Categoria: L’osservazione del film “Il discorso del Re” e la mia riflessione sul metodo del Coaching

L’osservazione del film “Il discorso del Re” e la mia riflessione sul metodo del Coaching

Premessa
Scopo di questo lavoro è indagare, attraverso l’osservazione del film “Il Discorso del RE”, l’intero processo di Coaching.
La storia narrata, che è indubbiamente la storia dell’uomo che è diventato re Giorgio VI d’Inghilterra, viene da me utilizzata come espediente di analisi poiché rimanda, nell’essenza della relazione primaria tra due protagonisti, anche ad una storia di Coaching, alla possibilità di individuarne le caratteristiche fondamentali per come esse vengono applicate o per come, proprio perché non applicate, evidenziano la frattura della relazione efficace e funzionale alla realizzazione del Coaching.
Afflitto da una fastidiosa balbuzie, Giorgio VI si affida alle cure di un terapeuta esperto nei problemi del linguaggio. Con l’ausilio di una serie di tecniche seppur poco ortodosse e come risultato del rapporto che s’instaura fra il logopedista Lionel Logue e il futuro sovrano, questi riesce a ritrovare la “sua” voce e, dopo l’abdicazione del fratello Edoardo VIII, supera una prima forte riluttanza per accettare in fine la corona di sovrano con lo slancio necessario per guidare il Paese attraverso i tragici anni della Seconda guerra mondiale.

 

Le resistenze interne
Sebbene nella storia narrata la domanda di coaching sottenda una vera e propria necessità, quella del superamento della balbuzie, esiste fin dall’inizio un forte rimando alle convinzioni limitanti e depotenzianti del principe.
“Aspettando che sia io a cominciare una conversazione si rischia di aspettare abbastanza a lungo”: attraverso una generalizzazione sulla selezione dei fatti, Albert rafforza la sua convinzione autolimitante confermando la propria incapacità a reagire e a cambiare lo stato delle cose.
Il termine “crisi”, di derivazione greca (κρίσις), in origine indicava il verbo utilizzato in riferimento alla trebbiatura, cioè all’attività di separazione. Da qui derivò tanto il primo significato di “separare”, quanto quello traslato di “scegliere”. Troviamo così in successione: “scelta”, “giudizio”, inteso anche come “capacità di giudizio”, “discernimento”, “interpretazione”.

Scelgo questo significato del temine “crisi” proprio allo scopo di introdurre l’uso della metafora cinematografica con cui il Principe Albert affronta la sua crisi di autogoverno accogliendo l’invito di Logue a leggere ad alta voce un passo letterario.
Magistrale la scelta del Coach, appassionato di letteratura Shakespeariana, di fargli leggere il celebre brano dell’Amleto ma ancor più efficace la scelta del sottofondo musicale della 7° di Beethoven. La scelta del genio della musica afflitto da una grave menomazione uditiva lo rende metafora di ciò che il Coach deve fare con il suo Coachee, ovvero condurlo all’accettazione di sé e renderlo, contestualmente, consapevole delle proprie potenzialità personali, quelle conosciute così come quelle mai esplorate affinché, con l’allenamento, possano essere trasformate in nuove competenze, rileggendo il peso delle limitazioni personali.
Seppur scettico e infastidito, il Coachee si cimenta nella lettura mentre Logue ne registra la voce. Poi, spazientito, interrompe anzitempo la seduta e se ne va, accettando però di portare con sé la registrazione appena eseguita.

 

Essere o non essere: la crisi di autogoverno
Essere o non essere…. Il bisogno, la necessità di operare un cambiamento può sorgere in risposta ad una situazione di “crisi”. Nel linguaggio comune infatti il termine “crisi” assume, quasi esclusivamente un connotato negativo ed è spesso associata ad una condizione patologica. Secondo il dizionario DeAgostini, la parola “crisi” si riferisce a una “improvvisa modificazione, in meglio o in peggio, di stati morbosi (…) stato di perturbazione e di difficoltà più o meno grave, che interessa un individuo, una collettività, uno stato di cose, ecc. (…)”.
Eppure, come detto, la “crisi” può avere anche una connotazione positiva nel momento in cui promuove una riorganizzazione complessiva nel soggetto, nel suo modo di vivere, nell’ambiente che lo circonda, nei sistemi cui appartiene in una separazione tra ciò che desidera e ciò che non desidera.

Nella sua crisi di autogoverno, rappresentata dall’incapacità di condurre un discorso pubblico, il Coachee si trova lungi dal raggiungimento del suo FLOW in quanto in ogni occasione sia reale sia potenziale, il suo basso livello di capacità contrasta con l’elevato livello di sfida generando così stati d’ansia.
Solo in un secondo tempo, dopo avere ascoltato il disco – in cui scopre inaspettatamente di aver declamato il brano dell’Amleto in modo fluente – il Principe accetta di iniziare il percorso innescando un meccanismo di fiducia e costruttività. Stavolta Bertie dice: “Sono disposto a lavorare sodo, voi siete disposto a fare la vostra parte?”.
Il coach ha condotto il suo coachee alla consapevolezza che i suoi comportamenti sono influenzati da un processo di inferenza: il percorso di Coaching del Principe Albert è quindi iniziato e possiamo assistere al meta livello di ristrutturazione poiché Albert acquisisce conoscenze, e in seguito convinzioni, appartenenti ad una nuova lettura della realtà.

 

La motivazione
Fin quando l’obiettivo è imposto dal Coach, oppure proposto da altri come all’inizio di questo percorso, rischia già per sua natura di determinare il fallimento dell’intero processo. Se l’obiettivo vuole avere la funzione di attivatore motivazionale della persona deve poter rispondere a pieno, senza se e senza ma, alle reali e personali aspettative del Coachee e alla sua integrità verso una scelta autonoma.
Ecco perché nella storia del nostro protagonista, il livello di motivazione passa da differenti step, tutti decisivi ed evolutivi.

Il primo quando, dopo l’ascolto del disco inciso, Albert si reca da Lionel per affrontare il primo obiettivo di Executive Coaching “affrontare la balbuzie”. Lionel aveva affermato, sia alla duchessa sia a Bertie, di essere sicuro del suo metodo con un bemolle importante: “Sono molto sicuro di chiunque voglia essere curato”. Dove la scelta del verbo “Volere” indica pienamente il concetto di motivazione, dal latino motus, che sta ad esprimere il movimento verso un oggetto che viene valutato positivamente in quanto capace di soddisfare un bisogno e quindi degno di interesse, altro bemolle di Lionel posto sulla risposta data alla domanda del principe “Non cominciate a trattarmi, dottore?” chiede, “Solo se lei vuole essere trattato”.

Il secondo avviene verso la metà del film. Quando, per raggiungere lo studio di Lionel il Coachee scenderà con l’ascensore, in una simbologia che sottende la direzione verso l’interno, mettendo in evidenza una prima motivazione probabilmente inconscia di voler entrare nel problema che lo affligge. Albert si reca da Lionel con una nuova consapevolezza, un nuovo “motus”. In questo caso, gli argomenti seguono una logica funzionale e il flusso della comunicazione è finalmente tutto nelle mani del Coachee.

Il terzo momento viene identificato al momento della preparazione all’incoronazione in cui Albert grida “Ho diritto di essere ascoltato” in un climax emotivo che rappresenta molto di più di ciò che avviene in quel frangente: è l’acme del processo stesso.
Ogni volta invece che Lionel impone al suo cliente un modus e non si attiene all’uso di rimandi o domande a spirale, il Coachee si chiude in totale opposizione sentendo che la motivazione alla sperimentazione di un metodo, per esempio il canto, diventa un esercizio di stile che cerca conferme delle teorie per il logopedista e non già una centratura sul Coachee.

 

Il pensiero laterale e l’inaudito
E’ l’inaudito che traccia il solco della profondità e definisce, più di ogni altra cosa, che si tratta di una relazione di Coaching: inaudito agg. [dal lat. inauditus]. – 1. (lett., non com.) [di cui non si è mai udito parlare]. 2.(estens.) [che è fuori dalla norma per eccezionalità, spec. in senso negativo: un fatto i.] ≈ eccezionale, formidabile, inconcepibile, incredibile, straordinario, unico. ↓ inconsueto, insolito, singolare. ↔ ovvio, risaputo.
Tutto questo insieme di significati e significanti rappresenta il cuore: il Coach indossa i suoi “occhiali” e guarda, guarda e ascolta al di là della norma; consente, promuove e libera fino a far emergere l’inaudito… ciò che nessuno hai mai udito: un vocabolario inaudito per un principe, le parole che diventano fluenti certo, ma anche e soprattutto, in quel setting che si fa via via più caloroso e nella sicurezza della relazione, l’inaudito dei contenuti con la funzione di scaricare le emozioni, le paure, i disagi, le angosce.

Il rapporto tra Lionel e Bertie si fa sempre più stretto e confidenziale e Logue restituisce, aiutato da una brillante sequenza di domande efficaci, le radici psicologiche del problema del Principe. La spinta positiva crea quindi le condizioni per un lavoro di esplorazione più profonda: riemergono episodi personali, legati all’infanzia e all’adolescenza di Bertie, dai quali il logopedista intuisce l’origine della balbuzie.
L’ascolto attivo dimostra tutta la capacità di concentrarsi completamente su ciò che il cliente sta dicendo e non sta dicendo, di comprendere il significato di ciò che viene detto nel contesto dei suoi desideri e di sostenere l’espressione di sé.
Viene messo in atto un processo di miglioramento pratico attraverso azioni concrete e obiettivi a breve termine la cui realizzazione genera nel principe un incremento della fiducia in sé grazie ad un lento ma costante miglioramento del presente percepito e di maggior senso di autoefficacia. Un lavoro fatto in primo luogo sulla sua autoefficacia e di conseguenza sull’autorealizzazione ci porta a sentire parlare della “MIA VOCE” come l’insight di un processo che certamente conduce al potenziamento dell’autostima.

Il Coach smotta le convinzioni autolimitanti e toglie quelle etichette e giudizi che causano un senso di inadeguatezza al Principe Albert.
Il discorso narrativo diviene utile al motus quando il Coach, in una relazione facilitante crescente porta il Coachee ad una costruzione fenomenica, strutturata, emozionale e personale. Con questa basi egli prende consapevolezza delle origini dell’handicap e risvegliando risorse interiori, il futuro Re libera finalmente la propria personalità e con il continuo esercizio, anche molto creativo, riesce a tenere un primo discorso pubblico.
Lionel lavora da Coach mettendo in evidenza proprio la capacità di liberare il suo Coachee da convinzioni, abitudini, giudizi che ne limitano la capacità di miglioramento e in parallelo interviene per rinnovare e far emergere risorse nascoste atte a ristabilire la fiducia nelle proprie capacità.

 

Cenni dalla Psicologia Transazionale
E’ in seguito ai primi successi, prefigurando le potenzialità del suo cliente e vedendole già realizzate nel futuro che si incrina per la prima volta la relazione di Coaching, perché si infrange il cristallo della simmetria e i due si ritrovano in una relazione UP/DOWN.
Logue è convinto che il Principe potrebbe essere un ottimo Re, probabilmente ha decisamente ragione, ma non si è accorto dell’errore: un buon Coach non deve interpretare, bensì stare con le emozioni del cliente, aprirsi a quello che succede durante la sessione, senza mai sovrapporsi. Né tanto meno sostituirsi. L’entusiasmo di Lionel e la fiducia nel suo cliente lo fanno insistere troppo sul prospettargli la successione al padre, qualora il fratello maggiore abdicasse.
In questo caso ci troviamo di fronte ad una “interpretazione predefinita” attivata dal pensiero precostituito del Coach che, sovrapponendosi a quello del Coachee, perde il senso più profondo del disorientamento che riuscirà a recuperare solo dopo un processo di consapevolezza (“potrei aver oltrepassato il limite”) che gli dà la spinta per ristabilire la relazione.

E’ una relazione IO SONO OK (Logue) – TU NON SEI OK (Albert) che scaturisce in una reazione di rabbia: Bertie reagisce con fastidio a quello che ritiene un eccesso di confidenza e tronca il rapporto con lui.
Ancora durante i preparativi per la cerimonia di incoronazione all’Abbazia di Westminster ci troviamo di fronte alla seconda rottura del rapporto di Coaching. In questa occasione il Re scopre che Logue non è un vero medico, ma un attore fallito e lo affronta. La dinamica relazionale tra i due diventa improvvisamente asimmetrica, e ci riporta in uno schema già visto dove IO SONO OK (Albert) TU NON SEI OK (Logue) incrina nuovamente tutta la relazione.
L’abilità qui è tutta del Coach che, attraverso la provocazione e il paradosso della catastrofe strategica, riesce a ristabilire il clima di fiducia ma soprattutto porta il principe a prendere totale consapevolezza del suo potenziale. E’ ancora l’inaudito che si ode e che porta ad un nuovo “motus”.
Ancora una scala di inferenza sezionata e ricomposta con un ordine non più limitante bensì supportivo.
Nella preparazione della cerimonia, prima di arrivare al piano d’azione concreto e attivo, che immaginiamo sia fatto di prove più o meno tecniche, il Coach accompagna il proprio Coachee alla visualizzazione del futuro desiderato.

Così, anche al momento della dichiarazione di guerra alla Germania del 1939, l’oramai incoronato Giorgio VI convoca Logue a Buckingham Palace per preparare il discorso alla nazione da trasmettere via radio. Nonostante la difficoltà del momento e la grande emozione, Logue favorisce il CARE® del Re e gli rimane a fianco durante la lettura del discorso, accompagnandolo con gesti ritmici e aiutandolo con lo sguardo a mettere in pratica le tecniche imparate.
La II Guerra Mondiale è una minaccia imminente e l’Inghilterra ha disperatamente bisogno di raccogliersi intorno a un leader, così Albert non scrive un discorso che qualcun altro declamerà salvaguardando, con un eloquio sciolto, il contenuto politico ma rischiando di non essere credibile, lo scriverà e lo declamerà egli stesso nella piena consapevolezza del ruolo, della responsabilità ma anche e soprattutto della sua potenzialità di uomo di Stato.
E’ un discorso appassionato, dove emergono la forza, il coraggio e tutte le qualità umane di questo Re, preoccupato e vicino affettivamente al suo popolo.

Torna il concetto di inaudito, ma questa volta è solenne e glorioso, è il progresso che si rappresenta come una semiretta con le sue naturali interruzioni, dove l’assenza di rifinitura del discorso è il pregio e l’imperfezione è il segno della qualità perché non cerca la perfezione astratta forgiata su modelli, come quello del padre Re Giorgio V, ma porta in sé la capacità di funzionare rispetto alle circostanze:
– Lionel: C’era ancora qualche balbettio.
– Bertie: Ho dovuto farlo qui e lì, così sapevano che ero ancora io.
E’ l’eccellenza che si contrappone al perfezionismo, funzionale perché è finalizzata a un cambiamento, al miglioramento attraverso la trasformazione delle sue potenzialità in competenze concrete e dei suoi desideri in obiettivi specifici ed ecologici.
In questo processo Bertie impara ad utilizzare tutte le sue virtù, affina le sue competenze, mette all’opera le sue capacità e apprende, in primo luogo da se stesso, quali traguardi nella vita può porsi e può raggiungere. E’ una formazione che ha richiesto uno sviluppo personale, interiore e pratico al tempo stesso.
Un sapere fare e un sapere essere.
Giorgio VI esce la sala di registrazione con il pieno raggiungimento del C.A.R.E.®

 

Conclusioni
Fuori di metafora, il percorso diventa il mio: il mio percorso di Coaching.
Ho scelto di affrontare il tema del Coaching con questo film, immaginando di osservare e valutare, di ciascuna sessione, gli aspetti funzionali e quelli che invece potevano minacciare la riuscita sapendo che la storia in sé raccontava un esempio vincente.
L’intento primario era quello di cercare risposte emotive ed emozionali oltre gli approcci teorico – didattici e un linguaggio con cui parlare di Coaching che, nel disporne, ho usato in modo da raccontare ciò che a me colpisce, ciò che io mi porterò in dote.
Nella personale lettura di questo film, ho scelto le parole chiave e con queste ho tracciato la mia semiretta accorgendomi, parola dopo parola, di quanto i punti di interruzione si avvicinassero e colmassero le distanze consentendomi di acquisire maggiore consapevolezza anche rispetto a ciò che pensavo fosse il mio scostamento dalla norma, non già come contrapposizione, ma come cifra distintiva, come mia diversità.

La geometria, con tutta la sua fragilità e il pensiero laterale mi hanno costantemente accompagnato nella mia osservazione e sono divenute la mia ancora al metodo che mi ha consentito la scoperta dell’inaudito… la parola chiave che per me oggi racconta il Coaching.
Il metodo non è un gancio che mi tiene legata ma è un elemento di potenziamento e delle proprie caratteristiche, del tono di voce, della propria passionalità, delle proprie conoscenze da mettere a fattor comune con il Coachee per trovare un canale di comunicazione che consenta di trovarsi in un territorio dove è naturale muoversi, dove può essere bello muoversi, dove si affrontano tutte le vicende, anche quelle dolorose perché li, in quel posto dell’anima, non si viene giudicati e l’inaudito diventa il suono che ha la voce viva di un idea.
E il mio inaudito ha trovato il suo suono.

 

Elena Rubin
Manager Michelin
Business, Life, Diversity coaching
Cassinetta di Lugagnano (Mi)
rubinelena@yahoo.it

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