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Io (non) sostengo il mondo ovvero il Coach e la leggerezza

Italo Calvino, 1985: leggerezza non è superficialità.

leggerezza Calvino

Calvino sviluppò il tema della leggerezza nella prima di una serie di lezioni che avrebbe dovuto tenere alla Harvard University, con il titolo “Six memos for the next millennium”, che vennero pubblicate postume con il titolo italiano di “Lezioni Americane”.

La sua analisi va a ritroso e attraverso la nostra cultura, dai miti alla letteratura alla realtà del quotidiano, per sostenere la sua operazione letteraria: la sottrazione di peso dall’inerzia, dall’opacità, da quel fenomeno di pietrificazione che secondo l’autore stava invadendo il mondo.

«In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa

Nel mito, Perseo sconfigge Medusa, creatura mitologica che pietrifica chiunque ne incroci lo sguardo. Lo fa con sandali alati, donati da Mercurio, sostenendosi su ciò che vi è di più leggero: i venti e le nuvole. E lo fa proteggendo il suo sguardo con uno scudo, lo scudo di Atena, che gli permette di vedere la gorgone senza incrociare il suo sguardo, con una forma indiretta di conoscenza.

Questo diverso approccio alla realtà è la forza di Perseo. È il suo non volerne uscire fuori, ma volerla affrontare con mezzi nuovi e comunque portarla con sè, come fardello e come strumento: Perseo prende la testa della medusa e la mette in una bisaccia.

Ecco che già si intravede: la leggerezza non è superficialità. La leggerezza è un modo diverso, indiretto, di affrontare la realtà ma non per questo rigettarla, abbandonarla, ignorarla.

Il mito non si ferma. Dal terreno bagnato dal sangue versato nasce Pegaso, il cavallo alato, che con un colpo di zoccolo sul monte Elicona crea la sorgente alla quale le Muse si dissetano per nutrire la loro ispirazione, diventando così l’emblema dell’immaginazione creatrice, dell’estro poetico, dell’intuizione psicologica e spirituale. Dal sangue della Gorgona, dispensatrice di pietrificazione e pesantezza, nasce energia creativa, estro leggero e canto ispirante.

Perseo, col suo fardello, affronta altri nemici. Quando stanno per sopraffarlo, usa la testa di Medusa per pietrificarli. È diventato padrone della pesantezza, è in grado di gestirla.

Fermatosi in riva al mare, con un gesto leggero e gentile Perseo tira fuori la testa della Medusa e, anziché lasciarla sulla sabbia, la poggia delicatamente su teneri rametti nati sott’acqua. Dallo sguardo del riposo finale della testa della gorgone, i rami si trasformano in preziosi, fragili e delicati coralli, che le muse useranno per adornarsi (le gorgonie).1

Perseo è la leggerezza. La Medusa è la pesantezza.

Perseo è il poeta, ma anche l’uomo. La Medusa è il mondo.

Sopra tutto, Perseo con la sua leggerezza e la Medusa con la sua pesantezza sono due facce della medesima medaglia.

Il mito ci racconta che non è annullando la gravità che si raggiunge la giusta dimensione, bensì provando ad impostare un equilibro tra le due forze. Calvino ci esorta perché al pari di Perseo possiamo essere in grado di controllare la pesantezza e utilizzarla secondo le nostre esigenze, affinché la leggerezza ci elevi al di sopra del sopportabile.

Con lucida lungimiranza, nel 1985 già intravedeva, guardando al passato ed ai recenti sviluppi politici e tecnologici, ciò che oggi più che mai è per noi evidente.

La precarietà lavorativa, l’incertezza politica, l’intensità dei ritmi, la connessione continua, la disponibilità e la vicinanza (reale o apparente) di opportunità, le possibilità di divenire, i ruoli da interpretare, confrontati in continuazione attraverso sistemi di comunicazione che ci fanno sempre di più sentire il peso e la fatica delle nostre vite, in un pessimismo amplificato, spesso non giustificato, ma diffuso. La società ci invita ad essere aperti, flessibili, capaci, unici, originali, competenti, performanti, brillanti, proiettati verso il futuro. Così siamo sempre di corsa, non abbiamo mai tempo, non riusciamo a fare tutto quello che vorremmo, fermarsi non è concesso, fallire non è possibile. I social ci mostrano il mondo in tutta la sua eccezionalità, con le foto colorate, i tramonti in riva al mare, gli abbracci, le massime sulla leggerezza!

E sembra quasi impossibile poter sconfiggere la Medusa, pietrificati dal suo sguardo.

Ma lo sguardo pietrificante di Medusa è anche il nostro. È il modo in cui noi guardiamo la vita, ciò che accade a noi in relazione a ciò che accade agli altri. Ed è il modo in cui lo raccontiamo, pietrificante se ci neghiamo la possibilità di trascenderlo, trasformarlo, guardarlo in maniera diversa.

Vivere con leggerezza significa allora indossare sandali alati per sollevarsi su di essa e guardandola da lontano cogliere l’ampiezza della realtà, la sua relazione con le vite degli altri e trovare, dall’alto, uno scudo lucente che ci faccia vedere un’altra strada.

E rompere l’incantesimo di quello sguardo, favorendo l’apertura alla creatività, alla bellezza, allo sviluppo e alla crescita.

Perseo ci ha mostrato che è possibile, allora come oggi.

 

LA LEGGEREZZA OGGI

Serve – e a chi – la leggerezza, come stile di vita, approccio diverso, sguardo disorientato, che ci apre al cambiamento, alla creatività, alla possibilità di immaginare una vita migliore, nonostante tutto?

Prima di tutto bisogna imparare a riconoscerla. Cos’è leggerezza nella vita quotidiana? È frivolezza, insensatezza, mancanza di presenza, superficialità, menefreghismo?

Ci hanno insegnato che la vita è sacrificio e fatica, dovere, serietà, mortificazione, e non c’è posto per chi non la prende abbastanza sul serio, sottintendendo con questo che chi vive con leggerezza è un irresponsabile, che prima o poi dovrà irrimediabilmente e naturalmente “pagarla”, perché solo grevità e serietà portano in sé il germe del successo.

La vita però, diceva Eraclito, è armonia degli opposti: ed in quest’ottica la leggerezza deve avere il suo peso, la pesantezza il suo respiro.

La natura stessa, di cui noi siamo manifestazione, rimanda alla necessità di equilibrio tra scarso e pieno, riposo e rinascita, poco ed eccessivo. E nel nostro potere sulla natura spesso il “delirio di onnipotenza” di poter controllare e cambiare ogni cosa della nostra vita va molto spesso a scontrarsi con il senso di impotenza davanti al quale dobbiamo soccombere quando ci ritroviamo davanti a situazioni che restano, comunque, fuori dal nostro controllo. Come quando abbiamo a che fare con blocchi, malattie o perdite importanti quanto inaspettate.

Allora l’unica soluzione è cambiare logica, cambiare sguardo, cambiare approccio alla vita. Perché laddove la vita non cambia, possiamo cambiare noi l’approccio alla vita.

Come Paperino, nella vita di tutti i giorni corriamo su lunghe rotaie, con un treno che ci insegue. La leggerezza è la capacità di pensare che possiamo correre fuori dalle rotaie, guardare il treno che passa e ci sorpassa. Restando vivi. Scegliendo un’altra strada o magari scegliendo di salire sul treno, se ci va.

Per farlo bisogna conoscere e riconoscere ciò che ci radica – valori, ricordi, priorità, doveri, ferite – e lasciar sventolare ciò che ci anima e che è aereo – sogni, desideri, speranze, progetti.

L’armonia degli opposti in questo senso passa attraverso l’accettazione del limite della vita e di come essa stessa è: proprio ciò che riconosciamo come limite o ferita, spesso si rivela fonte incredibile di creatività e sogno.

Gli elementi che possono supportare, nella vita quotidiana, questo aprirsi alla leggerezza sono tanti: respirare, innanzitutto. Saper osservare ciò che ci fa volare e ricercarlo, la capacità di essere fragili e resilienti, di dare il giusto peso alle cose e saperne ridere, vivere il presente accettandone i limiti e decidere di che colori dipingere la propria vita.

Intesa come atteggiamento, la leggerezza è qualcosa che qualcuno ha già, di suo, per carattere o per abitudine; per qualcun altro invece, è qualcosa da imparare, da inventare, ciascuno per la sua strada, provando a spiccare il volo senza per questo perdere il proprio radicamento.

 

LA LEGGEREZZA DEL COACH

Crescere è per tutti una strada in salita, soprattutto nella nostra società odierna, ma per alcuni lo è di più”. Questo è l’incipit della Mission dell’Associazione Veronica Sacchi, che dal 2001 i porta il sorriso in tante situazioni dolorose (ospedali pediatrici, case di riposo per anziani, centri per disabili, carceri) attraverso l’attività di clownterapia. Tra i valori che l’associazione si è data, compare splendidamente, la leggerezza: “crediamo che il benessere si possa promuovere anche attraverso la leggerezza, declinata negli strumenti della clownerie, della comicità e della relazione gioiosa ed empatica”.

La leggerezza di un naso rosso, che porta benessere nelle situazioni più disagiate e che raggiunge anche il secondo obbiettivo (“occulto” ma non troppo) di fare dei propri volontari degli adulti consapevoli e attrezzati per affrontare il percorso della vita. La leggerezza che apre la strada alla responsabilità e al benessere, che ci insegna che le cose importanti si possono raccontare col sorriso ed essere comunque semplici, dense, incisive. Come per l’AVS, nella relazione di coaching la leggerezza riveste un ruolo valoriale estremamente alto, pertinendo in maniera duplice alla centratura del coach e al benessere del coachee.

Affinché il coach sia aperto, ricettivo, silenzioso e non giudicante è necessario che sia centrato, libero da dinamiche interiori che lo possono distrarre e far deviare dal qui e ora rispetto alla situazione. Per questo è opportuno che si prepari prima, durante e dopo ogni sessione. Ciascun coach può adottare le pratiche che meglio sono in sintonia con lui per conseguire questo stato interiore, ma la finalità sarà comunque la stessa: essere lì per il coachee, presente e dedicato.

Nel mito, Perseo porta nella sua bisaccia la testa di Medusa e la tratta con delicatezza: è come se ci mostrasse da un lato la cura e il rispetto del dolore altrui, l’attenzione all’umanità e alla dignità delle persone, ma allo stesso tempo cura della dimensione personale del disagio che il confronto con la realtà esterna può suscitare. Così la testa nella bisaccia diventa l’arma più potente nelle mani di Perseo, quella che gli consente di affrontare altri mostri: l’aver fatto i conti con la propria gorgone e saper gestire il proprio fardello di energia negativa permette al coach di poter affrontare con efficacia il percorso.

Il coach può volare leggero e aumentare le proprie possibilità di influire con successo, quando riconosce e accoglie la consapevolezza della propria differenza e i limiti del proprio intervento e accetta di tutelare se stesso, il coachee e il proprio lavoro utilizzando con responsabilità gli strumenti a sua disposizione, che gli consentono di non correre rischi di condivisione delle responsabilità e, di contro, di guardare ai problemi da prospettive differenti, scorgendone sfaccettature e aspetti “laterali“.

In questo modo, come a Perseo, al coach è data la possibilità di intervenire in maniera “potente” nella realtà complessa della crisi di autogoverno del coachee.

Il coach indossa la leggerezza, come ali di Mercurio, con il contratto di coaching, che fissa la corresponsabilità nel processo. E arriva sostenuto dall’etica, che come nuvole e venti lo sostiene e lo accompagna. Dopo aver ascoltato e valutato la domanda di coaching, il coach definisce i parametri del suo intervento, evidenziandone la metodologia, assumendo il proprio impegno all’interno del metodo stesso e consegnando al coachee la sua parte di responsabilità, quella di attivarsi ed allenarsi per raggiungere gli obiettivi. In mancanza di questo, quale peso potrebbe vedersi caricato il coach, nella responsabilità di raggiungere gli obiettivi del coachee, trovare a tutti i costi le soluzioni alla sua crisi di autogoverno o, peggio, cercare di “guarirlo”?

Affrontare direttamente la Medusa potrebbe significare porsi di fronte alla realtà con un atteggiamento disposto ad un forte coinvolgimento personale, a una presa in carico senza limiti, con aspettative elevate di risoluzione dei problemi, con senso di sfida o addirittura di onnipotenza. Strategie che portano, tutte, a risultati spesso deludenti e comunque al di fuori del coaching. Come lo scudo di Atena, il metodo fornisce la protezione di un diverso punto di vista, indiretto ma chiaro: la capacità di assumere distacco, mantenendo una visione globale, ampia e comunque dettagliata, lasciando al coachee la dignità di portare i propri problemi e di riuscire a risolverli. È la posizione del “meta” ascolto, dell’assenza di giudizio, del “disorientamento positivo”: portare fuori la verità senza che questa ci pietrifichi, senza male, senza critiche, senza condanne. È lo scudo della saggezza quello fornito da

Atena: è responsabile, presente ma leggero, e non permette di caricare o essere caricato di significati personali.

Il risultato di questo approccio non a caso è un cavallo alato che crea la fonte della creatività: una relazione facilitante che apre la strada al pensiero laterale, alla creatività, alla fonte della propria ispirazione per lo sviluppo delle potenzialità.

 

APPENDICE: UNO STRUMENTO PER LA CASSETTA DEL COACH

Questo elaborato sarebbe già finito se in questi giorni – grazie a quel caso che caso mai non è – la mia vita non avesse incrociato un personaggio speciale: BIRIKI.

Biriki

Biriki è un uccellino, nato nel 2001 dalla matita di Bruna Ferrazzini, che porta con sé nei suoi viaggi i concetti dell’autostima: il rispetto, l’amore e la tolleranza. È un uccellino innocente, sorpreso e attento. Nel suo volo attraverso la vita osserva silenziosamente il crearsi intorno a lui di mille mondi. Senza giudizio, con amore e comprensione indica senza pretese un’altra via possibile: la via verso la libertà interiore, libertà che è crescita e lascia sempre meno spazio alle paure che ingrigiscono la vita. Ho conosciuto Biriki attraverso delle carte tratte dal libro che Bruna ha illustrato per Bob Mandel, scrittore e fondatore del Progetto Internazionale per l’Autostima.

Insieme hanno creato un libro, accompagnato da 40 carte.

Ogni carta è un pensiero forte, potente e positivo accompagnato da un’illustrazione leggera, immediata e penetrante, che ti fa’ sorridere, respirare e rilassare. Ogni carta ti rappresenta, con un pensiero che può migliorare la tua vita, perché può farti creare una tua realtà, semplicemente introducendo un nuovo pensiero, nel quale ti riconosci o del quale ti innamori. È aprire una finestra da cui vedere il mondo, grazie ad un uccellino che svolazza sereno.
Si può pescare una carta. E utilizzarla come strumento immediato ed efficace per guardarsi meglio dentro ed esercitare la cura di sé. Con ali leggere.

 

Lorena Atzori
HR Manager & Personal Coach
Milano
lorena.atzori@gmail.com

 

BIBLIOGRAFIA
“Lezioni americane: Sei proposte per il prossimo millennio”, Italo Calvino, Oscar Mondadori
“Leggerezza”, Laura Campanello, Piccole Tracce Mursia
“Clown per caso”, a cura di L.Jack Sarto, Proedi
“Biriki”, Bruna Ferrazzini – Bob Mandel, Il Faro

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