QUARTA RISTAMPA

L'Essenza del Coaching
di A. Pannitti e F. Rossi
Editore: Franco Angeli

L'Essenza del Coaching

Recensione

Famiglia Oggi N.4/2012


Presentato all'Università
"La Sapienza" - Roma


Il libro presenta in modo completo il coaching nella sua vera essenza. Punto di riferimento è il metodo che viene insegnato nelle università anglosassoni, come quella di Sidney, la prima università al mondo a inserire il coaching tra le materie accademiche.


NOVITÀ EDITORIALE

Spiritualità cristiana e Coaching
La relazione facilitante di Gesù

di N. Brescianini e A. Pannitti
Editore: La Parola


Spiritualità cristiana e Coaching

Un coinvolgente dialogo tra un Coach professionista che si interessa di spiritualità e un monaco benedettino appassionato di Coaching.


NOVITÀ EDITORIALE

Tappo a chi?!!
E se la tua crisi fosse un'opportunità?

di C. Lacchio e F. Rossi
Editore: Franco Angeli


Tappo a Chi?

“Tappo a chi?!!” è una favola motivazionale. Il tema centrale della storia narrata - con estrema delicatezza e creatività - è il cambiamento, fatto di paure, rabbia, preoccupazione, ma anche di possibili opportunità e di nuove prospettive per migliorare il proprio benessere e raggiungere la felicità.

Questione di stile. Riflessioni sull’abbigliamento del Coach.



domenica, maggio 28th, 2017 | articolo di: admin - pubblicato in: Elaborati di fine corso
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Non c’è mai una seconda occasione per fare una buona prima impressione.
Ognuno di noi si costruisce, nel giro di pochissimi secondi, uno schema preliminare sulle caratteristiche salienti di una persona appena conosciuta ed è portato a notare e ad accettare tutte le ulteriori caratteristiche che bene si integrino con lo schema di valutazione iniziale, e che, di fatto, confermino ulteriormente la prima impressione; le caratteristiche dissonanti con lo schema iniziale verranno o giustificate e, poi, accettate o non verranno prese in considerazione. Questa analisi della realtà così immediata è il risultato della nostra personale esperienza, ossia dei nostri ricordi, delle nostre paure, delle nostre emozioni, dei nostri bisogni, delle nostre credenze e valori, della nostra personalità, e ci indica subito, in maniera istintiva e irrazionale, se ciò che abbiamo davanti è inoffensivo o se rappresenta una minaccia da cui difenderci.
Che ci piaccia o no, noi veniamo prima visti, poi sentiti e, infine, compresi.
La letteratura in materia, infatti, ci insegna che, nell’interazione tra persone, il peso della comunicazione non verbale, nella quale rientrano l’essere visti ed anche una buona prima impressione, è molto forte. Il tempo che il cervello umano impiega a decodificare un messaggio “non verbale” è di molto inferiore al tempo che serve per accogliere, processare e decodificare il messaggio verbale; quest’ultimo, infatti, viene appreso nel corso della vita, mentre la comunicazione non verbale e para-verbale attengono ad un codice “genetico” di comunicazione proprio dell’essere umano fin dalle sue origini.
La comunicazione non verbale comprende il linguaggio del corpo, ossia il respiro, i gesti, lo sguardo, gli accessi oculari, i movimenti del corpo e del volto, la postura; la prossemica; il contatto fisico, l’odore e l’uso del tempo.
Anche l’abbigliamento è una forma di comunicazione non verbale: le diverse tipologie di ciò che un individuo indossa costituiscono, infatti, il canale principale per dare delle indicazioni importanti in merito alla sua personalità, al suo prestigio sociale, alla sua appartenenza culturale, alla sua storia, al suo stato finanziario, ed anche al suo umore, al livello di fiducia in se stesso, gli interessi, l’età, i suoi valori e credenze, le emozioni e le esperienze di vita. Alcuni indossano capi che indicano chiaramente una appartenenza religiosa, allo stesso modo, altri indossano abiti che danno indicazioni su quale sia la loro nazionalità di appartenenza. L’abbigliamento può venire usato per attrarre qualcuno che ci interessa o divenire uno strumento per mettere in mostra potere, benessere, fascino o creatività.
L’abbigliamento esprime inevitabilmente chi siamo e chi vogliamo essere all’interno di un contesto specifico, sia esso di lavoro, svago o familiare, e mostra alle altre persone a chi vogliamo essere associati e qual’ è il posto che pensiamo di avere nella società.
Attraverso la qualità dell’abbigliamento, l’elaborazione degli ornamenti, il valore degli accessori, la pettinatura si può pertanto contribuire a creare sintonia, affinità e familiarità o, al contrario, distanza, soggezione, senso di inadeguatezza. Cosa succederebbe se si trovassero, a un tavolo di discussione, l’uno di fronte all’altro due individui entrambi fortemente connotati nell’abbigliamento come appartenenti a due categorie religiose agli antipodi ed in contrasto? Quanto questo sarebbe funzionale alla fase di accoglienza e creazione di una relazione facilitante?
La nostra conformazione fisica, che comprende la forma del volto, la corporatura, il colore della pelle e degli occhi, i lineamenti del viso, ci aiuta a definire nell’immediato i tratti caratteristici di una persona ed è quella che è per ognuno di noi; l’abbigliamento, che comprende abiti, trucco, acconciatura, accessori, è invece sottoposto al controllo volontario della persona e pertanto può essere parzialmente modificabile e adattabile e permette ad ognuno di noi di presentarsi agli altri adeguatamente a seconda del contesto in cui ci si trova ad operare; va da se che l’abbigliamento può essere consapevolmente pensato al fine di creare empatia e familiarità, caratteristiche essenziali per una buona prima impressione in fase iniziale della relazione umana.
Capita, a volte, di incontrare persone con le quali, fin dal primo istante, si avverte una intesa speciale, una vicinanza profonda, come se ci si conoscesse da anni, e alle quali si è portati ad affidarsi istintivamente. Ciò avviene quando è riscontrabile un allineamento tra la fisiologia dei due interlocutori, come la postura, la gestualità, l’espressione del viso e la respirazione, l’uso della voce e le parole usate; quando si condividono importanti caratteristiche della personalità e similitudini di stili di vita e valori. Al contrario di quanto si pensa, infatti, gli opposti non si attraggono, piuttosto siamo portati ad entrare in sintonia con chi è simile a noi. Insomma, chi si somiglia si piglia. Ed anche il nostro abbigliamento è un elemento importante al fine di creare e sottolineare la sintonia, le similitudini con il nostro interlocutore o a generare distanza, fastidio, soggezione. A chi non è capitato nella vita di sentirsi inadeguato al contesto a causa il proprio abbigliamento?
Cosa accadrebbe se la stessa sensazione di distonia fosse alla base della prima impressione di una relazione di coaching?
Ognuno di noi, poi, è un marchio, o brand. Un brand è quell’insieme di esperienze che ha luogo nel cuore e nel cervello di ognuno di noi rispetto ad un determinato prodotto o servizio e che trova i suoi punti di riferimento in simboli come nome, logo, slogan, elementi di design e contenuti. L’immagine di un marchio è quindi quello specchio che ne riflette implicitamente, in modo più o meno veritiero, la personalità, i valori e le idee attraverso un pittogramma, dei caratteri, una gamma di colori, simboli e suoni. Nel caso di una persona, di un personal branding quindi, gli elementi significativi in termini di immagine personale saranno tutto ciò che ci caratterizza: capelli e acconciatura, denti e sorriso, pelle, tatuaggi, piercing, occhiali, cura delle mani, odore, profumo, accessori, abbigliamento, gioielli, movenze, incedere, postura per citarne alcuni tra i più importanti.
E il coach come sceglie di essere visto e percepito? Cosa vuole trasmettere? Vuole trasmettere la propria personalità? Vuole comunicare il proprio talento professionale attraverso il look? Vuole vestire per emozionare? O sceglie uno stile discreto e sobrio? Vuole vestire per creare empatia? Vuole creare sintonia? E se sì, come? A quali elementi dell’abbigliamento si affida per trasmettere empatia, accoglienza, assenza di giudizio? A quali elementi dell’abbigliamento si affida per creare il suo personal brand (avete presente il “turtleneck”, il maglioncino nero dal collo alto, di Steve Jobs)?
La conoscenza di sé rappresenta un passaggio fondamentale per la propria identità di coach e prende forma attraverso una costante cura di sé, la propria crescita personale e la propria auto realizzazione. In senso più ampio la cura di se attiene anche al proprio benessere psicofisico in generale e, più nello specifico, alla cura della propria esteriorità come riflesso di armonia interiore. Se la cura di sé, il posizionamento del proprio marchio sul mercato ed uno stile personale sono sempre e comunque il risultato del sentire individuale, delle proprie conoscenze, di studi specifici e dell’esperienza di vita, vale comunque la pena di riflettere sugli elementi principali che costituiscono la base di un possibile stile di abbigliamento da coach da cui trarre spunto per creare il proprio.
La nostra storia di esseri umani è da sempre caratterizzata da rituali di vestizione come strumento di iniziazione o passaggio ad uno stato superiore di conoscenza, coscienza o funzione sociale; basti pensare ai rituali religiosi, alle incoronazioni dei re, alle cerimonie medievali durante le quali si ammettevano all’ordine i nuovi cavalieri o, semplicemente e più alla portata di tutti, alla preparazione della sposa durante il rito di passaggio del matrimonio. La creazione di un rituale è un modo molto efficace per preparare lo stato d’animo e l’intensità emozionale funzionali a quanto si vuole ottenere, e la ripetizione di un rituale è un allenamento costante ad ottenere lo stato d’animo desiderato per essere al meglio in ogni momento, nel caso specifico prepararsi al meglio alla sessione di coaching.
Da dove cominciare per creare il proprio personale stile da coach?
La prima cosa è osservare ed ascoltare se stessi allo specchio per capire cosa ci mette a nostro agio e cosa no, cosa ci fa stare bene e cosa no, cosa ci piace e cosa non ci piace di noi e scegliere di conseguenza come valorizzarci per essere piacevoli a noi stessi. Una volta a nostro agio, il nostro focus sarà esterno e presteremo la massima attenzione al nostro interlocutore. La seconda cosa da fare è scegliere un primo look e poi soffermarsi a riflettere attentamente su ogni suo singolo elemento e valutarne con attenzione quale sia la connotazione per noi stessi e per il nostro potenziale interlocutore: notare se ci sono elementi o dettagli che potrebbero creare distonia o accessori che potrebbero distrarre o simboli che potrebbero generare una qualche reazione di rigetto culturale o religioso. Quindi porre l’attenzione sull’abbigliamento ma anche sugli accessori e gli occhiali, se ne indossiamo un paio, i capelli, l’igiene personale, e definire la gamma dei colori, l’acconciatura, la cura delle mani, il profumo, le scarpe, etc. in base a come vogliamo presentarci per ottenere la massima empatia. Questa riflessione ci permette di finalizzare al meglio un primo look che a nostro sentire riflette il nostro modo di essere coach e che allo stesso tempo è sufficientemente rispettoso dell’essere, dello stile, della cultura, dei valori e della vita di chi ci sta di fronte. Perché l’obiettivo primario del coach è accogliere, ascoltare, allearsi ed essere autentico per il coachee.
Come per tutte le cose la pratica fa una grande differenza e allora, dopo aver messo a punto il primo look da coach, perché non mettere a punto il secondo e poi il terzo, magari a seconda della stagione in cui ti trovi ad operare o se ti trovi ad operare come life, business o sport coach. E, perché no, fai un test, indossa il tuo look da coach in pubblico prestando attenzione alle reazioni dell’interlocutore. Se non vieni squadrato dalla testa ai piedi dal tuo interlocutore, se le tue scarpe e la tua borsa non ricevono attenzione o commenti, se la tua acconciatura o il tuo taglio di capelli passano inosservati, è verosimile che tu abbia trovato uno stile accogliente in grado di bypassare un primo livello di giudizio da parte di chi ti guarda per la prima volta.
Di seguito troverai un una serie di domande utili a verificare che tutti i dettagli del tuo aspetto esteriore ricevano attenzione e la dovuta cura da parte tua; l’elenco delle domande ti supporterà nella creazione del tuo look da coach e costituisce una check-list di verifica di tutti i dettagli che è utile considerare, oltre a fornirti una serie di spunti che ti aiuteranno a creare il tuo personalissimo stile.
Alcune domande utili alla definizione del proprio stile da coach:
  • Come voglio essere visto come coach?
  • Come voglio essere percepito?
  • Cosa voglio trasmettere?
  • Cosa voglio trasferire attraverso il mio look?
  • A quali elementi del mio look mi affido per trasferire una buona prima impressione?
  • A quali elementi del mio look mi affido per trasferire l’impressione desiderata? Qual’ è la mia strategia di stile al fine di generare empatia? Su quali elementi del mio look mi focalizzo per generare empatia?
  • Quanto il mio look è funzionale alla fase di accoglienza della relazione coach-coachee?
  • Come posso fare a testare il successo della mio stile da coach?
  • Ci sono degli elementi del mio look che voglio mantenere nel tempo e che contribuiscono a creare la mia identità, il mio marchio di fabbrica?
  • Come posso trasferire attraverso il mio look l’idea che ho cura di me?
  • Qual’ è l’acconciatura, il taglio ed il colore di capelli che mi fa sentire bene e che allo stesso tempo è più funzionale ad entrare in empatia con l’interlocutore?
  • Come posso curare i miei capelli ( mani, etc. .. ) affinché siano piacevole alla vista?
  • La mia barba, i miei denti ed il mio sorriso sono in ordine e curati?
  • Come posso fare a valorizzare il mio incarnato o a mimetizzare quei dettagli che potrebbero, in taluni casi, attirare l’attenzione per ragioni non funzionali alla sessione di coaching?
    Come posso valorizzare e curare le mie mani ( capelli, etc. ..) al meglio?
    Ricordo di controllare che il mio profumo non sia troppo persistente così come il mio trucco naturale?
    I miei accessori sono sufficientemente discreti da non suscitare grande ammirazione o grande disappunto?
    Gli occhiali sono impeccabili?
    Quali calzature scelgo? Mi occupo che siano pulite e ordinate ( laccetti, tacchi, …)?
    Scelgo gli elementi del mio abbigliamento in modo da generare empatia e non disappunto ( minigonna, scollatura, bermuda, cappellino da baseball, t-shirt eccentriche, etc. …)?
    Sono a mio agio con il mio look da coach?
    Come posso fare a testare la funzionalità del mio look nel life, nel business e nello sport coach?
    Voglio avere a disposizione un paio di opzioni di look testati a seconda delle stagioni e a seconda dei contesti in cui si svolge la sessione ( life, business o sport)?
Amanda Tattini
Life e Business Coach
Imola (BO)
Sarò lieta di ascoltare il tuo punto di vista e scambiare opinioni riguardo a questo scritto; sentiti libero/a di contattarmi amanda.tattini@hotmail.com




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