Caro foglio bianco – Dialogo tra la relazione di Coaching e il teatro d’improvvisazione
«Ohne Kommunikation gibt es keine menschliche Beziehung, ja kein menschliches Leben»)
Caro foglio bianco,
sei così vuoto e candido che fai quasi paura eppure hai un qualcosa di affascinante. Come posso riempire il tuo spazio affinché usarti ne valga la pena e il tuo scopo di essere al mondo non sia vano? Ho la sensazione che le parole siano già lì, ma scritte con un inchiostro invisibile e chiedano a gran voce di diventare realtà. Ma a chi appartengono quelle parole? Di solito, la pagina bianca è la compagna degli scrittori nel bene e nel male; alcuni la vedono come un blocco, altri come una sfida e altri ancora la vivono come fonte d’ispirazione. Nel Coaching, caro foglio bianco, sei uno strumento essenziale perché permetti al Coach di porsi disorientato positivamente nei confronti del coachee. Sarà infatti il coachee stesso a decidere come riempirti, perché la sceneggiatura è la sua, è lui l’attore principale sul palcoscenico. Un po’ come succede nell’improvvisazione teatrale; gli attori non sanno né come inizia e nemmeno come finirà una storia. Ogni scena improvvisata è infatti un viaggio che gli attori decidono di intraprendere con fiducia e in ascolto reciproco. Usando il parallelismo con il teatro d’improvvisazione, in ogni sessione il Coach e il coachee improvvisano ma con ruoli ben definiti, diversi e specifici. Pur trovandosi entrambi in scena ed avendo una relazione alla pari, sarà il coachee il protagonista della storia, sarà lui a definire i temi dell’improvvisazione e il Coach sarà lì, con il suo foglio bianco cercando di far emergere il potenziale del coachee e rimanendo responsabile del processo di narrazione. Quindi grazie, caro foglio bianco, perché ricordi al Coach che sì conosce il metodo, che certo è consapevole del suo ruolo, ma che in fondo non sa nulla.
So di non sapere è il primo concetto che ho cercato di incarnare fin dalla prima lezione della formazione “Professional Coaching Program” presso INCOACHING. Tale detto (ormai parafrasato) è attribuito a Socrate e costituisce il fondamento del pensiero di questo celebre filosofo greco. L’ignoranza del “non sapere” è intesa qui come la consapevolezza di non possedere una conoscenza definitiva e funge da movente per il desiderio di conoscere. Socrate, secondo quanto detto dalla sacerdotessa dell’oracolo di Apollo a Delfi e riportato nell'”Apologia di Socrate” di Platone, era l’uomo più sapiente di Atene proprio perché era consapevole della propria ignoranza. Con tale attitudine Socrate diventa il padre della maieutica che, secondo la definizione ripresa nel vocabolario Treccani, significa: “«(arte) ostetrica», «ostetricia», der. di μαῖα «mamma, levatrice»]. – Termine con cui viene generalm. designato il metodo dialogico tipico di Socrate, il quale (…), si sarebbe comportato come una levatrice, aiutando gli altri a «partorire» la verità: tale metodo consisteva nell’esercizio del dialogo, ossia in domande e risposte tali da spingere l’interlocutore a ricercare dentro di sé la verità, determinandola in maniera il più possibile autonoma“. Unendo dunque i due concetti appena sintetizzati, il sapere di non sapere da una parte e l’arte del dialogo maieutico dall’altra, si va definendo l’essenza del Coaching. Socrate si poneva nei confronti dei suoi allievi secondo una relazione simmetrica e funzionale al contenuto del dialogo e al tempo di apprendimento degli allievi stessi. Consapevole di non sapere, il filosofo greco poneva domande e quesiti atti a giungere a una verità in maniera autentica. Ecco che nel Coaching, il Coach si deve porre come un (piccolo) Socrate e, consapevole della propria ignoranza, supporta il coachee verso un cammino migliorativo desiderato partendo dalle risorse apprese dal coachee stesso. Il Coach non conosce il bisogno del coachee, né su quali obiettivi il coachee vorrà lavorare, non conosce le risorse del coachee e nemmeno le azioni che vorrà intraprendere. Rimanere in questa posizione è una prerogativa fondamentale. Il ruolo del Coach è infatti quello di instaurare una relazione tale per cui il potenziale e le risorse uniche e irripetibili insite in ogni essere umano emergano. In altre parole, il Coach allena il coachee a far partorire il proprio “io” e per farlo deve concedergli tutta la scena, incondizionatamente. Anche in questo senso la maieutica socratica trova il suo perché; ognuno di noi infatti è figlio di qualcuno e nasce cioè da una relazione. Pertanto, se il proprio “io” nasce da una relazione, è facile comprendere come mai per partorirlo occorra passare proprio attraverso un’altra relazione.
Caro foglio bianco, devi sapere che quando vivevo in Spagna a Granada avevo il profondo desiderio di fare teatro, anche se il mio spagnolo era ancora acerbo. Mi sono aggiunta al gruppo d’improvvisazione della scuola Estupenda e ho scoperto, con grande stupore, che il fatto di non conoscere perfettamente la lingua era tutt’altro che un ostacolo. Il non sapere lo spagnolo infatti, mi permetteva di portarti a ogni lezione pronta a farti riempire dai miei compagni e ciò dava loro la possibilità di sentirsi liberi di raccontarmi il loro “io”. Ricordo che una volta abbiamo costruito una scena su una parola di cui io avevo frainteso il significato. La mia ignoranza ha permesso di creare una storia esilarante e ha concesso a quelli che recitavano con me di attingere ad alcuni loro strumenti, rimasti fino ad allora nascosti, dando spazio a tutto il loro potenziale. Solo oggi mi rendo conto di essermi comportata un po’ come un Coach che segue il flusso di dialogo del coachee ignorando l’obiettivo di quest’ultimo e permettendogli di raccontare la propria storia secondo i propri tempi. In generale comunque, nell’improvvisazione teatrale gli attori non sanno quale storia racconteranno perché la stessa va definendosi durante lo scambio di battute. Rafa, il nostro professore, ripeteva sempre che tenendo a mente la struttura di narrazione e rimanendo in relazione con i compagni di scena, dovevamo buttarci sul palco ignoranti e fiduciosi. Le regole erano semplici: ascoltare sé stessi, il pubblico e i propri compagni di scena; accogliere sempre le proposte dell’altro alleandosi ad esse e rimanere autentici senza quindi cercare la “battuta” perché è proprio l’autenticità a conquistare il pubblico. Vedi, caro foglio bianco, anche nel teatro d’improvvisazione ci sei tu alla base, che sorreggi la struttura della scena, sulla quale si erigono le colonne della relazione tra attori, degli strumenti che ogni attore mette in campo e dell’azione recitativa in sé.
Nel Coaching la colonna della relazione “è (dunque) orientata allo sviluppo del coachee verso la sua eccellenza, in un clima di accoglienza, ascolto, alleanza ed autenticità“. Queste sono le quattro “A” della relazione di Coaching, dove l’accoglienza scaturisce da alcune caratteristiche quali l’assenza di giudizio, il rapporto sereno e consapevole con il tempo, la capacità empatica e l’accoglienza di sé. Accogliere significa fare spazio all’altro permettendogli di essere il vero e unico protagonista della scena. Ma quale è la maniera migliore per accogliere una persona? Ascoltarla. L’ascolto vero è rinunciare ai propri pregiudizi, è stare in silenzio, è permettere all’altro di dire quello che sta vivendo, che sta pensando, che sta provando e quello che sta decidendo. L’ascolto è fatto di un deliberato momento di accoglienza di tutta la persona dell’altro, ossia porsi in un disorientamento positivo, quale atteggiamento di base che presuppone una totale curiosità e apertura da parte del Coach a qualsiasi direzione vorrà intraprendere il coachee nel suo processo di autoconsapevolezza. Su tali presupposti il Coach si allea al proprio coachee aderendo “senza se e senza ma” a ciò che egli propone. Il tutto deve svilupparsi in un contesto di autenticità, affinché il coachee non percepisca un’ambiguità relazionale innescando così meccanismi di difesa che andrebbero ad intaccare la relazione tra Coach e coachee e quindi l’intero processo di Coaching. Una volta ho sentito dire che i romani quando dovevano restaurare le statue che si crepavano a causa del tempo, riempivano queste crepe con della cera così che non si vedessero le ferite della statua. Le statue particolarmente preziose però non venivano riparate perché avevano un valore particolare anche con quelle crepe. Erano dunque statue “sine cera”, sincere. Quando ci sentiamo accolti, ascoltati, quando sentiamo alleanza e percepiamo autenticità, allora siamo disposti a far parlare anche le nostre crepe, il nostro “io”. Ecco perché le quattro “A” della relazione di Coaching sono così essenziali e perché il Coach deve puntare tutto sulla relazione con il proprio coachee fin dal primo incontro, affinché la persona possa sentirsi libera di presentarsi sine-cera, sincera nella sua totale unicità.
Come può essere possibile tutto questo? Fiducia. Più di una volta durante la formazione è stata ripetuta questa parola in risposta alle nostre domande. “Ma se in sessione il coachee cambia obiettivo, che facciamo?”, risposta: “Fiducia nel coachee”. “Ma se in sessione, non so più che domande porre?”, risposta: “Fiducia nel metodo”. “Cosa faccio se ho l’impressione che la sessione non sia andata bene e che le mie domande non abbiano mosso il coachee?”, risposta: “Fiducia in sé stessi come Coach”. “E se il coachee arriva in sessione di malumore e mi sembra che l’ultima cosa che voglia fare è parlare con me?”, risposta: “Fiducia nella relazione”.
Caro foglio bianco, lo vedi quanto sei indispensabile? Per mezzo di te il Coach fa spazio al coachee, tu incarni il disorientamento positivo, quale strumento fondamentale per ascoltare attivamente. Insieme a te il Coach si può alleare alla storia con cui l’altro vorrà riempire il tuo bianco, rimanendo autentico nella relazione. Nel teatro d’improvvisazione questa attitudine funge da regola fondamentale per la riuscita dello sketch. Ricordo un allenamento svolto durante una lezione a Granada. Gli esercizi erano stati proposti per instaurare una relazione tra noi attori che ci permettesse di salire sul palcoscenico totalmente disorientati. Nel teatro d’improvvisazione occorre procedere con domande per non bloccare il dialogo ma lasciando altresì spazio al silenzio. Non si possono anticipare le mosse degli altri ed è fondamentale rimanere in ascolto costante. In questo senso, la fiducia nei confronti dei compagni in scena, del metodo d’improvvisazione, del proprio potenziale e della relazione con gli altri è la chiave per portarsi a casa l’applauso del pubblico. In effetti quella sera era stata pazzesca; ascoltare a 360° accogliendo positivamente ogni proposta e alleandosi ad essa ci ha permesso di inscenare storie che ancora oggi, la mia amica Vero ed io ricordiamo. Quella sera c’è stata una fiducia tale da renderci sicuri che ognuno di noi avesse in sé il potenziale “giusto” per portare a termine la storia.
Una storia è frutto di una comunicazione, altro aspetto determinante nella relazione e nel processo di Coaching. Per tematizzare questo aspetto, mi rifaccio alla citazione iniziale del sociologo tedesco Niklas Luhmann, la cui teoria non è certo sintetizzabile, e che mi rievoca i cinque assiomi della comunicazione elaborati negli anni ’60 dalla scuola di Palo Alto da Paul Watzlawick et al., i quali definiscono tali assiomi come proprietà tipiche della comunicazione che hanno essenziali implicazioni relazionali. Nel loro primo assioma “Non è possibile non comunicare”, Watzlawick et al. osservano che l’intero comportamento in una situazione di interazione ha un valore di messaggio, ovvero è comunicazione. Ne consegue che non si può non comunicare: l’attività o l’inattività, le parole o il silenzio hanno tutti valore di messaggio. Il secondo assioma è: “Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione”. Watzlawick et al. affermano quindi che una comunicazione non soltanto porta con sé un’informazione che trasmette ma impone al tempo stesso un comportamento. Queste due operazioni sono considerate come l’aspetto di “notizia” (report) e di “comando” (command) di ogni comunicazione. L’aspetto di notizia trasmette l’informazione ed è quindi sinonimo del contenuto del messaggio. Il comando invece si riferisce al tipo di messaggio che deve essere assunto e perciò alla relazione tra comunicanti. Ne consegue che la congruenza tra il piano del contenuto e quello della relazione è di estrema importanza, altrimenti il piano della relazione classifica il primo e, in alcuni casi, può capovolgerne il significato. Quindi, ogni comunicazione implica e definisce la relazione con chi comunico, ossia la natura del rapporto. Se dunque senza comunicazione non vi è relazione umana, se non è possibile non comunicare e se nell’atto comunicativo il piano della relazione classifica quello del contenuto, è chiaro che in un intervento di Coaching la relazione è una colonna portante senza la quale il palcoscenico dello spettacolo evolutivo del coachee non sta in piedi.
Caro foglio bianco, anche nel teatro non è possibile non comunicare; la mimica, il corpo, il tono di voce, il silenzio sono i principali strumenti dell’attore ed è grazie a questi che riesce a relazionarsi ai suoi compagni in scena, al pubblico e a sé stesso in un atto ti totale fiducia e quindi a raccontare una storia. Vedi anche tu, caro foglio bianco, quante affinità ci sono tra il Coaching e il teatro d’improvvisazione?
Ebbene, ho condiviso con te queste mie riflessioni in fondo solo per dirti di non sentirti mai “solo bianco”, perché è proprio grazie a questa tua preziosa caratteristica che, tanto all’attore d’improvvisazione teatrale, quanto al Coach fornisci un potente strumento di consapevolezza nell’accompagnare ogni coachee nel suo cammino. Conscio del fatto che la storia è tutta del coachee, lo saprà allenare in una crescita personale nel raggiungimento dei suoi obiettivi per una vita più ricca e consapevole. Il compito del Coach è rendere visibili quelle parole, che già ci sono ma che ancora non si vedono, quelle parole che sono l”‘io” intrinseco e unico del coachee. Grazie caro foglio bianco, ti porterò sempre con me in sessione, sul palco… e forse anche nella vita.
Riferimenti bibliografici:
- Luhmann Niklas., Die Unwarscheinlichkeit der Kommunikation, in Ders., Soziologische Aufklärung 3 Soziales System, Gesellschaft, Organisation, Westdeutscher Verlag, Opladen 1993.
- Pannitti A., Rossi F., L’essenza del Coaching. Il metodo per scoprire le potenzialità e sviluppare l’eccellenza, FrancoAngeli, Milano, 2021.
Raffaella Valsangiacomo
Specialista procedura d’asilo politico (CH) | Coach professionista
Mendrisio, Svizzera
valsangiacomoraffaella@gmail.com
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