Categoria: Un percorso triplice: il coaching da coach, da coachee e store manager

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Un percorso triplice: il coaching da coach, da coachee e store manager

Se non ci piace dove stiamo possiamo spostarci,non siamo alberi.
(Snoopy)

E’ questa la frase che mi ha accompagnato nel cammino che finora ho fatto.

Questo non è un elaborato scientifico e non è neanche un elaborato creativo. È forse lo scritto più sincero che io abbia mai fatto. E’ l’elaborato di una donna che da piccola voleva fare il meccanico, a cui piaceva sporcarsi le mani con il grasso delle macchine e guardare quello che aveva creato. Una bambina che poi distruggeva tutto quello che aveva fatto per ricostruire qualcosa di nuovo…perché nulla rimane uguale ma si trasforma cambiando forma. Quella bambina a cui piaceva cambiare tutto è cresciuta e da donna si è confrontata più volte con i cambiamenti. Il cambiamento altro non è che un movimento fuori dalla zona di comfort che Wikipedia definisce come “una condizione mentale nella quale una persona prova un senso di familiarità, si sente a suo agio e nel pieno controllo della situazione, senza sperimentare alcuna forma di stress e ansia” ( io personalmente la definisco come “il divano di casa”).

L’essere spinti fuori dalla comfort zone genera quello che in meccanica viene definita frizione, ossia la resistenza che noi stessi facciamo a questo movimento. L’alternativa a questo moto sarebbe la staticità, la noia, nessun apprendimento e come dice il Maestro Shifu in Kung Fu Panda “Se fai sempre quello che sai fare, non sarai mai più di quello che sei ora.

Mi sono avvicinata al Coaching grazie al lavoro che ormai svolgo da qualche anno. Il mio ambiente lavorativo, come qualsiasi altra realtà, ormai è caratterizzato da costanti cambiamenti , una dinamicità che spesso è troppo veloce per i collaboratori, i quali faticano a tenere il passo con questi cambiamenti. Eppure sono proprio loro il cuore pulsante di ogni attività, quelle persone che quotidianamente si impegnano per raggiungere gli obiettivi, che lavorano insieme per vincere le sfide, per arrivare primi . Il rispetto e la stima profonda che nutro nei confronti sia del mio team sia di un “capo” costruttivo e stimolatore, mi ha portato a riflettere sullo sviluppo del mio gruppo. Molti approcci propongono una “soluzione” alle situazioni problematiche negli ambienti lavorativi.

Avvicinandomi al coaching, l’aspettativa era quella di trovare appunto questa soluzione ai problemi che stavo affrontando al lavoro e ricordo ancora il primo giorno di lezione in cui Franco ci disse: “Se pensate che il COACHING proponga soluzioni, avete sbagliato la scelta del percorso da fare” e non nego che fui tentata di abbandonare tutto. Ma qualcosa mi aveva incuriosito e decisi di continuare il percorso. E la cosa che mi incuriosì era la centralità del coachee, della sua coach ability, quindi della sua voglia di muoversi verso un obiettivo e l’importanza dell’azione. E’ il coachee che decide di muoversi, è lui che ha la responsabilità del suo obiettivo. E l’azione scaturisce dalla consapevolezza del coachee, non da una soluzione pre-confezionata da altri. Adesso, a distanza di quasi 4 mesi, sono consapevole di non aver intrapreso non un unico percorso.. Bensì triplice… uno nei panni del coach, uno nei panni del coachee e uno nei panni di una store manager che cerca di usare alcuni strumenti del metodo per riuscire ad ottenere un miglioramento all’interno del proprio team.

 

Il coaching da Coach

Durante le sessioni fatte nel ruolo di Coach ho fortemente investito su quegli aspetti che sentivo di dover migliorare e MODIFICARE, primo fra tutti la mia CENTRATURA. È stato di fondamentale importanza prendermi il tempo necessario prima di ogni sessione per concentrarmi sull’Altro. Viviamo in un mondo dove ogni essere umano (o quasi) ritiene di essere l’unico baricentro del mondo e spesso dimentichiamo che il mondo in cui viviamo è costituito da Altri, Altri esseri umani diversi, unici e irripetibili.

Quei momenti di preparazione mi sono serviti per liberarmi dai vestiti dell’Ego e indossare quelli dell’Alter, rafforzando in me l’idea che non potrà mai esserci una relazione autentica se manca sia la piena accettazione dell’altro sia il rispetto nei suoi confronti. Quei momenti di “centratura” sono stati funzionali anche per la mia preparazione all’Ascolto. Un Ascolto che non è più mera percezione di suoni ma diventa Ascolto attivo e soprattutto completamente concentrato verso una persona che non fossi io stessa; un Ascolto che percepisce ogni minima inflessione della voce del mio coachee e soprattutto il suo silenzio.… questo sconosciuto “ricolmo” di movimento e cambiamento. Se dovessi dare una definizione semplice di silenzio direi “assenza di suoni”; eppure il termine “assenza”, che normalmente si lega a qualcosa che manca quindi in qualche modo anche al senso di vuoto, nel caso del silenzio risulta essere erroneo. Il silenzio non è mai vuoto. Il silenzio è il momento in cui la consapevolezza comincia a farsi strada nella mente del coachee.

E’ il momento in cui il coachee comincia ad ascoltarsi. E in quei 45 minuti di sessione eravamo sempre in 3…il coach, il coachee e il silenzio e proprio quest’ultimo permetteva al coachee di riempirsi di se stesso, ritrovare, spolverare, rimodellare o addirittura costruire, la nuova freccia da usare. Quindi un silenzio non vuoto ma pieno del grande lavoro del coachee e del suo movimento verso la sua meta. E se dovessi dare una mia personale definizione del silenzio, esso diventerebbe la porta di accesso del δαίμων del coachee.

 

Il coaching da coachee e il fiume in piena

La forza del δαίμων – Il ruolo di coachee è stato ovviamente quello più tumultuoso e il mio “essere donna di pancia” ha fatto si che vivessi questa esperienza come un fiume in piena che rompe gli argini

per costruire una nuova strada.

… il daimon che ci costringe, con il bisogno ad imboccare la via, il piccolo Dio individuale, lo Shiva interiore…
(C.G. Jung)(1)

Così Jung definiva il δαίμων che è in ognuno di noi e nella sua definizione, a mio parere, è esplicitato il senso di inequivocabile e inarrestabile necessità di seguire il nostro δαίμων proprio perché il “δαίμων ci costringe” a cambiare direzione. Questo quasi perfetto sconosciuto, ha usato il mio silenzio per parlarmi nuovamente … e per quanto io abbia provato a zittirlo o a dargli un’altra direzione o forma più convenzionale, lui ha puntato i piedi, proprio come fanno i bambini per farsi ascoltare, e ha continuato a parlarmi finché è esploso … e io povera coachee ignara, ho scoperto di averlo già scelto (proprio come sostiene il mito di Er) in tempi lontani e adesso Lui ha rivendicato il suo posto accanto a me.

La psicologia positiva, cornice teorica-scientifica del coaching, con la sua prospettiva eudaimonica sottolinea l’importanza, per ogni essere umano, della buona realizzazione del proprio δαίμων. Non si tratta della felicità edonistica ma di una completa realizzazione di sé stessi, all’interno di un contesto sociale. Seligman enfatizza infatti il ruolo fondamentale delle risorse dell’individuo e l’importanza delle relazioni sociali ottimali. Egli stesso sostiene che ”L’autentica felicità deriva dall’individuare i tuoi fondamentali punti di forza e usarli ogni giorno nel lavoro, in amore, nella genitorialità(2). E Maslow , affermando che “le attitudini pretendono di essere sfruttate e cessano di protestare solo quando vengono adoperate in misura sufficiente(3) non fa altro che ribadire la natura irrefrenabile di questi bisogni.

Semplicemente non possono essere ignorati. Da coachee, la consapevolezza del mio δαίμων mi ha spinto a scegliere delle azioni ad esso allineate , scelte consapevoli, autodeterminate, responsabili ed eudaimoniche che altro non sono che le meta-potenzialità che avvolgono il metodo (C.A.R.E)(4). Ed è questo che, da coach, sarò chiamata a fare col mio coachee. Allenare la consapevolezza, meta-potenzialità per eccellenza!

 

Il coaching da store-manager

Premessa inscindibile a questa prospettiva è che quello che ho sperimentato da store NON è coaching. Mi risuonano ancora le parole di Franco durante una delle prime lezioni “il manager non può essere coach”. Dall’alto della mia presunzione ho voluto ugualmente testare questa affermazione e udite udite… è vera! O comunque lo è per me, se l’obiettivo è condiviso non puoi fare coaching. Dal basso della mia inesperienza, non mi sono data per vinta e ho cambiato prospettiva cercando di usare alcuni elementi/strumenti che sono emersi durante questo percorso.

Gli occhiali del coach, gli occhiali non-giudicanti. Ritengo che una delle cause dei problemi nati con un componente del mio team è stato proprio il giudizio. La nostra comunicazione era bloccata da questo muro che sembrava invalicabile. Ogni conversazione sbatteva su di esso è tornava indietro con un significato completamente distorto da quello intenzionale. Fermamente convinta che potevo fare di meglio come store, ho deciso di indossare gli occhiali e farlo vuol dire accogliere l’altro così com’è senza la pretesa di volerlo cambiare e la piena accettazione come persona. Ho dismesso gli abiti dell’Ego e atteso l’Alter. Essendo una relazione lavorativa, dove i ruoli non sono paritari, ci sono ancora momenti di scontro. L’Ego, sostenuto dal ruolo spesso riesce a vincere la battaglia. C’è stato un cambiamento? Si. C’è ancora qualche pezzo consistente di quel muro ma l’allenamento sta dando qualche risultato importante e lo scontro sta assumendo la sfumatura anche dell’incontro.

L’ascolto, quello ascolto che ho messo in atto con la mia coachee. Quindi attivo e autentico e che lascia spazio al fluire comunicativo di chi mi sta di fronte. È stato di forte impatto per me, rendermi conto che non siamo più in grado di Ascoltare in maniera autentica. La frenesia, la corsa contro il tempo per assolvere a tutti i doveri che la vita ci impone, ci hanno fatto perdere di vista un aspetto importantissimo dell’ascolto, ossia la dimensione temporale. Gli antichi Greci avevano già compreso la natura dualistica di questo concetto dividendolo in Kronos e kairos dove il primo è lo scorrere del tempo quindi la durata quantitativa, il secondo è qualitativo. Il momento propizio durante il quale accade qualcosa di speciale. È in questo spazio che L’ascolto diventa autentico ed è questo spazio qualitativo che ho cercato di creare durante i colloqui con i mie ragazzi.

L’autodeterminazione. In un contesto dove l’obiettivo da raggiungere è esterno mi serviva uno strumento che mi permettesse di creare degli obiettivi personali il cui raggiungimento avrebbe poi aiutato nella corsa verso l’obiettivo esterno. E qui è entrato in gioco il concetto di autodeterminazione. Le pressioni esterne, le scadenze, gli obiettivi esterni sono poco tollerati da tutti e ho notato che spesso generano un sentimento di rinuncia. E così, facendo leva sui bisogni di Autonomy e Competence , elaborate da Deci e Ryan5, ho lasciato che ogni componente del team scegliesse, ovviamente in ambito lavorativo, un obiettivo da raggiungere e soprattutto scegliesse il modo in cui raggiungerlo, lasciandogli tutto lo spazio di sperimentazione che gli serviva. Infatti la SDT sostiene che il benessere passa attraverso la soddisfazione di tre bisogni psicologici: Relatedness ossia il bisogno di creare delle relazioni sicure nel proprio contesto. La sopra citata Autononomy che risponde al bisogno innato di sentirsi autonomo nelle proprie scelte. La Competence ossia il bisogno di riuscire ad agire con competenza ed efficacia nel proprio ambiente per raggiungere gli obiettivi voluti.

Auto-efficacia. Ritengo che Tutti noi, nel corso della nostra vita lavorativa e non, abbiamo sperimentato questo “senso” e il COACHING mi ha permesso di dare una forma ben specifica a questo concetto. Bandura è cristallino quando afferma che “… la nostra vita è guidata dal senso di autoefficacia (…..) e corrisponde alle convinzioni circa le proprie capacità di organizzare ed eseguire le sequenze di azioni necessarie per produrre determinati risultati(6). Il senso di autoefficacia è il meccanismo più forte dell’agency quindi della facoltà umana di agire sulla realtà per ottenere degli effetti desiderati. Tra le strategie suggerite da Bandura, quella con cui ho ottenuto maggiori risultati è stata quella delle esperienze dirette. Le esperienze vicarie invece hanno determinato due reazioni diverse a seconda del collaboratore con cui mi stavo confrontando. Chi ha una buona autostima (“senso che riguarda giudizi di valore personale”) ha sentito rafforzato il proprio senso di autoefficacia (sicuramente perché il lavoro rientrava tra i parametri che incide sulla misurazione del proprio lavoro. Chi invece ha una bassa autostima ha vissuto le esperienze vicarie come la conferma della propria inferiorità rispetto agli altri colleghi.

Devo ammettere che Bandura ha conquistato il mio cuore con il suo concetto di agency, siamo noi ad essere protagonisti del futuro che decidiamo di costruirci, siamo artefici delle frecce che costruiremo e che ci permetteranno di colpire l’obiettivo che ci siamo prefissati. Allora vige la regola “volere è potere”? Oppure “tu puoi tutto?”. Beh in realtà non è così, le nostre scelte, le nostre decisioni vengono profondamente influenzate dai tre fattori che si influenzano reciprocamente e sono le caratteristiche personali, comportamento dell’individuo e il contesto e le relazioni.

Qualsiasi percorso di sviluppo personale o lavorativo non dovrebbe assolutamente negare questa dipendenza, non basta dire “tu puoi!” perché quel “TU” vive in un contesto che lo influenza, ha delle particolari caratteristiche personali e uno specifico ed unico modo di relazionarsi con entrambe.

Il compito del coach? Oltre a quello di allenare costantemente la consapevolezza, è quello di assicurarsi che vi sia un allineamento tra l’obiettivo, ambiente e potenzialità e accompagnare il coachee nei processi di adattamento/cambiamento/ miglioramento che il coachee deciderà mettere in atto.

In conclusione, posso semplicemente affermare che questo triplice percorso mi ha permesso di comprendere quale sia il mio obiettivo personale e soprattutto il mio δαίμων e con la consapevolezza acquisita comincio un nuovo percorso che avrà le mie personali impronte.

“…non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde,si raccoglie, viene e va.(7)

 

Tiziana Saporito
Coach professionista
Store-manager
Padova
tizianasaporito@yahoo.it

 

NOTE:
(1) C.G. Jung – La psicologia del Kundalini Yoga, seminario tenuto nel 1932
(2) Martin E. P. Seligman Authentic happiness: using the new positive psychology to realize your potential for Lasting Fulfillment
(3)
Maslow – Verso una psicologia dell’essere
(4) Proprietà intellettuale di Incoaching – Learning & Evolution
(5) R. M. Ryan – E.L. Deci Self – Determination Theory
(6) Bandura Albert – Autoefficacia: teoria e applicazioni
(7) Eraclito – Frammento 91

 

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