Categoria: Royal Holloway University of London – Intervista di L.Costa a F.Rossi
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Royal Holloway University of London – Intervista di L.Costa a F.Rossi

Intervista a Franco Rossi (24/06/2016)

>> English Version

D1. Il Coaching può essere descritto come l’applicazione sistematica di tecniche scientifiche comportamentali per ottenere un miglioramento dell’esperienza di vita, della performance sul lavoro ed il benessere generale dell’individuo, di gruppi di individui ed organizzazioni (Palmer e Whybrow, 2008). Quale tecnica o approccio applica durante le sessioni di Coaching e quali ritiene siano i benefici, a breve ed a lungo termine, che tale approccio comporta?

R1. Relativizzare il Coaching ad una serie di tecniche – per quanto mi riguarda – rischia di essere molto riduttivo e fuorviante. Le tecniche riguardano
l’applicazione di procedure prevalentemente standardizzate che, nel Coaching sarebbero del tutto inefficaci vista l’unicità e l’irripetibilità sia dei coachee sia delle relazioni che con essi vanno a crearsi. Preferisco dunque parlare di “metodo” che, secondo l’etimologia, riguarda “una via verso”, più aperta ad accogliere e ad adattarsi a ciò che si incontra.
In concreto, la sessione viene considerata uno “spazio-tempo” dedicato al coachee. Ciò comporta che sarà il coachee a decidere come utilizzarlo mentre il coach, senza cadere nella “trappola” della focalizzazione del problema portato o della soluzione ricercata, sarà presente nella relazione e focalizzato esclusivamente sulla persona.
Gli strumenti di dialogo utilizzati dal coach sono prevalentemente le domande, i rimandi e il silenzio. La scena è tutta del coachee, così lo “spazio-tempo” non occupato dal coach potrà essere occupato dal coachee proprio nell’espressione delle sue potenzialità caratterizzanti e in un contesto maieutico.
Nella struttura il mio approccio rispetta le 11 competenze del coaching secondo ICF (International Coach Federation) e anche le più recenti competenze distintive del coach secondo AICP (Associazione Italiana Coach Professionisti).

 

D2. La relazione che si instaura fra il coach ed il suo cliente è molto particolare ed intima, ed è un fattore cruciale per la buona riuscita dell’intervento di Coaching; nel suo specifico caso, quali tecniche adotta per favorire un rapporto positivo? Prendendo in considerazione l’ambito della psicologia, sul quale si basano alcuni approcci moderni di Coaching, quali somiglianze ritrova nella relazione coach-cliente con quella psicoterapeuta-paziente?

R2. Di fatto considero la relazione che viene instaurata con il coachee la vera colonna portante dell’efficacia del percorso. È una relazione che non ha uguali, che si sviluppa in una partnership con le 2 posizioni in simmetria, mentre i ruoli sono complementari ed infine il contenuto è asimmetrico ed
esclusivamente del coachee (vedi “L’essenza del coaching” Pannitti, Rossi – 2012). Il coach è nella posizione socratica del “so di non sapere” riguardo
a tutte le sfaccettature del contenuto che emergerà. Il coach è pertanto colui che ha la gestione del metodo, mentre non ha in nessun modo/momento la gestione del contenuto.

 

D3. Quali sono gli indicatori specifici che lei utilizza per valutare l’efficacia del processo di Coaching? Ritiene che questi siano quantificabili ed operazionalizzabili, e quindi applicabili in maniera universale e non solo su uno specifico intervento?

R3. Nel Coaching esistono gli indicatori di misurazione dei risultati raggiunti. Questi possono essere definiti dal coachee in seno al percorso di Coaching, oppure condivisi tra il committente e il coachee quando vi è una triangolazione (spesso accade nel Coaching in azienda). Di fatto però, sia che si tratti di Coaching aziendale piuttosto che in ambito sportivo oppure life, l’indicatore più importante resta il livello di benessere e di autorealizzazione percepito dal coachee a definire la reale efficacia del Coaching.

 

D4. Per una resa efficace dell’intervento di Coaching, è importante il coinvolgimento attivo del cliente durante il processo, e quindi risulta fondamentale la predisposizione mentale di quest’ultimo. Quali crede potrebbero essere degli ostacoli che il coach debba superare in modo da ridurre al minimo le difficoltà di “entrata in relazione”?

R4. Come la stessa domanda prelude, la prima attenzione del coach sta nel costruire la relazione facilitante (vedi “L’essenza del Coaching” Pannitti, Rossi – 2012), pertanto la sua attenzione deve essere volta all’accoglienza, all’ascolto, all’alleanza in una cornice di autenticità relazionale.
Ovviamente gli ostacoli a cui il coach deve dare risposta sono sia esterni che interni. Per gli esterni vi è senz’altro la capacità di creare una relazione nei confronti del coachee del tutto priva di giudizio, di dubbio e di timore; mentre tra gli ostacoli interni del coach vi possono essere la sua aspettativa, la perdita di fiducia, la ricerca di corrispondenza di sé, l’assunzione dell’obiettivo del coachee, ecc… tutti elementi ansiogeni per il coach che ledono la sua centratura e la relazione con il cliente, e che pertanto sarà chiamato a gestire.

 

D5. La professione del coach è presente in diversi ambiti, con applicazioni variabili a seconda dei contesti e degli individui coinvolti nel processo. Ritiene che vi siano, sia da esperienza personale che da conoscenza sulla professione, ambiti in cui il Coaching produce risultati più apprezzabili rispetto ad altri?

R5. Il Coaching vede la sua prima scintilla in ambito sportivo ma si sviluppa tra gli anni ’90 e 2000 soprattutto in ambito aziendale. Oggi il Coaching è in crescita in tutti gli ambiti nei quali si affaccia, e pertanto non possiedo dati concreti che mi facciano pensare ad una chiara predominanza di efficacia legata all’ambito di applicazione, quanto piuttosto alla modalità nella quale viene presentato ed espresso.

 

English interview with Franco Rossi (06/24/2016)

Q1. Coaching can be understood as being the systematic application of behavioural science to the enhancement of life experience, work performance and well-being for individuals, groups and organisations. (Palmer and Whybrow, 2008). Which techniques or approach do you apply during your Coaching sessions and what are the benefits resulting from such approach, on both a short-term and long-term scenario?

A1. Defining “Coaching” as just a set of techniques -in my opinion- is dangerously reductive and misleading. Techniques concern the application of mostly standardized procedures and frameworks, which, regarding Coaching, would be totally useless due to the uniqueness of both the “coachee” and the relationships created with him. I then prefer to discuss about a “method”, which, according to the very etymology of the word itself, refers to “a path to” – a more versatile way to describe something more flexible and keen to adapt.
Concretely, a coaching session is considered as a “time and space” dedicated to the coachee; this implies that it will be the coachee to decide how to use it, while the coach will just try to avoid to over-focus on the carried problem or in the pursuit of a solution. He will be present in the relationship and exclusively focused on the coachee. The main “dialogue tools” used by the coach are mostly questions, refers and the silence. The spotlight is all for the coachee, so the “time and space” not used by the coach is all available for the coachee in order to fully express his potential in a sort of “Maieutic” context.
Regarding the structure, my approach follows and respect the 11 core competencies outlined by the ICF (International Coach Federation) and even the more recent coach’ distinctive competencies according to AICP (Associazione Italiana Coach Professionisti).

 

Q2. The Coach-client relationship is particularly intimate, and it’s a crucial factor for the efficacy of the Coaching process; regarding your specific case, which techniques do you apply for reaching a positive and trustful relationship? Taking into consideration the field of psychology, on which many modern Coaching approaches find their basis, to what extent do you believe the coach-client relationship is similar to the psychologist-patient one?

A2. I consider the relationship between the coach and the coachee the real cornerstone and most important feature for the process to be fully effective. This relationship is one of a kind, that develops in a sort of symmetric partnership regarding the positions, complementary in the roles and completely asymmetric towards the coachee (ref. L’essenza del coaching – Pannitti, Rossi; 2012). The coach finds himself in the Socratic position of the “I know that I know nothing”, regarding all the findings that will arise from the coaching process. Therefore, the coach has the control just over the method, and in no circumstances on the contents/findings management.

 

Q3. What are the specific indicators that you use to assess the efficacy of the Coaching process? Do you believe that these are quantifiable in order to apply them on different scenarios, rather than just on a specific coaching intervention?

A3. In Coaching, there are some indicators of the results and the attained outcomes. They can be defined by the coachee during the coaching process or shared between the client and the coachee when there is a tripartite situation (for instance, when dealing with corporate coaching). Anyway, be it corporate coaching, sport’s coaching or life coaching, the most important indicator remains the wellness’ and self-fulfilment levels perceived by the coachee after the process.

 

Q4. In order to get the most out of the Coaching intervention, an active involvement of the client is compulsory. What are, in your opinion, the strategies to apply in order to overcome -or at least to significantly reduce- any possible issues when “connecting” with the clients?

A4. As the question states, coach’s first worry lies on building what is called a “facilitating relationship” (ref. L’essenza del coaching – Pannitti, Rossi; 2012), therefore his attention must be towards the listening, the reception and the alliance with the coachee, in a setting of relational authenticity. Obviously, the obstacles and barriers that the coach must overcome are both internal and external. For the external, the most common obstacle remains to establish a judgeless and free of doubts relationship with the coachee; for what concerns the internal obstacles that the coach will face, the majors are his expectations toward the coachee, losing trust in him, the search for a mutual, matching and equal relationship and of course the lack of will –from the coachee- to take on responsibilities towards the goals set. These are all worrisome factors for the coach, that might damage his relationship with the coachee and his own self-image as well.

 

Q5. A coach can operate in many different settings, and applies different strategies and practices depending on the contexts and on the individuals involved in the process. Based on your experience and on your professional knowledge, do you believe there are contexts in which Coaching interventions produces more substantial outcomes than others?

A5. Coaching has originally aroused from sports’ contexts, but it predominantly developed in corporate and business settings starting from the 90s and 2000s. Today, coaching is growing in all of its areas of interest; that is why I don’t have any data that might make me think of a specific area in which coaching is more effective. I may say that the most influential feature –concerning coaching processes- is not linked to the specific area of application, but it sure is linked to the modality of its application.

 

 

Leonardo Costa
Life Coach
BA Social and Cultural Education
MSc International HR Management

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