nota: Il concetto del C.A.R.E.®  è di proprietà intellettuale della Scuola INCOACHING®.

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