Categoria: Avere fiducia nel Metodo
Sara Pedrilli INCOACHING

Avere fiducia nel Metodo

A questo lavoro ho iniziato a pensare dal primo giorno di partecipazione al corso. Non solo perché la tesina era una delle condizioni per arrivare all’ottenimento delle credenziali, ma in particolare perché per me diventasse da subito uno strumento attraverso il quale poter analizzare la figura del coach, attraverso il quale comprendere quanto questo approccio fosse applicabile alle persone, alle situazioni e nelle relazioni. E soprattutto identificare verso quale tipologia di coaching io mi sentissi realmente portata. Un lavoro inteso come strumento, come mezzo, oltre che il risultato dell’apprendimento. E considerato che tutto il mio percorso di apprendimento è stato costellato di dubbi perché non sviluppare la tesina sui miei dubbi?

 

IL PRIMO DUBBIO
Il coach risolve problemi sui quali è preparato?

Il primo spunto a riflettere me lo diede una domanda posta da una collega di corso: “se capisco che il coachee ha bisogno di un supporto specifico, che non sono in grado di fornire perché non rappresentato dalle mie competenze, posso suggerirlo?”. Nello specifico la domanda era posta da una persona laureata e quindi professionalmente competente in materia che si domandava come poter utilizzare la sua competenza professionale in un ambito di coaching e viceversa. Questa domanda trovò subito una risposta in classe, che ritroviamo anche del codice etico che ci impegniamo a rispettare:

Incoraggio il cliente o il committente a cambiare qualora io ritenga che il cliente o il committente possano essere meglio serviti da un altro coach o da un’altra risorsa e suggerisco al mio cliente di rivolgersi ad altri professionisti, quando sembri appropriato o necessario.1

Cosi mi fu chiarito il primo dubbio. Il coach non è un psicologo, non è uno psicoterapeuta, un sessuologo o tutte quelle figure professionalmente preparate da anni di studi accademici, che sanno dare indicazioni, soluzioni e risolvono problemi. Ma perché non lo è? E io, desidero realmente essere un coach o forse sarebbe più utile investire il mio tempo e i miei soldi in un corso universitario che mi permetta di avere una preparazione completa e mi permetta di aiutare le persone a risolvere un problema dando giuste indicazioni e fornendo mezzi e strumenti? Ecco la prima risposta ai miei dubbi.

Preferirei non risolvere problemi, perché sento che sarebbero le mie soluzioni. Preferirei agire guardando negli occhi una persona che fidandosi di me riesca ad usarmi come uno specchio per trovare in sé stessa risposte e soluzioni.

Ma posso farlo davvero (applicando alla lettera il metodo) senza avere almeno una base universitaria per esempio di psicologia?

A supporto della risposta fornita in classe trovo nel libro di studio una citazione che di seguito riporto:

Una persona senza formazione specifica potrebbe esssere tuttavia, per le sue qualità dell’ESSERE, la sua competenza di vita e la sua capacità relazionale, un coach valido. Al contrario, un individuo che ha le competenze e un sapere tecnico qualificato potrebbe rivelarsi inefficace. 2

Quindi la risposta è SI, posso essere un coach anche se ho un diploma in ragioneria, se lavoro come assistente di direzione da anni e non ho nessuna esperienza di coaching. SI, nella mia unicità posso addirittura essere un bravo coach anche senza una laurea specifica.

 

IL SECONDO DUBBIO
Se non fornisco consigli, se non ho una preparazione Allora come posso essere d’aiuto?

Ho molti dubbi, tante domande e molte idee. Ogni giorno di corso che passa alcuni dubbi vengono chiariti ma se ne insinuano altri. Inizio a capire che forse alla fine del corso avrò le idee più chiare, avrò in mano un metodo che potrò utilizzare. Ma se ogni volta che incontrerò una persona nuova dovrò ricominciare da zero, quanto serve avere un metodo, esperienza e conoscenza? visto che ogni nuova relazione sarà un nuovo mondo e dovrà essere osservato con gli occhi di chi è li per scoprire insieme al suo cochee tutta la bellezza di un mondo sconosciuto e nuovo?

Arrivano le prime sessioni di coaching in classe e mi viene chiarito il dubbio, faccio mia la consapevolezza che un consulente è un esperto di qualcosa, mentre il coach per risultare realmente efficace deve mettersi in ascolto del cochee pensando “io so di non sapere”.

Comprendo così che il coaching non è tante professioni che già esistono e che sono, più o meno, inquadrate in definizioni e interpretazioni.

Comprendo che il Ccoaching è l’istaurarsi di una relazione. Relazione maieutica basata sulla fiducia creata tra due individui che sostanzialmente sono alla pari (io sono ok – tu sei ok). Parità che facilità una comunicazione nella quale il coach (senza volontà di insegnare, giudicare, interpretare e consigliare), attraverso lo strumento del silenzio, delle domande e delle restituzioni, aiuta il cochee ad individuare e prendere consapevolezza delle proprie potenzialità personali.

La consapevolezza supporta l’autodeterminazione del coachee a individuare motivazioni e stimoli personali di origine intrinseca che stimolano la responsabilità a compiere azioni e comportamenti consapevoli, motivati e autodeterminati col fine di raggiungere un obiettivo, identificato e voluto dal coachee.

Il coachee è quindi responsabile della comprensione e dello sviluppo del percorso di crescita personale che compie, finalizzato non solo al raggiungimento dell’obiettivo ma anche a un’evoluzione che abbia come scopo primario l’autorealizzazione e il raggiungimento di un equilibro che porti felicità.

Così arriva il dubbio più grande: ma davvero funziona? Ho vissuto in prima persona una situazione dove applicando il metodo sono stati raggiunti i risultati che da tempo inseguivo e che con altri mezzi non avevo raggiunto. Nel dialogo che descriverò di seguito ho inizialmente applicato l’approccio da coach inconsciamente, poi ne ho riconosciuto gli aspetti (poiché avevo già fatto qualche lezione e già avevo in mano strumenti come il GPS e la Mappa del Coaching) e mano mano che vedevo la situazione evolversi, ho iniziato ad usarlo volontariamente. Ma prima di raccontare il dialogo, devo rispondere al terzo dubbio.

TERZO DUBBIO
Si può essere il Coach del proprio figlio?

Ho iniziato questo corso per due motivi:

1) A 40 anni ho riconosciuto il mio talento, la capacità di ascoltare e di stimolare chi ascolto a trovare una soluzione. Ho capito che diventare (solo dopo 10 minuti che conosco qualcuno) la sua confidente solo ascoltando e senza consigliare, non è un anatema ma può essere una forza e può essere un lavoro.

2) Ho 3 figli, una vita complicata con 2 ex mariti, 1 fidanzato, una mamma di cui mi devo in parte occupare, qualche amico che fa affidamento su di me quando ha bisogno e un lavoro full time. Ho pensato che il coaching, se non fosse diventata una professione, avrebbe comunque potuto darmi uno strumento in più per gestire meglio i rapporti interpersonali nella mia famiglia allargata nei momenti difficili.

Ma già dalla prima lezione ho capito che la risposta al terzo dubbio è NO. Una madre non può essere il coach di suo figlio, di un fidanzato, di un ex marito. Perchè deve mantenere il necessario distacco emotivo dalle motivazioni e dal desiderio che il coachee raggiunga l’obiettivo. Ora, per quanto consapevolmente so che un coach non deve essere coinvolto emotivamente per dare il giusto contributo professionale, ritengo che il metodo del coaching si possa utilizzare nelle proprie relazioni interpersonali con grandissimi risultati e di seguito vorrei dimostrare la validità della mia affermazione.

Luca (11 anni, il mio secondo figlio, fratello di Giulia 16 anni e Michela 9) ha iniziato le medie quest’anno. Pur mantenendo alta la media dei voti, aveva assunto fin dall’inizio un comportamento irresponsabile: dimenticando spesso il materiale, dimenticando di fare alcuni compiti, non avendo un comportamento corretto in classe con gli insegnati e questo lo aveva portato a ricevere 18 note in 3 mesi. E aveva portato a un colloquio tra noi genitori e la professoressa di matematica che ci descrisse Luca come un ragazzo con un evidente problema comportamentale.

L’approccio iniziale da parte nostra fu quello giudicante e punitivo. Non sortì nessun effetto e Luca continuò a perpetrare i suoi comportamenti sbagliati. Il secondo tentativo fu provare a stimolarlo attraverso i premi “se vediamo un cambiamento potrai riavere il cellulare”. Ma anche questo approccio non servì.

Luca vive con me e con suo papà a settimane alterne, quindi quando torna da scuola o è da solo con me (e le sue sorelle) o con suo papà e la sorella più piccola (quella grande è figlia del primo marito).

Una sera, nella settimana con me, tornata a casa stanca dopo 8 ore di lavoro e situazioni impegnative in ufficio, ho trovato l’ennesima nota sul diario (sbadiglia senza mettere la mano e lo fa ripetutamente anche se ripreso), chiuso il diario anziché arrabbiarmi e punirlo, forse perché troppo stanca e frustrata, anziché chiamarlo e sgridarlo mi sono presa 10 minuti di silenzio per cercare di capirlo, di capire cosa stesse succedendo a mio figlio che, non riuscendo ad aiutarlo, ero arrivata al punto di domandarmi quanto realmente fossi capace di capire chi stava diventando.

Quando ho sentito di avere una mente calma e libera, svuotata dalla voglia di giudicare, dal bisogno di dire cosa fare e pronta ad ascoltare l’ho chiamato. Ci siamo seduti al tavolo, io a capotavola lui alla mia sinistra (ho istintivamente impostato il setting con la posizione ad angolo) gli ho sorriso e ho iniziato.

Io: “Luca, ti va di parlare?
Lui: “Ok
Io: “Come descrivi il tuo comportamento a scuola?
Lui: “Sbagliato
Io: “Cosa hai ottenuto fino ad oggi comportandoti così?
Lui: “Tante note, tante punizioni e tu e papà siete sempre arrabbiati con me
Io: “Luca, tu come ti senti quando a scuola ti informano che ti daranno una nota?
Lui: “Male
Ancora silenzio da parte mia per qualche minuto poi ho chiesto, guardandolo:
Come vorresti il tuo futuro?
La sua risposta è stata: “Non lo so
Allora gli ho chiesto: “Prova a immaginare il tuo futuro, tu sei grande, non vai più a scuola perché hai finito di studiare, cosa vedi?
E lui: “voglio un lavoro bello come quello del papà e il tuo, e voglio avere tanti soldi per comprare quello che serve

Silenzio, di entrambi, mentre ci guardavamo e lui ogni tanto spostava in basso lo sguardo (un genitore non può essere coach di suo figlio, c’è di mezzo molta emotività, il suo sguardo basso mi ha ricordato che non ci può essere simmetria nella relazione tra genitore e figlio anche perché il figlio tenterà sempre di delegare il genitore sulla scelta finale di come e cosa fare, ma lui in quel momento non ha chiesto, si è limitato ad aspettare la mia domanda successiva…)

Poi gli ho chiesto “quello che stai facendo ora pensi ti permetterà di avere il futuro che desideri?
Lui mi ha risposto “no…
Dopo un po’ di silenzio ha continuato “io ci provo a comportarmi bene ma non ci riesco…” (interferenza interna limitante).

Ho aspettato che continuasse ma non lo ha fatto allora ho chiesto “quindi Luca tu vorresti avere un futuro nel quale potrai fare un lavoro che ti rende felice e che ti permette di guadagnare abbastanza per comprare quello che serve?
Lui: “si
Io: “hai detto che ci provi ma non riesci, come ti fa sentire?
Si è messo a piangere…

Da mamma l’avrei abbracciato e gli avrei detto vedrai che se ti impegni tutto si sistema… ma in quel momento più che una mamma ero una donna adulta frustrata dal vedere che tutto quello che avevo provato non era servito quindi l’ho lasciato piangere e sono rimasta in silenzio a guardarlo, mi sono limitata ad appoggiare la mia mano sulla sua finché non ha smesso dopo alcuni minuti e forse questo restare lontani ci ha aiutato per poter continuare quello strano dialogo mai fatto prima.

Quando l’ho visto calmo gli ho chiesto “di cosa hai bisogno per fare in modo che quando ci provi tu riesca a comportarti diversamente?
Un po’ di silenzio, gli occhi bassi e poi ha risposto “forse che non lo faccio per voi ma per me”.
Gli ho detto “bene Luca, allora pensa esattamente questo. Tu lo fai solo per te e per ottenere il futuro che desideri. Ti propongo, ogni volta che ti verrà voglia di fare qualcosa che non dovresti e riconoscerai che lo stai per fare, di provare a pensare che comportarti diversamente lo fai per te, vuoi provare?”. E ci siamo abbracciati.

In quel momento sono tornata mamma e ho compreso dove avevamo sbagliato, continuavamo a dirgli che non eravamo orgogliosi di lui, che non capivamo perché facesse cosi e che non sapevamo come comportarci. Ma a lui serviva solo sentire che non lo giudicavamo perché sbagliava, aveva solo bisogno di sentire che la scuola fosse il suo mondo e il suo percorso dove impegnarsi per sé stesso non per fare felici noi.

Aveva bisogno di una relazione facilitante tra lui e i grandi che non lo capivano. Il nostro dialogo per la prima volta non è stato “ti dico come fare”, “sbagli e allora ti correggo” ecc… è stato un dialogo fatto solo di domande da parte mia, dove lui era il protagonista del dialogo.

È accaduto perché ero stanca fisicamente ed emotivamente e quindi non avevo voglia di trovare soluzioni né di arrabbiarmi. Ma è accaduto anche perché avevo per la prima volta la consapevolezza che “sapevo di non saper aiutare mio figlio” “sapevo di non avere soluzioni” “sapevo che la soluzione doveva trovarla lui”. Da allora Luca non ha più preso note, ha portato a casa voti altissimi, studia senza che gli si dica di farlo, si porta avanti nei compiti se serve e la professoressa di matematica ci ha convocati per dirci che è piacevolmente stupita del grande cambiamento di Luca e ci ha chiesto cosa avessimo fatto per farlo cambiare…

Analizzando questo evento e osservandolo con gli occhiali del Coaching sono convinta che il successo si è verificato proprio perché in qualche modo, sicuramente sbagliando qualcosa perché non avevo esperienza e con il metodo ero alle prime armi, il nostro dialogo si è svolto attraverso una sorta di Modello C.A.R.E.

Se analizzo le definizioni che ho imparato relative al metodo sul quale si basa il Coaching evolutivo che viene spiegato durante il corso, mi accorgo che nel dialogo con mio figlio assume grande rilievo la seguente affermazione: più le motivazioni sono di origine intrinseca più la spinta generata è massima cosi come l’efficacia delle strategie adottate e delle azioni decise in relazione agli obiettivi prefissati; mentre quanto più la spinta motivazionale è estrinseca (per esempio il raggiungimento di premi o il timore di punizioni) minore/limitato sarà l’effetto attivante e il movimento di evoluzione della persona.

Il percorso di sviluppo personale di Luca è iniziato solamente nel momento in cui ha desiderato avviarlo (Autodeterminazione). Questa volontà non è mai stata stimolata dal giudizio, dalle punizioni o dagli stimoli volti a premiarlo.

Quei mezzi gli permettevano di vedere solo i suoi limiti e di interpretare la sua incapacità a migliorare sentendosi “un bambino sbagliato per tutti”, genitori e professori. Concentrando invece lo scambio, il dialogo, su quali fossero le motivazioni intrinseche che lo portavano a non comportarsi bene e non trovandole (lui stesso non sapeva perché) e stimolando poi in lui le motivazioni per le quali poteva iniziare un percorso di sviluppo (raggiungere un futuro felice – Eudaimonia) Luca si è concesso la possibilità di non essere più giudicato se non da se stesso e ha intuito che dipendeva solo da lui il suo cambiamento e che già possedeva i mezzi per cambiare (Consapevolezza).

Chiudere il nostro dialogo senza punizioni, senza obiettivi da raggiungere, ma solo con un workout (Prova la prossima volta a pensare che lo fai per te) ha stimolato l’attitudine più importante, la Responsabilità. Luca ha sentito il desiderio di cambiare, ha capito che dipendeva solo da lui e ha deciso di farlo per essere felice.

 

L’ULTIMO (forse ultimo) DUBBIO (e Conclusioni)
Resto nella mia comfort zone?

Puoi ricevere i migliori consigli, gli incentivi più stimolanti, pensare di ricevere le peggiori punizioni, ma se l’obiettivo non è tuo, se non è tua la soluzione, qualsiasi azione farai non darà risultati duraturi, perché la soluzione di qualcuno che non è propria, intimamente sentita, non sarà mai una soluzione radicata.

Su questo ho fiducia, perché l’ho vissuto e l’ho visto accadere. Ho visto i migliori consigli degli psicologi più attenti sortire un effetto a breve/medio termine ma ad essere dimenticati e superati nel tempo, lasciando spazio ai vecchi problemi e a nuovi dettati dalla sfiducia verso le soluzioni applicate.

Mentre ho visto persone dannarsi per trovare da soli la “propria soluzione” e cambiare il corso degli eventi per sempre, ma con quale fatica?

La fatica che sarebbe stata ridotta dalla presenza di un coach, dalla presenza di una relazione facilitante con un coach a supporto nella ricerca delle proprie motivazioni e delle proprie soluzioni, P = RF (p-i).

Quindi si, mi fido totalmente, sono certa che il metodo funziona. Ripensando al dialogo con Luca, partendo dal giusto presupposto che un genitore non può essere il coach di suo figlio, ma provando comunque a considerare che in ogni relazione è possibile applicare il Coaching, posso con convincimento affermare che ho fiducia nel Modello C.A.R.E. perché se ha funzionato con Luca ha ottime probabilità di funzionare anche con altre persone, ancor di più se il coach non è coinvolto come professionalmente appunto dovrebbe essere. Ma io, ora, dove voglio andare? cosa voglio fare di quello che ho imparato? Ho davvero abbastanza coraggio per abbandonare la mia sicurezza per seguire un percorso in cui credo ma privo di garanzie perché totalmente nuovo per me?

Nelle nove giornate di corso ho compreso che vorrei lavorare nel Teen Coaching perché è un mondo che per il mio vissuto conosco molto bene e sento che saprei gestirlo, ma ne sono sicura? Credo di essere in una crisi di “auto-governo”, credo di avere bisogno di un coach!

 

Sara Pedrielli
Personal & Parent Coach
pedricoach@gmail.com

Nota: Il Modello C.A.R.E.® è di proprietà intellettuale della Scuola INCOACHING®

Note al testo:
1 – Il codice di Condotta ICF – traduzione nov 2015 del documento “Code of Ethics” punto 23)
2 – Tratto da “Il Coaching” di P. Angel e P. Amat relativi alle “Qualità del coach: Essere e Fare”

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