Categoria: Un padre coach
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Un padre coach

La canzone è un dialogo tra una nota e una sillaba che prende forma e ti dice chi sei
(François Léveillée)

Durante il percorso formativo sul coaching ho appreso quanto la professione del coach sia diversa da tutte le altre, ho imparato a discernerne la geometria e i perimetri, studiarne il metodo e assimilarlo analizzando le tappe dell’affascinante storia che l’ha fatta evolvere partendo dal pensiero socratico e dal concetto di kairos. Ho trovato altrettanto interessante riflettere su quanto del metodo del coaching possa essere “prestato” ad altre professioni, affinché le stesse ne possano trarre un valore aggiunto. E man mano che il percorso andava avanti mi rendevo conto che tanti frammenti di questo metodo sono insiti in ognuno di noi e se ne può trovare evidenza nelle comuni forme espressive umane, come l’arte, la musica, il cinema, il teatro. Individuare questi frammenti, provare a metterli insieme declinandoli in nuovi punti di vista rispetto alle cose che quotidianamente si vivono è sicuramente il valore più grande che do al percorso formativo svolto.

A dimostrazione di ciò, sulle note ispiratrici di una canzone che tratta il tema della paternità, in queste pagine mi piacerebbe fare un esercizio di analisi di come i rudimenti del coaching possano rappresentare spunti nell’approccio educativo di un figlio. Nell’epoca attuale in cui si è sottoposti fin da piccoli a tantissimi stimoli esterni e i modelli di riferimento spesso si moltiplicano, il genitore diventa figura fondamentale, di orientamento, ma non sempre riesce ad essere all’altezza del proprio ruolo e in alcuni casi, paradossalmente, amplifica il disorientamento dei figli rispetto alla realtà che li circonda aumentando la difficoltà di accrescere la consapevolezza dei propri valori e potenzialità. Spesso si proiettano nei figli i propri desiderata, le proprie convinzioni, paure ed ambizioni senza però aiutarli a svilupparne di loro.

A modo tuo di Luciano Ligabue è una canzone in cui ho trovato elementi interessanti di riflessione per interpretare il ruolo del genitore in modo diverso, attraverso lo sguardo di un “padre coach”, che vive in costante ascolto di sé stesso per far sì che la figlia diventi protagonista assoluta della propria esistenza.

Sarà difficile diventar grande
prima che lo diventi anche tu
tu che farai tutte quelle domande
io fingerò di saperne di più
sarà difficile
ma sarà come deve essere
metterò via i giochi
proverò a crescere

Un coach prima ancora di utilizzare gli strumenti che il metodo del coaching mette a disposizione deve lavorare su sé stesso, avere una profonda conoscenza di sé determinata da una cura della propria crescita e della propria autorealizzazione. La centratura del coach permetterà allo stesso di vivere il rapporto con il coachee da Adulto e di posizionarsi nello status dell’”Io ok” (Teoria dell’analisi transazionale di Berne). Ne conseguirà la capacità di poter mettere in campo una relazione facilitante (primo pilastro alla base del metodo del Coaching) con il coachee, di indossare gli occhiali del coach per essere in grado di lavorare sulle potenzialità del coachee, scevro da ogni giudizio o da una focalizzazione sui suoi difetti. Centrarsi su una relazione simmetrica in cui l’accoglienza, l’ascolto, l’alleanza e l’autenticità guidino il rapporto con il coachee.

Un padre deve essere consapevole di rappresentare un punto di riferimento nel percorso di crescita di un figlio e questo determina in lui la necessità di guardarsi allo specchio, di comprendere quali siano i propri limiti e di non fingere di essere qualcosa di diverso da ciò che si è. Lavorare su sé stesso, sulla propria crescita, mettendo via i “giochi” propri dello status infantile, al fine di diventare un riferimento autentico e adulto.

“Sarà difficile chiederti scusa
per un mondo che è quel che è
io nel mio piccolo tento qualcosa
ma cambiarlo è difficile
sarà difficile
dire tanti auguri a te
che a ogni compleanno
vai un po’ più via da me”

Un coach nel dialogo maieutico con il coachee deve tenere presente diversi aspetti: il suo ruolo è complementare rispetto a quello del coachee e contemporaneamente il contenuto trattato è asimmetrico, perché nella relazione di coaching quest’ultimo è esclusivamente del coachee. La formula alla base del coaching definita da Timothy W. Gallway nel libro The Inner game è p (prestazione) = P (potenziale) – i (interferenze). Il coach allenerà il potenziale del coachee ma dovrà tener conto di tutte le interferenze interne ed esterne che impattano sullo stesso. Gli studi psicologici sulla felicità che sono alla base del metodo del coaching danno un valore fondamentale all’ambiente di riferimento del coachee. Lo psicologo americano M. Fordyce, uno dei maggiori studiosi della felicità da un punto di vista sperimentale, considera che la felicità almeno per il 50% deriva dall’ambiente.

Un padre vive il disagio relativo al mondo in cui il figlio dovrà crescere e il senso di frustrazione e di impotenza per non riuscire a cambiarlo, a migliorarlo. Quando si parla di ambiente si parla non solo di contesto ma anche di sistema di valori. Contribuire alla creazione di un sistema di riferimento sano significa aiutare il figlio a limitare le potenziali interferenze nel proprio sviluppo.

“Sarà difficile vederti da dietro
sulla strada che imboccherai
tutti i semafori
tutti i divieti
e le code che eviterai
sarà difficile
mentre piano ti allontanerai
a cercar da sola
quella che sarai”

Un coach, dopo una prima fase di esplorazione dei temi portati e di definizione degli obiettivi che il coachee si pone, facilita la fase di elaborazione che rappresenta il momento centrale della sessione di coaching. Così il coachee può cominciare un viaggio interiore alla scoperta di sé stesso che lo porterà, tramite un’analisi del presente percepito e del futuro desiderato, ad avere momenti di mobilità, di switch, a cui conseguirà un aumento della coscienza delle sue potenzialità interiori e dell’ambiente circostante, della propria capacità di scelta e di decisione e degli effetti che tali scelte determinano, in un percorso volto ad una maggiore conoscenza di sé e della propria unicità. Il coach avrà il compito sia di accompagnarlo, ponendogli domande in grado di muovere la sua coscienza, sia di proporre attività di work (in/out) finalizzate all’allenamento delle potenzialità, tenendo sempre presenti tutti gli aspetti della relazione facilitante e contestualmente cercando di mantenere le corrette distanze emotive rispetto al coachee e agli argomenti da lui trattati.

In questa fase si costruisce lo sviluppo del potenziale (secondo pilastro alla base del metodo del coaching). La verbalizzazione delle problematiche portate, la possibilità di ascoltare le proprie emozioni, di porre attenzione sul proprio percepito e di accoglierlo, sono tutti aspetti che conducono ad azioni concrete e consapevoli, che permettono di trasformare le potenzialità in risorse.

Un padre impara che non deve sostituirsi al figlio bensì accompagnarlo lungo il suo percorso di vita mentre sceglie da sé la sua strada, affronta i suoi ostacoli e scopre le proprie risorse e la propria unicità, tutti elementi che lo porteranno a diventare quello che sarà da grande. Dovrà sostenere il figlio mentre scopre le proprie passioni, aiutarlo a sviluppare un’attenzione alle cosiddette competenze “calde”, che diventano fonte di autorealizzazione dell’individuo perché legate alle sue potenzialità caratterizzanti. Inoltre dovrà evitare di proiettare sul figlio i propri sogni, aiutandolo piuttosto a trovare dentro di sé un sogno (futuro desiderato) che diventi il riferimento verso cui orienterà il cammino sulla mappa della propria esistenza.

“Sarà difficile
Lasciarti al mondo
E tenere un pezzetto per me
E nel bel mezzo del
Tuo girotondo
Non poterti proteggere
Sarà difficile
Ma sarà fin troppo semplice
Mentre tu ti giri
E continui a ridere”

Un coach durante il dialogo a spirale, tipico del percorso di coaching, conduce il coachee a una mobilità interiore che si converte in mobilità esterna tramite il piano d’azione (terzo pilastro alla base del metodo del coaching). L’innesco di un circolo virtuoso che si replica tramite le varie sessioni di coaching determina nel coachee un aumento della conoscenza di sé e della consapevolezza dei propri mezzi, delle proprie risorse e degli strumenti in suo possesso. A questo fa seguito la capacità dello stesso di autodeterminare i propri obiettivi e le proprie azioni sviluppando meccanismi di “agency” personale (Albert Bandura), ovvero credere di poter fare accadere le cose, intervenendo sulla realtà e generando meccanismi di causa-effetto che gli permetteranno di raggiungere certi risultati.

L’insieme di scelte consapevoli e autodeterminate genera responsabilità nell’azione e, attraverso lo strumento del feedback, un costante apprendimento e sviluppo. All’apice del percorso si pone il raggiungimento della felicità tramite l’autorealizzazione, uno stato di benessere frutto dell’equilibrio tra il livello di sfida e quello di capacità (zona del “Flow”).

Un padre impara che il peso della responsabilità insita nel ruolo di genitore, la difficoltà di accettare che il figlio affronti gli ostacoli della vita solo con il proprio bagaglio di risorse e con i frammenti di esperienza che man mano matura, la fatica emotiva di lasciare a un mondo che non si è riusciti a migliorare il dono più grande che la vita può fare, diventano tutte prove “fin troppo semplici” da affrontare, quando il “girotondo” maieutico che passa attraverso la consapevolezza di sé porta il figlio a raggiungere la felicità.

“A modo tuo
Andrai
A modo tuo
Camminerai e cadrai, ti alzerai
Sempre a modo tuo
A modo tuo
Vedrai
A modo tuo
Dondolerai, salterai, cambierai
Sempre a modo tuo”

Un padre diventa coach e sa che tutta la strada che il figlio farà lo porterà a cadere, a rialzarsi, a dondolare, a saltare, a cambiare e tutto questo diventerà conoscenza, sapere di sé, del mondo che lo circonda e determinerà un suo punto di vista che rappresenterà l’essenza del suo essere unico e irripetibile. Il figlio scoprirà giorno dopo giorno sé stesso fino a diventarlo in ogni momento della vita e questa sarà la chiave che lo porterà ad essere felice.

Mi piace pensare che questo brano possa essere letto, su più piani, come un percorso caratterizzato da fatica, ansia, a volte dalla sensazione di inadeguatezza, ma anche da uno sviluppo di consapevolezza, apprendimento, lettura di sé, fino a raggiungere nel refrain la serenità data dall’integrazione di un nuovo punto di vista che fa svanire i dubbi e regala certezze e magari tanta voglia di sperimentarsi nell’approcciare le cose in modo diverso. Una sintesi di emozioni e sensazioni che abbraccia tutto quello che per me ha rappresentato questo sorprendente viaggio.

 

Goffredo Antonelli
Hr manager & consultant
Jesi (AN)
g.antonelli@matesis.it

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