Categoria: “The Coach is Present”

“The Coach is Present”

Qualche tempo fa mi sono imbattuta in una notizia, all’apparenza poco importante, dell’arrivo in Italia di una famosa artista serba, una certa  Marina Abramovic.

Di lei non conoscevo niente, non ne avevo mai sentito parlare.

Tuttavia mi è bastata un’immagine della performance che l’ha condotta a Milano per voler approfondire il tutto.

Cos’ha questa immagine di così accattivante?

Poco o tanto.

Dipende dai punti di vista, o meglio dalla mappa che ognuno di noi ha e che lo porta a voler, o poter vedere, il “bianco” piuttosto che il “nero”.

Io in questa immagine ci ho visto il coaching.

marina abramovic

Ovviamente parlo di coaching ma non in senso assoluto.

La rappresentazione dell’Abramovic presenta a mio avviso delle precise somiglianze con esso, ma non ha la pretesa né l’intenzione di essere una fedele rappresentazione del metodo.

Faccio una breve descrizione della performance a cui mi riferisco per introdurre poi il confronto.

The Artist  Is Present è il titolo della mostra.

La rappresentazione è stata esposta al MOMA di New York per ben 716,5 ore ( tre mesi, sei giorni su sette, più di sette ore al giorno).

Le persone coinvolte nella rappresentazione sono state circa 1400.

Se si fosse trattato di una mostra normale forse il tempo sarebbe stato anche considerato poco. Invece non è così, perché The Artist Is Present dava la possibilità al pubblico non di vedere un quadro o una scultura, ma la stessa Marina Abramovic, che seduta su una sedia, sempre o quasi  nella stessa posizione, aspettava che ogni singolo spettatore si sedesse di fronte a lei e la guardasse.

Lei rimaneva lì, “capelli raccolti in una treccia appoggiata sulla spalla sinistra e pelle bianchissima: il corpo leggermente piegato in avanti a fissare in silenzio di fronte a sé”.

Per tutto quanto il tempo che la persona stessa lo ritenesse necessario  (c’è chi è rimasto mezz’ora, chi addirittura 7 ore o un giorno intero…)

Tutto qui: la performance si “limitava” ad un incontro tra l’artista di Belgrado e la persona.

La performance in realtà non era quella della Abramovic, ma della persona seduta di fronte.

Era la persona l’assoluta artista, che attraverso lo sguardo della donna, che era lì a sua disposizione, poteva fare, essere, pensare, quello che voleva o sentiva.

Ecco la stessa Abramovic cosa dice della sua opera:

“In questo modo ho fatto sì che il pubblico non fosse più considerato come un gruppo, ma avesse il tempo e lo spazio per rappresentare la propria individualità. La performance consisteva nell’avere sedute di fronte a me persone singole. Individui che potevano rimanermi vicino senza limiti di tempo, anche un giorno intero se fosse stato necessario. Essere a disposizione come artista e dare loro il mio amore incondizionato a completi estranei mi ha fatto vivere l’esperienza di essere lo specchio delle loro anime e di loro stessi. In quel momento io non ero più me, il tempo non riguardava più me medesima. Io ero solo un tramite del loro essere-con-se-stessi.”

Queste parole il motivo di questo mio parallelismo.

Riporto in maniera più dettagliata alcuni degli elementi che ho trovato coerenti con questa mia scelta.

IL SILENZIO

Il primo elemento della performance che mi viene in mente è un fattore intangibile ma fondamentale per la riuscita della stessa ( così come per la comunicazione nel coaching) : il silenzio.

Nel primo caso è portato all’estremo, la Abramovic non parla mai, si limita a guardare.

Nel secondo caso è un silenzio attivo, ma non assoluto, uno strumento importante che viene affiancato alla comunicazione verbale.

In entrambi i casi è un silenzio rivolto alla persona, che concede lo spazio e il tempo della riflessione e dell’introspezione.

Il silenzio, in entrambi i casi, assume il significato del “non parli eppure ti ascolto…e ti ascolti”.

Ci sono stati momenti, nelle ore in cui la Abramovic è stata seduta, in cui qualche persona ha domandato, quasi avesse “bisogno” di avere una risposta, che è un po’ quello che succede nel coaching quando c’è da parte del coachee un tentativo di delega.

La “delega”  però ogni volta è stata restituita, perché l’accordo al MOMA era che l’artista sarebbe rimasto in silenzio.

Perché la geometria della relazione del coaching prevede che il contenuto sia del coachee.

IL QUI ED ORA

Il titolo della mostra è The Artist Is Present.

Marina Abramovic chiede allo spettatore/attore di fermarsi e fare esperienza del “qui e ora”.

È nel qui ed ora che egli fa esperienza di se stesso e del suo mondo.

E alla Abramovic è chiesta la stessa cosa. Deve essere nel momento. Guarda la persona con curiosità mentre la persona scopre con altrettanta curiosità se stessa. Mentre la persona si scopre fare un gesto, si scopre dire una parola, che è solo “opera” sua.

Al coachee è chiesto in fondo di fare la stessa cosa.

Fare parte di un processo di scoperta che in lui inizia e in lui finisce.

KRONOS E KAIROS

L’opera si concentra sul tempo dell’altro. È l’altro che attraverso il suo tempo sa quando arrivare, sa quando sedersi, sa quanto rimanere e quando è il momento di andare via.

La Abramovic, da buona “coach,” aspetta. Ma non con l’impazienza di chi sente che è passato “troppo” tempo. Ma con la tranquillità e concentrazione di chi sa aspettare.

Lei stessa, a proposito del tempo di attesa costruttiva del “suo” artista, racconta questo episodio:

Al MoMA, un giorno, ci fu un uomo che rimase sette ore. Cominciammo a sederci l’uno di fronte all’altra la mattina e finimmo la sera, senza mai scambiare una parola. Dopo quell’incontro, ne avemmo altri 20. Di volta in volta, si tatuò sul braccio 21 numeri, come una traccia della sua performance. Senza sapere nulla di lui, ho cominciato a guardare quell’uomo e a conoscerlo in un modo così intimo che non mi sembrava di aver mai compreso tanto nemmeno un membro della mia famiglia. Dopo che la performance terminò, ovviamente, lo incontrai. Fu la cosa più difficile al mondo parlargli senza poter cominciare la conversazione con domande del tipo “chi sei?” o “come stai?”. A tutti gli effetti quell’uomo era un completo estraneo eppure, per quel che era intercorso, lui, per me, non lo era affatto.

In questa dichiarazione l’immagine del “tempo dell’altro”. Quel costante riferimento che un buon coach deve avere per permettere al suo coachee di “creare”.

Per la Abramovic le ore passate con la persona dei 21 numeri sono state il tempo necessario perché lui finisse di “scrivere”, raccontarsi la sua storia.

Non c’è un tempo giusto o sbagliato; c’è il tempo della performance dell’altro, in un epoca in cui per quanto il tempo sia un bene prezioso, molti lo usano ma pochi lo vivono.

SPECCHIO EMOTIVO

Vengono descritti gli occhi della Abramovic come uno specchio emotivo per la gente.

Una delle responsabilità che il coach fa sua nel momento in cui si “siede” sulla sedia, in attesa dell’opera

Una zoommata

Spostando la macchina da presa ( fino ad ora era posizionata dall’alto verso artista/coach e partecipante/coachee), e procedendo ad una zoomata , emergono un altro paio di necessarie considerazioni.

  • Per quanto riguarda la Abramovic, quello che colpisce andando a vedere le registrazioni è il suo assoluto equilibrio quando le persone sono sedute di fronte a lei.

E non solo.

Quanti infatti vedendola non si sono domandati: come è possibile sia riuscita a stare seduta per così tanto tempo?

Come ha fatto a gestire la stanchezza, la fame, la sete, i bisogni fisiologici?

Come si è preparata?

Anche qui le risposte ci sono state e hanno portato alla luce la devozione di questa donna nei confronti del suo progetto e delle persone che ne hanno fatto parte.

Marina non poteva permettersi di interrompere la performance della persona perché aveva in quel momento “bisogno” di altro. Doveva gestire la situazione in un altro modo, arrivare all’incontro preparata.

Si scopre quindi che la preparazione dell’artista è consistita in due “eventi”.

Una dieta, iniziata sei mesi prima della mostra, in cui ha assunto cibo leggero e cereali, e che le ha permesso di diventare alla fine del tempo stabilito vegetariana a tutti gli effetti.

L’assunzione durante le notti di acqua (si svegliava ogni 45 minuti per bere); come prevenire altrimenti la disidratazione che l’avrebbe potuta colpire durante la mostra?

 

Anche nell’abbigliamento scelto per la performance si ripercorrono le varie fasi della sua preparazione.

L’artista infatti sceglie ogni mese un abito di diverso colore, simbolo di qualcosa.

Il primo mese il colore scelto dell’abito è il blu, simbolo della serenità (la scelta è legata al fatto che anche attraverso l’abito vuole “tranquillizzare la sua mente).

Il vestito rosso scelto per il secondo mese rappresenta l’ “enorme quantità di dolore fisico” da lei vissuto (il gonfiore alle gambe per esempio a causa del tempo passato seduta).

Infine l’abito bianco del terzo mese è l’immagine de “la chiarezza”

Tutte queste scelte introducono il concetto della relazione costruttiva e facilitante che un coach ha il dovere di costruire con il suo coachee. Il presupposto infatti perché ci sia un percorso di crescita è che le parti siano in quella che l’Analisi Transazionale definisce posizione relazionale: IO SONO OK. TU SEI OK.

Ci deve essere una consapevolezza da parte del coach di sé e dell’altro in termini positivi.

E questo non può avvenire se per primo il coach non sta bene con se stesso, non si sente in equilibrio con ciò che è e ciò che sente nei confronti del suo mondo interno e relazionale.

Questa è la preparazione richiesta al coach, la sua “dieta”, che in realtà non gli richiede di perdere niente ma di assumere una prospettiva di fiducia e consapevolezza.

Riprendendo la metafora della dieta, è come se lui per primo dovesse scegliere di mettersi sulla bilancia, non per misurarsi, ma per mettere in discussione il suo peso; solo se elimina le tossine dal corpo e lo idrata nei tempi e modi giusti, riesce ad essere seduto sulla sedia in attesa che il coachee realizzi la sua opera.

  • Per quanto riguarda la persona / coachee invece è evidente il concetto dell’autodeterminazione, della libertà della persona di scegliere di sedersi sulla sedia.

C’è chi lo fa per curiosità, chi perché ne ha bisogno, chi perché, spinto dal passaparola, pensa di potersi sedere.

Non importa.

È comunque una libera scelta, primo passo perché si inneschi un qualsiasi tipo di cambiamento.

Non può esserci l’opera d’arte se la persona viene condotta di fronte all’Abramovic.

La persona sceglie di camminare sulle proprie gambe fino alla sedia…

coach is present

Qui sopra alcune delle immagini delle persone che hanno scelto di sedersi per realizzare la loro performance.

 

Quello che ho riportato fino ad ora è un insieme di considerazioni su elementi che fanno parte del coaching ma che ovviamente non lo esauriscono.

Come dicevo all’inizio ci sono delle differenza altrettanto importanti che rendono il coaching una cosa e la rappresentazione della Abramovic un’altra.

Ed è importante sottolinearlo perché è anche attraverso queste differenza che si evidenzia  la concretezza di questo approccio.

Elementi tangibili e di peso come il piano d’azione, il monitoraggio, ecc, nell’opera dell’artista serba non ci sono, né potrebbero esserci, così come è abbastanza improbabile che durante un incontro di coaching ci siano una telecamera o un “pubblico” (elementi questi caratterizzanti invece negli incontri dell’artista serba).

Concludendo…

Il risultato del coaching è come un’opera d’arte.

Ognuno di noi, che si sieda sulla sedia o meno, che ne sia consapevole o meno, ha la possibilità di realizzare la sua performance.

Ognuno di noi, forse, più che possibilità, ne ha il diritto.

Al coach è data la possibilità di ricordare alle persone che incontra che se sono lì di fronte a lui è perché hanno scelto che è arrivato il momento della loro performance, il momento di costruire qualcosa.

Così facendo il coach, per primo, realizza la sua.

Forse.

 

Sara Caroppo
Psicologa, psicologa del lavoro
Coach professionista specializzato in ambito life coaching

saracaroppo@libero.it

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