Categoria: Coaching e Danza: “Io danzo dunque sono!”
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Coaching e Danza: “Io danzo dunque sono!”

Nell’elaborare la tesina alla fine del mio percorso di coaching, come il coaching insegna, mi sono chiesta quali delle mie risorse mi potessero aiutare: mi sono guardata dentro e con mia sorpresa, la risorsa che ho utilizzato è quella che più mi muove, che mi ricarica, che mi fa star bene; ho attinto ad una fonte per certi versi inusuale da accostare all’ambito del coaching: la danza, la mia passione.

Non sono una ballerina professionista, non ho la presunzione di dichiararmi portatrice di chissà quale talento, anzi faccio della mia normalità un vanto ma non è questo il punto; l’attenzione non è tanto sulla qualità tecnica della performance quanto sul processo e sulla sensazione di profondo benessere che ne deriva.

La danza che intendo io non è quella accademica, la danza classica che si insegna secondo canoni rigidi nelle scuole, ma quella espressiva – postmoderna che trova nell’improvvisazione una delle sue massime forme di esplicazione.

La domanda che mi pongo è: la capacità fortemente espressivo-comunicativa della danza può essere utilizzata, applicata in toto o in parte all’interno di un percorso di coaching? La danza espressivo-postmoderna può dare un contributo al coaching?

La tesina che segue è la ricerca di dare una risposta a questa domanda.

Per farlo mi sono avvalsa dei contributi forniti da diverse fonti esterne:

  • una disciplina la danzaterapia, tramite la visione di un filmato documentario “Dancing with Maria”.
  • testi, biografie e testimonianze di chi si è cimentato nella danza per passione, lavoro, ambito di interesse: mi viene in aiuto la danza libera-creativa-espressiva, non accademica, del secondo dopoguerra.

 

Queste due discipline sono prese in rassegna nella prima parte della tesina che è strutturata in due paragrafi.

Il primo paragrafo prende in esame i contributi dati dalla danzaterapia tramite l’analisi di un documentario “Dancing with Maria”, il film sulla vita di Maria Fux una delle ballerine/coreografe più famose di Buenos Aires, oggi novantenne, che fa danzare anche disabili, persone cieche, sorde. Maria Insegna la danza non partendo dalla tecnica, ma chiedendo ad ogni persona, nella sua natura di essere umano unico e irripetibile, di ascoltarsi, di attingere alle proprie risorse interne che siano il battito del cuore, il respiro.

Ho provato a rileggere il suo metodo tramite il coaching ed ecco le analogie che ho trovato: Relazione facilitante e le 4 A accoglienza, ascolto, alleanza, autenticità.

 

ACCOGLIENZA

Immaginandomi Maria circondata dai suoi allevi, ballerini in carriera insieme a disabili non udenti non vedenti, mi pongo la domanda inevitabile: come fa a interfacciarsi con il ballerino già esperto, fine conoscitore della tecnica e allo stesso modo con la persona disabile? Come fa a non creare distinzioni tra l’uno e l’altro? Maria che pur senza saperlo ha già negli anni ’40 l’approccio da coach, non fa distinzioni semplicemente perché si pone nei confronti dell’altro con l’approccio IO SONO OK TU SEI OK. Indipendentemente dalla natura della menomazione o all’inverso dalla capacità/esperienza pregressa. La relazione con gli allievi avviene all’interno di un luogo (setting) – tempo (kairos) in cui ognuno si sente sin da subito accolto in cui ognuno possa poter esprimere se stesso col proprio potenziale. Il tempo è inteso come tempo creativo (kairos), capace di dare l’opportunità agli allievi di entrare nella profondità dell’esplorazione del proprio io. Lo spazio è il luogo protetto in cui essere liberi di esprimersi.

 

ASCOLTO

Maria è profondamente convinta che ognuno sia in grado di arrivare al suo risultato sentendo il proprio battito cardiaco o il proprio respiro; il vento è dentro ognuno di noi, indipendentemente da chi siamo, quale sia la nostra storia, la nostra esperienza, il nostro disagio. Il vento è silenzioso; per far si che ognuno si connetta con esso, Maria-Coach ha bisogno che tutto intorno ci sia silenzio. Ecco quindi che il primo silenzio viene da lei; etoile di spicco della Buenos Aires degli anni ‘40 si rende trasparente, sparisce dalla scena per permettere a ciascuno di sintonizzarsi con se stesso e di sentire il proprio vento. Lei si mette in ascolto.

 

ALLEANZA e AUTENTICITA’

La relazione facilitante nello studio di Maria avviene tramite il linguaggio del corpo, il movimento. Tramite la comunicazione potente del linguaggio non verbale attraverso la danza si esprimono desideri, gioie, paure, tutti gli stati d’animo. Questo permette a chiunque all’interno della sala di sentirsi parte del tutto , in profonda comunione l’uno con l’altro, di vivere l’alleanza “sono qui, sono con te, sono per te”. Così si liberano forme di movimento armonioso, ognuna con i propri tempi, i propri spazi; braccia, mani, piedi si muovono, occupano lo spazio a loro disposizione. Lo spettatore vede il fluire del movimento, armonico, continuo, senza forzature, brusche interruzioni; ogni ballerino presente nella scena si muove partendo dai suoi limiti. Inizia il viaggio, silenzioso verso la meta, ognuno è libero di essere se stesso, ognuno è autentico, perché Maria da subito ha comunicato loro la sua autenticità.

Nel secondo paragrafo prendo in considerazione la danza intesa come metafora del viaggio-percorso che ognuno compie verso l’esplorazione e realizzazione del proprio sé; nel Viaggio tramite il C.A.R.E.® ( Metapotenziale) si raggiunge lo stato di FLOW e si liberano POTENZIALITA’ inespresse che diventano RISORSE.

 

METAFORA DEL VIAGGIO/PERCORSO

Ballare non è semplicemente muovere il corpo a ritmo di musica, non è reagire passivamente a stimoli esterni. Ballare è ascoltare – ma anche ascoltarsi e dare voce a se stessi. Quando si balla è come iniziare un viaggio meraviglioso e farlo dentro di sé. Chi si accinge ad effettuare un viaggio non conosce i suoni, i colori, i profumi che incontrerà e non avrà fretta di arrivare alla meta, perché scopo del viaggio è il viaggio stesso. Anche il coachee quando inizia il suo percorso spesso ha delle aspettative o un senso di attesa senza certezze…non sa dove andrà, che tipo di viaggio farà, sa solo che in quel viaggio ad accompagnarlo ci sarà lui il coach; colui che si finge invisibile e si rende vuoto per fungere da contenitore del contenuto-coachee. Nel parallelismo del coaching, ogni coachee entra, in un susseguirsi armonico di domande del coach alternate da silenzi e da riformulazioni poi di nuovo domande, in quella che nel corso in aula abbiamo chiamato danza, con il coach presente; si avventura per il suo viaggio in luoghi inesplorati, misteriosi.

 

IL CARE e IL FLOW

Cosa succede nel viaggio? Una profonda trasformazione che possiamo riassumere con il termine C.A.R.E.® (appreso nel corso in aula di INCOACHING): chi danza diventa presente con se stesso, connesso con la propria natura, consapevole e autodeterminato ad esserci, pronto all’azione positiva che lo porterà sempre più vicino alla propria realizzazione, responsabile verso il raggiungimento dei propri obiettivi; se vogliamo possiamo anche azzardare alla propria felicità; infatti quale sarebbe la conseguenza naturale di essere C.A.R.E.® ( consapevoli, autodeterminati, responsabili e volti verso azioni positive tese al diventare e realizzare se stessi) se non la felicità? La piena soddisfazione di stare bene con se stessi e quindi anche con il mondo fuori? Potremmo dire, tornando al linguaggio del coaching, che sperimenta lo stato di FLOW ovvero quella sensazione di estasi, di benessere profondo che fa dimenticare di esistere: si è talmente presi dalla musica del proprio ritmo interiore che ci si lascia trasportare da essa: una sensazione di serenità, di distorsione del tempo; si è presenti nel momento attuale, vivendolo intensamente, lanciandosi in attività sfidanti ma al tempo stesso sotto controllo.

 

LE POTENZIALITA’- RISORSE

Nel viaggio tramite il C.A.R.E.® , il danzatore libera le proprie potenzialità che una volta individuate possono diventare risorse; per spiegarlo mi avvalgo di nuovo del video “Dancing with Maria”. In una scena appare evidente l’immagine dell’allieva disabile, incapace di camminare se non con tutore e il supporto di protesi, che all’improvviso, tramite la danza, parte da seduta e seguendo il proprio ritmo riesce a tirarsi in piedi e a muoversi danzando senza supporti esterni. Lo stato di Flow sperimentato tramite la danza influisce sulla prestazione, esprimendo le potenzialità dell’individuo, anche sconosciute allo stesso, che divenute risorse, rendono possibile al soggetto di superare i propri limiti.

Nella seconda parte della tesina prendendo spunto dai contributi analogie della danzaterapia (primo paragrafo) e danza libero espressiva (secondo paragrafo) individuo un metodo da utilizzare durante un workin di sessione.

Come sappiamo il coaching è un metodo di sviluppo…volto ad utilizzare le potenzialità dell’individuo per il raggiungimento di obiettivi….. e le potenzialità di un individuo trovano la loro massima esplicazione quando nel cervello umano l’emisfero sinistro (deputato alla parte razionale-intellettivo) si collega e lavora insieme con l’emisfero destro ( deputato alla parte intuitivo-creativa, ma anche spaziale). Traducendo possiamo dire che se il coachee è stimolato a livello di comunicazione verbale con domande relative alla sua sfera razionale si attiva il suo emisfero sinistro; se a questi stimoli ne aggiungiamo altri di diversa natura, di cui alcuni già di utilizzo del coach quali ad esempio rendere un pensiero/emozione/situazione attraverso un disegno, un‘immagine, allora attiviamo anche l’emisfero destro. Scopo del coach con domande, feedback e silenzi, è produrre la mobilità del coachee per permettergli di riconoscere le sue potenzialità che, una volta venute alla luce e fatte oggetto di colloquio nel coaching, diventano consapevolmente risorse. Tale mobilità sarebbe accelerata se insieme al canale verbale aggiungessimo il non verbale: l’unione dei due emisferi infatti produce talmente tante sinapsi da far lavorare l’individuo muovendolo dal suo stato iniziale.

Alcune possibili domande del coach potrebbero essere: “a partire da quello che mi stai dicendo… puoi riassumere su questo foglio almeno 5/10 parole chiave che meglio di altre possono rappresentarla?…. Ti chiedo di sceglierne una o piu’ e di associarmi un’immagine, la prima che ti viene in mente….” Aumentando il livello di approfondimento “Mi puoi ampliare dicendo quali luci/colori associ a quest’immagine?…Ci sono dei suoni di sottofondo?….Una musica che conosci?…Che movimento ci associ?… Sempre tenendo viva l’immagine che hai dentro di te, ti chiedo di darmene una rappresentazione attraverso il tuo corpo, hai a disposizione questo spazio per poter esprimere la tua immagine, chiudi pure gli occhi se vuoi; mi hai detto che la tua immagine ha il colore di…. la luce di…. il suono di….e il movimento di…

Tramite il movimento creativo, nato da quello che sente nel “qui ed ora”, il coachee ha la possibilità di comunicare qualcosa di diverso a se stesso: prende consapevolezza di sé, del proprio corpo, del proprio io, scoprendo energia nuova che, liberata, sarà canalizzata per altri scopi.

Ovviamente, data la particolarità del mezzo, sarà compito del coach identificare se tale attività potrà risultare piacevole e vicina al mondo del coachee, essendo quindi accettato da quest’ultimo e risultando efficace: è bene che il coach in sessione sia attento e centrato, ponendo in essere l’ascolto attivo e l’osservazione attenta di quanto emerge dalla narrazione del coachee, capendo se possa o meno essere per lui interessante e stimolante l’utilizzo di tale modalità. Per una persona con predilezione per le arti questa tipologia di esercizio per l’allenamento delle potenzialità potrà essere utilizzata efficacemente; viceversa chi tende ad essere più razionale, potrà avere una maggiore difficoltà. Dovrà altresì essere attento nel non chiedere una performance che risvegli l’io genitore del coachee che gli risulterebbe d’ostacolo nella realizzazione della propria rappresentazione; suggerisco pertanto l’utilizzo di termini neutri…(rappresentazione, mimare con il corpo, movimento/movimenti) e di utilizzare un‘escalation di domande che, partendo dalla più semplice, via via arrivi a quella con complessità maggiore; nel farlo si presti attenzione anche ai canali visivo, uditivo, cinestesico.

Lasciare così libero il coachee di esprimersi nella propria dimensione spazio-temporale e mettersi in osservazione, ascolto, non giudicante rimanendo in silenzio e dandogli il tempo di cui ha bisogno: tenere presente che ognuno si muove con un differente livello di conoscenza di sè: accettare quindi quello che emerge anche se il coachee non avesse prodotto nulla, rimanere sempre nella relazione io sono ok -tu sei ok.

Al termine della performance, chiedere al coachee quali sensazioni sono emerse , che cosa ha sentito risuonare dentro; nella sua risposta avrà individuato le sue potenzialità, che una volta portate al livello di consapevolezza, diventeranno risorse che utilizzerà per raggiungere i suoi obiettivi.

 

Dr.ssa Lucia Malpiedi
Psicologa, HR e Coach professionista per la Valorizzazione del Potenziale
Fabriano (AN)
lucia.malpiedi@yahoo.com

 

Nota:
Le 4A, la Relazione Facilitante e le Meta-potenzialità C.A.R.E.® sono concetti di proprietà intellettuale di INCOACHING Srl.

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