Categoria: La metafora dell’albero come strumento di consapevolezza

La metafora dell’albero come strumento di consapevolezza

Nella tesina a conclusione del percorso di Incoaching ho proposto uno strumento di lavoro per potenziare la consapevolezza, una delle 4 competenze chiave del C.A.R.E.®. Tale strumento si basa sulla metafora dell’albero per esplorare le potenzialità interne, le risorse dell’ambiente esterno, le condizioni in cui opera il nostro coachee e le sue fondamenta, le radici su cui si è costruita la sua identità. Questa metafora articolata non ha la pretesa di essere valida per tutti, in ogni situazione: potrebbe essere semplicemente una possibilità in più nella cassetta degli attrezzi del coach che volesse utilizzarlo.

 

La cornice teorica

1. L’epoché
L’epoché è la cornice in cui si inquadra l’esercizio, e più in generale, il metodo del coaching.
Il concetto filosofico di “epoché” è di origine scettica, e significa “sospensione dell’assenso”. Nel Novecento viene ripreso da Husserl, fondatore del pensiero fenomenologico, e indicato come quella capacità di sospensione del giudizio, di “messa tra parentesi del mondo”, di non preoccupazione. In questo modo, il pensatore si libera dalla preoccupazione del giudizio, e “diventa spettatore disinteressato di se stesso, e dà inizio alla autentica riflessione filosofica”.

L’oggetto dell’epoché, in entrambe le filosofie, quella scettica e quella fenomenologica, si applica in primis al mondo esterno, considerato in ultimo non del tutto conoscibile. In questo senso, il concetto dell’epoché può ricollegarsi anche ad un altro concetto filosofico di origine socratica che è il “so di non sapere”. Nel momento in cui accetto che non potrò cogliere del tutto l’essenza del mondo esterno, allora potrò affidarmi alla sospensione del giudizio sull’esistenza delle cose e darmi l’opportunità di approcciarmi al mondo con occhi nuovi. La sospensione del giudizio permette quindi di mettersi in relazione col mondo per come esso si offre ai nostri sensi, alla nostra percezione, al nostro accoglierlo con sguardo intenzionato. Permette un ascolto attivo e creativo per il pensatore, che si pone in modo nuovo e aperto verso fenomeni che precedentemente aveva sempre visto con gli stessi occhi e che ora ha la possibilità di osservare con una visione nuova.

La nuova visione non si applica solo al mondo esterno, ma anche alla relazione tra il pensatore e il mondo: il filosofo osserva in modo nuovo anche se stesso e la percezione che ha del mondo. La sospensione del giudizio apre perciò possibilità: di visione, di interpretazione, di pensiero su se stessi e sulla propria relazione col mondo.

Così come i filosofi applicano l’epoché ai fenomeni del mondo, alla relazione con esso e alla percezione di se stessi, il metodo del coaching utilizza l’epoché per creare una relazione possibilitante. Nel caso del coaching quindi, l’epoché si applica verso:

  • il coachee: la sua persona, la sua situazione e il racconto che ne fa, in modo da accoglierlo e non giudicarlo;
  • il coach stesso e il modo in cui sta nella relazione, osservando con “occhio esterno”cosa sente e cosa prova nella relazione di coaching;
  • la relazione, in quanto il coach è responsabile del processo e della relazione.

Con queste tre linee guida, il coach ha modo di costruire la relazione facilitante e di cercare di stare nel rapporto “io ok – tu ok” del modello transazionale di Berne.

Come sappiamo, l’assenza di giudizio è uno dei fondamenti del coaching. Sin dall’inizio del processo, quando un coachee si presenta al coach, quest’ultimo deve accoglierlo e sospendere il proprio giudizio per costruire una relazione facilitante di accoglienza. L’accoglienza e la sospensione del giudizio sono inoltre necessari per l’apertura, per costruire la fiducia necessaria e sono fondamentali per il riconoscimento, inteso come capacità di accettare la persona che abbiamo davanti e riconoscerla come unica, degna di valore e ricca di potenzialità.

L’epoché è inoltre possibilitante, perché dà spazio al coachee di intravedere nuove aperture, nuove visioni, lavorando sull’oggettivazione, sulla verbalizzazione e sul superamento di alcuni bias cognitivi o di convinzioni radicate. Un altro aspetto dell’epoché, nella sospensione del giudizio, è infatti quello di presentare una visione della situazione che si sta prendendo in considerazione, non soggettiva, ma più oggettiva possibile, come una fotografia. Questo punto è particolarmente importante nel nostro caso – l’utilizzo dello strumento metaforico dell’albero – poiché lo strumento permette al coachee di avere una visione oggettiva e complessiva di tutti gli elementi non solo del suo ambiente interno, ma anche del suo ambiente esterno, cioè quelli che si muovono intorno ad esso, nell’ecosistema in cui l’albero vive.

2. La teoria della ghianda di Hillman
Secondo la teoria della ghianda di Hillman, partendo dal proprio seme, ognuno di noi ha la possibilità di seguire il suo daimon e diventare ciò che è, esprimendo al massimo le sue potenzialità, diventando ciò che già è in potenza ma non ancora in atto. A partire dal seme, l’albero è ciò che meglio incarna la crescita del coachee all’interno del percorso, lo sviluppo delle sue potenzialità, grazie alle risorse interne, esterne ed al tempo.

Attraverso la scelta del seme e la definizione delle proprie radici, il coachee ha la possibilità di enucleare alcune delle fondamenta della sua identità. Una volta identificati i pilastri profondi e solidi della propria personalità, il coachee potrà poi orientare le sue linee di sviluppo e i suoi obiettivi. La ghianda, l’immagine che noi abbiamo del nostro seme, del nostro nucleo fondante, racchiude le potenzialità che abbiamo per mettere in atto quella tensione che ci permette di seguire il percorso corrispondente alla nostra immagine maturata.

Solo attraverso un cammino intenzionale, di consapevolezza e di sviluppo, si può arrivare a delineare veramente la nostra forma di albero maturo in un preciso momento. Lo strumento metaforico favorisce questa oggettivazione. Un bell’esempio di presa di consapevolezza della propria identità, attraverso un’immagine esterna oggettivata, è la protagonista Joe di Nymphomaniac. Nel finale del film Joe trova, in una sorta di epifania, l’albero che la rappresenta e che ha cercato per tutta la vita, stimolata da suo padre. Riesce a trovare l’albero solo al termine del suo percorso di presa di coscienza, condotto in parte da sola e in parte con (e attraverso) lo specchio del co-protagonista Seligman.

3. Lo sviluppo del C.A.R.E.®
Attraverso questo strumento metaforico, è possibile allenare le quattro metapotenzialità del coachee: la consapevolezza, l’autodeterminazione, la responsabilità e l’eudaimonia, con particolare attenzione allo sviluppo della prima. La consapevolezza è una delle componenti fondamentali dell’autorealizzazione, poiché non è sufficiente avere in se stessi le potenzialità giuste per perseguire il nostro destino e portare a compimento l’immagine daimonica che abbiamo di noi stessi. Tra gli altri elementi del percorso di crescita, è necessario anche essere consapevoli delle proprie potenzialità.

Abbiamo parlato nel primo paragrafo di “intenzionalità dello sguardo” nel processo di sospensione del giudizio: la consapevolezza ritorna come “via maestra (…) che si allena innanzitutto intraprendendo un cammino intenzionale”. Come l’epoché è “un’esperienza della coscienza caratterizzata da un atteggiamento aperto e non giudicante, il cui stato non è caratterizzato da schemi, filtri, aspettative”. La consapevolezza non è quindi semplicemente un processo che deriva da un’epifania o da un’illuminazione, ma da un direzionare lo sguardo intenzionalmente verso l’oggetto della ricerca. Nel processo di coaching infatti, è il coachee che chiede al coach di intraprendere il percorso: è la ricerca che lo mette in azione.

Attraverso la metafora dell’albero, il coachee può esteriorizzare ciò che sente e pensa in un’immagine metaforica e sviluppare una visione oggettiva della situazione che sta vivendo, potenziando quindi la propria consapevolezza.
Cavalcando la metafora, in funzione dell’autodeterminazione, il coachee può poi decidere che tipo di albero essere, come e dove crescere, di quali risorse interne ed esterne si gioverà per raggiungere i suo obiettivi e il suo sviluppo. Giocando e spingendo un po’ più in là la fantasia, possiamo anche pensare che questo albero sia magico, non per forza ancorato al terreno come potrebbe esserlo in senso strettamente biologico, ma che possa invece spostarsi nel momento in cui vuole autodeterminarsi in un altro luogo, oppure parlare e interagire attivamente con gli elementi circostanti, come se fosse vivo.
Il processo di crescita dell’albero è un processo di evoluzione intenzionale e in quanto tale è caratterizzato dalla responsabilità. Essendo al centro del nostro quadro metaforico, l’albero-coachee autodermina il suo percorso di sviluppo ed è responsabile dell’evoluzione e dei cambiamenti che avvengono, nonché delle risposte che è in grado di dare.
Infine l’eudaimonia, questo termine che rievoca la tensione verso l’autorealizzazione, centra a pieno il diventare ciò che si è in potenza sin dalle origini, attraverso la persecuzione del proprio bene. Nulla di più vicino alla metafora del seme e dell’albero, utilizzata infatti da James Hillman per la sua teoria della ghianda.

4. L’ecosistema
Per “diventare ciò che siamo”, non è sufficiente esserlo in potenza o esserne consapevoli o desiderarlo. Come ha ben evidenziato Albert Bandura, uno dei fattori determinanti per l’efficacia dell’azione e il perseguimento del nostro obiettivo è l’ambiente circostante. Non sempre l’ecosistema in cui viviamo, inteso come insieme del contesto in cui vive e opera il coachee e delle relazioni che instaura con gli altri soggetti agenti in tale contesto, è funzionale al nostro percorso di sviluppo. Tutti noi siamo inseriti all’interno di un preciso ambiente, che influisce in modo funzionale o disfunzionale sul raggiungimento dei nostri obiettivi (SMARTER).
Attraverso la metafora dell’albero, il coachee può ben fotografare l’habitat in cui è immerso, individuandone le risorse e gli ostacoli. Un ulteriore passaggio, focalizzandosi sul processo di sviluppo, potrebbe essere quello di chiedersi: il nostro sviluppo è ecologico? È in linea con l’ambiente circostante? Come influiamo sul contesto?

5. Il pensiero laterale
Uno degli strumenti fondamentali del coaching è quello dell’utilizzo del pensiero laterale per scardinare schemi prefissati e convinzioni del coachee.
Con la metafora dell’albero, stiamo lavorando sulla fantasia, la creatività, la connessione di linguaggi e mondi differenti. Come insegna Edward De Bono, in questo modo possiamo stimolare il pensiero laterale e aprire lo sguardo del coachee a nuove prospettive e nuove chiavi di lettura. La metafora, il lavoro per immagini, entra nel processo di oggettivazione apportando uno sguardo possibilitante e creativo. Utilizzare il pensiero laterale permette al coachee di creare nuove connessioni, che non sono necessariamente “giuste” in termini logico-sequenziali, ma che possono “perturbare un modello in misura tale da riformarlo in un modo nuovo”, esplorando spazi irrazionali, emotivi, più nascosti e remoti della nostra coscienza.

6. Le domande
Le domande sono lo strumento essenziale del metodo di coaching e servono per creare profondità di pensiero e per dare la possibilità a nuovi punti di vista di emergere. Per questo motivo, anche la metafora dell’albero si servirà delle domande per essere efficace. Le domande, all’interno dell’esercizio, potranno essere:

  • esplorative, per capire dove si trova il coachee e raccogliere dati e informazioni;
  • “potenti” per far prendere al coachee maggior consapevolezza e far scendere la riflessione più in profondità;
  • di stimolazione del pensiero creativo.

 

Lo svolgimento dell’esercizio

Questa metafora si può proporre come esercizio di consapevolezza. L’esercizio si può svolgere mentalmente, ma diventa più efficace se condotto attraverso un disegno o una mappa concettuale. In questo modo l’esteriorizzazione e l’oggettivazione saranno più efficaci e il coachee potrà avere una rappresentazione (foto)grafica e oggettiva di ciò che ha pensato, creato e portato fuori di sé.
Si può iniziare chiedendo al coachee in che tipo di albero si identifica, qual è il suo seme. Nel caso il coachee non abbia presente ciò che lo rappresenta o non ce l’abbia ancora chiaro, si può lasciare in sospeso questa punto e passare ad un altro tipo di esplorazione del presente percepito.

Col proseguire del discorso metaforico, si andrà a costruire poi il setting, ovvero l’ecosistema in cui è inserito il coachee. Si indagheranno poi gli ostacoli e le risorse dell’ambiente esterno, ma anche dell’ambiente interno, che potrebbe ad esempio essere rappresentato dalla linfa della pianta.

Una volta indagato il presente percepito, si può chiedere al coachee quale sia il suo orizzonte di sviluppo e quali elementi, sia interni che esterni a lui, sono funzionali/disfunzionali al raggiungimento del suo obiettivo.

Questo strumento può essere sottoposto al coachee:

  • in fase iniziale, andando a costruire il mondo metaforico piano piano;
  • in itinere, per fissare ad un certo punto del percorso dove si è arrivati;
  •  in conclusione del percorso, per tirare le somme su ciò che si è fatto e accrescere ancora di più la propria consapevolezza.

Di seguito proponiamo alcune domande che possono fare da guida all’interno della metafora:

  • Su cosa si fonda la sua identità? Quali sono le sue radici?
  • La linfa: quali sono le sue risorse interne? Su cosa può fare affidamento come risorse interne, come linfa vitale?
  • I rami: quali sono le sue potenzialità? Verso quali linee di sviluppo si sente di poter crescere?
  • Dove si trova quest’albero? In una foresta? In un bosco? O da solo in campagna? Cosa significa l’ambiente che lo circonda?
  • Quali sono le risorse esterne che lo aiutano? E quali sono invece gli ostacoli che incontrerà nello sviluppo della sua espressione?
  • Qual è l’obiettivo di crescita che si pone? Vuole fare dei fiori o dei frutti? Cosa rappresentano questi elementi, questi obiettivi?
  • Poniamo che l’albero sia magico: una volta raggiunti o meno i suoi obiettivi, può alzarsi dal suo terreno e spostarsi. Vorresti farlo?

 

Martina Galasso
Training specialist, Professional Coach presso TrainerMKT
Milano
martina.galasso@gmail.com

 

Riferimenti bibliografici
Enciclopedia Treccani, http://www.treccani.it/enciclopedia/epoche/.
Nymphomaniac, Voume 1 e 2, Lars Von Trier, 2013, 2014. Per la scena dell’epifania di Joe che trova il suo albero: https://www.youtube.com/watch?v=83YBgMGpmTI.
Il Coaching Evolutivo® e il modello C.A.R.E.®, F. Rossi e A. Pannitti, www.incoaching.it, pag. 2.
L’essenza del coaching. Il metodo per scoprire le potenzialità e sviluppare l’eccellenza, A. Pannitti, F, Rossi, pag. 126, Ed. Franco Angeli.
Creatività e pensiero laterale, E. De Bono

 

*Nota: Il modello C.A.R.E.®  e il concetto delle Meta-potenzialità umane riportati in questo articolo sono di proprietà intellettuale della Scuola INCOACHING®.

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