Categoria: Take what you need (All you need is you)

Take what you need (All you need is you)

“Ti avverto, chiunque tu sia. Oh, tu che desideri sondare gli arcani della natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi non potrai trovarlo nemmeno fuori. Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il tesoro degli dei. Uomo, conosci te stesso e conoscerai l’universo degli Dei.”

Indiscutibilmente conoscersi ed aver cura di sé sono due concetti espressi già nella filosofia dell’ antica Grecia : un’arte davvero antichissima.
Anche nei Vangeli troviamo il precetto “ama il prossimo tuo come te stesso”. Non di più, non di meno, COME TE STESSO non a caso. E questo ha un significato. E se non si conosce l’amore per sé,  come si può amare? ogni azione dell’uomo doveva essere all’insegna dell’amore per se stessi. Si partiva dal Γνῶθι σεαυτόν il “conosci te stesso” scritto sul tempio dell’oracolo di Delfi e diventato precetto socratico: conoscere sé per conoscere il proprio modo di funzionare energetico, fisico e mentale, per conoscere il modo giusto di amarsi.

Prendersi cura di sé e amarsi è piacere, è ristabilire la capacità pulsativa dell’essere umano di cui parla il sociologo Reich, che altro non è se non il movimento della vita stessa. Per me prendersi cura di sé significa abbracciare, contenere, come sanno fare solo le braccia di una madre amorevole. Quindi dobbiamo poter imparare ad abbracciarci, ad accoglierci con calore, a dedicarci uno spazio e un tempo per ogni cosa che facciamo. Anche fare yoga, il cui principio fondamentale è prendere coscienza di sé per cercare l’equilibrio e l’armonia, non avrebbe senso se non partiamo da noi stessi e dall’amore per noi stessi. Solo all’interno di questa visione, in un’ottica che parte da noi stessi, un tè con l’amica, un massaggio, lo yoga, per me per esempio imprimere i miei colori su una tela, una crema idratante stesa con attenzione, una dieta che seguiamo con amore o tutto quello che vogliamo, assume veramente il significato del prenderci cura di noi.

Quindi, non accontentiamoci di cose che danno solo l’illusione dell’amore per sé e del prendersi cura di sé: impariamo a conoscerci, ad amarci, a dedicarci e a riservarci un tempo e uno spazio solo nostro, con tenerezza, uno spazio che sia prima di tutto uno spazio interno. E così potremmo imparare a stare in quello che facciamo, stare e trovare il miglior modo “per noi” di prenderci cura “di noi.

Tutto è cominciato da qui….la voglia e la necessità di prendermi cura di me…Questo è stato il primo sprone che mi ha spinto ad iscrivermi al corso per diventare coach, intraprendere quindi un percorso prima di tutto personale che mi permettesse di migliorare le mie capacità esprimere le mie potenzialità, in altre parole: liberare il meglio che c’ è in me.

Avevo praticamente bisogno di un coach…invece ho deciso di diventarlo!!!

E così mi sono concessa finalmente il lusso di un tempo e di uno spazio tutto mio volto esclusivamente a soddisfare una esigenza che, ora so, sentivo da tempo ma non avevo mai attentamente “ascoltato”.

Certo detto così, sembrerebbe poca cosa ma mi accorgo adesso che ASCOLTARSI è un tantino più complesso di quel che sembra.
E un bel giorno proprio mentre ero ad una delle lezioni della scuola di coaching…uno degli insegnanti si sofferma sull’ importanza delle 4 A della relazione di coaching e le annota sulla lavagna a fogli mobili….io penso….A…coglienza….e questa va bene……Ascolto…..ma si…che ci vuole….Alleanza..e che sarà mai…..e Autenticità…..evvaiiiii ce l’hooo!!!
è da una vita che sono Autenticaaaaa…

Ma poi scopri ancora una volta che ti entusiasmi troppo facilmente e che devi stare un po di più coi piedi per terra. Ripenso a quel momento e sorrido…e rifletto non tanto sulla donna adulta che sono e che in maniera superficiale pensa spesso di avere già tutte le carte in regola per giocare in maniera corretta la sua partita …ma piuttosto sulla ME bambina che molto spesso torna a farmi compagnia col suo vitale e contagioso ottimismo.

E in quell’istante era con me e i fatti lo dimostrarono da li a poco. Esercitazione in aula, io ed una compagna di corso a simulare una sessione di coaching : la mia collega, una ragazza brillante che sembrava già un po’ “masticare” la materia, ed io volontaria impaziente di mettersi alla prova, proprio con lei, che dava l’idea di essere tosta. Bene, detto fatto, eccoci lì, inizia l’esercitazione, io sono il coach, le 4 A ben stampate in mente(le avevo tutte del resto, me lo ero ripetuto anche poco prima).
20 interminabili minuti ..direi i più lunghi degli ultimi anni, tutto quello che sembrava facile d’un colpo non lo era più. Lei seduta di fronte a me che mi raccontava la sua problematica ed io che la ascoltavo cercando di capire come risolverla. Uno dei limiti della comunicazione è infatti che spesso “si ascolta per rispondere e non per capire” ed io in quell’occasione mi sono accorta che facevo parte del “club dei risponditori”.

Stavo riperpetuando l errore di ascolto che avevo avuto nei confronti di me stessa anche con gli altri.

In poche parole avevo fatto benone ciò che un coach non deve fare MAI.
Risultato dell’esercitazione : avevo “toppato” su tutta la linea, NON avevo ascoltato, NON avevo creato alleanza, la mia collega-coachee NON poteva avermi percepito come autentica perché io stessa non mi sentivo affatto autentica e con l’azione sono stata fantastica, ho fatto una fatica disumana a non suggerirle direttamente io cosa doveva fare LEI. Tirando le somme l’unica A che avevo degnamente interpretato era stata l’Accoglienza, potevo dunque provare a fare la concierge invece che il coach, mi son detta tra me e me…..

Raccontata così fa un po’ ridere, e di fatto abbiamo sorriso dopo la nostra performance; si trattava di una esercitazione, la prima di tante, ma la vita vera è diversa e quelle A sono tutte importantissime e indispensabili se si vuole svolgere in maniera eccellente la professione di coach.

Allora prende vita una analisi più profonda che fa emergere che quanto sta alla base di tutto è che per diventare un buon coach bisogna innanzitutto conoscere bene se stessi. Ma non basta…è necessario conoscersi e anche star bene e in sintonia con questo NOI STESSI con cui spesso nemmeno ci soffermiamo a parlare, quasi fosse un estraneo.

Allora pensi…beh…ognuno sa come è fatto dentro….altro concetto su cui mi sono dovuta ricredere.
Ma hanno detto che le A della relazione di coaching erano 4 o 5?
4…ma immagino che se si dovesse delineare la 5° sarebbe certamente AMORE.

AMORE PER NOI STESSI MA ANCHE AMORE PER LA VITA E PER QUELLO CHE FACCIAMO

L’amore è il motore che tutto muove, una sorgente infinita di energia in grado di benedire qualsiasi cosa attraversi e tocchi.
Il concetto di amore abbraccia contesti molto ampi ed universali, che vanno oltre la visione limitante dell’affettività tra due persone: parlo di amore per la vita in generale, per i propri sogni, per l’umanità, per l’ambiente, per le esperienze.

Ogni volta che ho avuto occasione di fare uno o più viaggi con l’aereo, prima del decollo l’equipaggio si preoccupa di fornire ai passeggeri le istruzioni cui attenersi in caso di emergenza del velivolo.
Tra le varie cose che vengono brevemente spiegate,( e che adesso improvvisamente assume una forma e un colore speciale) si precisa l’importanza di aiutare il passeggero al proprio fianco solo ed esclusivamente nel momento in cui si è già provveduto a mettere al sicuro se stessi (è il caso della mascherina per l’ossigeno).
In altre parole, è importante prestare soccorso alle esigenze del prossimo a patto di aver prima provveduto alle proprie.

Non si tratta di essere egoisti o insensibili, ma semplicemente attenti al modo migliore in cui essere pienamente disponibili (in termini di energie) per l’altro. Sto viaggiando all’interno di una sorprendente metafora…

Decidere di acconsentire alle necessità altrui in un’ottica di sacrificio personale, è poco utile oltre che incoerente: come puoi provvedere alle richieste degli altri se non riesci nemmeno a curarti dei tuoi bisogni?

Come puoi pensare di offrire aiuto se in primis dimostri di non saper aiutare proprio te stesso?
D altronde come farebbe un coach a prendersi cura del proprio coachee se non ha prima di tutto cura di sé? Per un coach sarà molto difficile accompagnare in maniera autentica e quindi efficace il suo coachee senza aver compiuto in prima persona un percorso graduale di profonda conoscenza di sé. Quindi essere coach (con la C maiuscola) significa occuparsi di sé, della propria crescita personale, tendere in maniera naturale e autentica (eudaimonica) alla propria felicità e anche alla propria autorealizzazione. Esattamente quello che si accinge a fare qualsiasi coachee che intraprenda il suo percorso di coaching.

Star bene, prendersi cura di sé…questo concetto è l’unico credo che nella relazione di coaching coinvolge allo stesso modo entrambi gli attori. Non importa se sei il coach o il coachee…sara meglio cominciare a prendersi cura di te.
E questo processo porterà inevitabilmente ad innalzare il senso di AUTO EFFICACIA.

Allora capisco di voler cominciare proprio da Qui!!!!!!
e per un attimo mi sdoppio nel guardarmi allo specchio , da una parte la Paola coachee che una volta identificato il suo obiettivo di prendersi cura di sé cerca il modo per farlo ….e la Paola, già mezza coach ,che ha consapevolmente portato quell’altra sulla giusta via .

Ma è nato prima l’uovo o la gallina???
Insomma per un attimo mi ritrovo coach di me stessa e si è anche creata una relazione che riconosco essere non solo facilitate ma anche con una perfetta geometria…relazione simmetrica…contenuto asimmetrico….e ruolo perfettamente complementare.

Fantastico…sorrido pensando che pur conoscendo abbastanza bene la mia coachee mi faccio scivolare addosso questa cosa e procedo sapendo di non sapere… senza giudizio a porle delle domande a cui poco dopo mi accingerò a rispondere io stessa.

E passo da una sedia all’altra…indossando e togliendo i miei occhiali da coach quando serve.
Anche questa è stata una enorme scoperta.
Allora Si può anche essere coach di sé stessi. Questo percorso mi sta guidando.

Quindi rifletto sulla mia vita, sui miei comportamenti e finalmente la risposta alle DOMANDE chirurgicamente auto somministratomi si ricompone da sola…cosa è per me PRENDERMI CURA DI ME?

E la mia coach mi invita a scriverla la risposta….perché ne rimanga traccia, perché scriverlo e’ prendermi la responsabilità di ciò che sto focalizzando essere fondamentale per me in questo percorso di crescita. Voglio ascoltarmi di più , perché ho compreso come i miei bisogni, le mie esigenze e i miei interessi non debbano essere messi in contrapposizione ai bisogni, alle esigenze e agli interessi di coloro che sono intorno a ME…cosa che mi accorgo aver fatto quasi a credere che disponevo di una quantità limitata di attenzione (che mi avevano consegnato in dote alla nascita!) che dovevo giocoforza indirizzare alluno piuttosto che all’altro…quindi scegliere…se a l mio contesto, alla mia famiglia o a qualsiasi emergenza si presentava senza preavviso nella mia vita.

Non è così. DISPONGO di una fonte inesauribile DI TUTTO CIÒ CHE MI SERVE. Posso prendermi cura di tutti ma farlo bene (come io desidero) presuppone che mi prenda cura di me.
Sono dell’opinione, insomma, che non si debbano annullare le proprie esigenze dietro il nobile obiettivo di donare se stessi agli altri, di compiacere gli altri o quella di essere apprezzati soprattutto se il contesto lo consente.
E io fortunatamente ho un CONTESTO FACILITANTE.

Quindi non vorrei più dimenticarmi di quello che voglio perché spesso dono la mia attenzione e la mia energia agli altri e questo mi fa perdere il contatto con me stessa.

In più prendersi cura di me e farlo da sola, senza il bisogno di cercare e trovare qualcuno che lo faccia al mio posto, mi fa capire tra l altro che sono una persona importante, che ho delle necessità uniche, come tutti abbiamo e che sono in grado di riconoscerle, rispettarle e darle il giusto valore.

I miei bisogni sono importanti come e quanto quelli di ciascun altro.
E, soprattutto, ritengo che volermi bene e prendermi cura di me stessa a 360 gradi costituisca il PRESUPPOSTO FONDAMENTALE e imprescindibile per potermi dedicare agli altri ancor meglio e aiutarli a crescere come individui e offrire loro gentilezza, compassione e amore cosa che è propria della mia essenza e condizione determinante la mia scelta di intraprendere la strada del coaching.

D’ altronde se non sto bene io , come posso mai immaginare di poter rendere felici gli altri?
Per poter rappresentare un valore aggiunto per gli altri, (cosa che mi fa star bene e sentire una donna forte) dovrò quindi in primo luogo dimostrare amore a me stessa.

Bene, Cosa puoi fare da subito Paola per raggiungere concretamente il tuo obiettivo……mi chiede la mia simpatica coach…..
Fino a qualche settimana fa avrei esitato a rispondere a questa domanda anzi avrei trovato le peggiori scuse per non rispondere affatto…adesso che ho misura di quanto questo processo può aiutarmi su mille fronti potrei cominciare a definire e programmare un bel

piano d azione.
E definisco così il mio piano di azione:

  • Inizierò a prendermi cura della mia felicità
  • Inizierò a prendermi cura dei miei pensieri
  • Inizierò a prendermi cura della mia unicità
  • Inizierò a prendermi cura delle mie emozioni
  • Inizierò a prendermi cura dei miei sogni
  • Inizierò a prendermi cura del mio corpo

Senza aspettare. Ma facendolo subito. In ogni piccola cosa.

“Potete fare tutto ciò che ritenete possibile. Questa conoscenza è letteralmente un dono divino, poiché grazie a essa è possibile risolvere qualsiasi problema umano. Dovrebbe fare di voi degli inguaribili ottimisti. È una porta spalancata su possibilità illimitate”.
Robert Collier

Paola Letizia
Trainer e Coach Professionista
Palermo
paola.letizia12@gmail.com

*Nota: Il concetto “le 4 A della relazione di Coaching” è di proprietà intellettuale della Scuola INCOACHING®.

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