Categoria: Il Coaching, le buone maniere, i propri valori: come far convivere le mie convinzioni con il Coaching Evolutivo?
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Il Coaching, le buone maniere, i propri valori: come far convivere le mie convinzioni con il Coaching Evolutivo?

Il dubbio: Coach o consulente?

Ho ricevuto una educazione in famiglia improntata sulle buone maniere, quello che si usa chiamare il bon ton, con regole che spaziano in tutte le direzioni. Come ci si comporta con le persone più anziane, chi si saluta per primo, come si usano le posate a tavola, cosa è bene vestire e cosa non, e tante altre cose. Genitori, nonni, bisnonni e via dicendo erano tutti di famiglie aristocratiche.

Quindi la formazione ricevuta a casa non è mai stata “finta” ma naturale, come logico sviluppo di quanto fatto dai miei antenati, anche se nei nostri giorni queste famiglie non hanno più la “legittimazione” giuridica che avevano nei secoli delle monarchie.

Ciò premesso, acquisita la certificazione di formatore di etichetta nel business, ho deciso di offrire seminari, corsi, consulenze e coaching su temi come la comunicazione tra esseri umani, l’etichetta nel business e nel privato, il comportamento corretto nelle diverse occasioni di vita.

Ma, e qui mi sono posto la domanda dopo la 4a giornata del corso di coaching: potrei fare un coaching con il metodo che sto imparando, su questioni che ritengo sapere bene, che mi pregio di insegnare a chi me lo chiede? Come faccio a facilitare le buone maniere al Coachee che mi chiede supporto, se invece mi viene più facile ed automatico semplicemente dirgli come fare e cosa non fare?

Provo con qualche esempio, forse un poco “crudo” ma efficace. Ponendo la stessa domanda, sviluppandola prima nel modo tradizionale di “consiglio” di chi è esperto verso chi vuole imparare, poi nel modo che ho utilizzato come Coach.

La domanda (o meglio, le domande collegate sono) del cliente è: si usa lo stuzzicadenti a tavola? Perché la maggior parte delle persone lo fa, alcuni coprendosi la bocca, altri no, ed altri ancora si girano schifati dall’altra parte?

  • A) Formatore di bon ton:
    Risposta del consulente di buone maniere: Il bon ton prevede che gli stuzzicadenti non siano mai a tavola, ma nei servizi del ristorante o, se a casa, nel bagno degli ospiti. Non è elegante pulirsi lo spazio interdentale a tavola, né coprendosi la bocca con una mano, tanto meno a “cielo aperto”. Il vicino proverà fastidio e ribrezzo, vedendo pezzi di cibo appiccicati allo stuzzicadenti, posati sulla tovaglia ad operazione effettuata. Per favore, non lo faccia mai. Si alzi brevemente dalla tavola, informando con discrezione che torna subito, vada in bagno, si pulisca i denti e torni a tavola.
  • B) Coach:
    Dopo aver fatto definire dal Coachee l’argomento e poi l’obiettivo di sessione, il Coach chiederà:

 

Il Coaching
(Argomento: comportamento con gli stuzzicadenti a tavola, cosa è corretto e cosa no. Obiettivo di sessione: sapere cosa è corretto per me, Coachee, fare).

Domanda del Coach: Descrivimi situazioni attuali che trattano il tema che mi hai presentato.

Risposta del Coachee: Due giorni fa ero a tavola con i miei colleghi, e dopo avere mangiato, in attesa del caffè, 3 su 5 colleghi hanno messo mano agli stuzzicadenti, iniziando ad operare nelle loro bocche. Alcuni hanno messo la mano di fronte alla bocca, altri no. Alcuni hanno riposto lo stuzzicadenti nell’incartamento, mettendolo poi di fronte al proprio piatto di portata. Altri hanno estratto lo stuzzicadenti con tanto di cibo attaccato, lo hanno iniziato a spezzare, posandolo poi sul tavolo. Io ero seduto tra due colleghi che si pulivano i denti.

Domanda del Coach: Quali sono tre sensazioni che hai provato durante questa situazione che hai appena descritto?

Risposta del Coachee: La prima sensazione è di schifo, ribrezzo. Mi sono visto, a pochi centimetri da me, resti di cibo sulla tovaglia, non miei. Veramente un forte disagio e fastidio. La seconda sensazione era di rabbia. Mi sono chiesto se fosse possibile, che i tre colleghi non si rendano conto di ciò che stavano facendo. Ma non vedono che mi sentivo infastidito? La terza sensazione era poi di autocritica: perché non glielo dico che mi creano fastidio? Mi viene in mente anche una quarta sensazione che ho provato. Forse sbaglio io? Forse il pulirsi i denti a tavola è corretto, magari secondo le regole di etichetta da seguire a tavola. Mi è sorto un grande dubbio su questo punto.

….

La sessione prosegue secondo lo schema previsto dal metodo del coaching, il Coachee percepisce una mobilità e ci si accorda su di un work-out (o meglio, il Coach lo propone ed il Coachee lo fa suo), eventualmente da ridiscutere, sempre se il Coachee lo desidera, nella sessione successiva.

Mettendo a confronto le due modalità di interazione tra 2 persone (consulente-cliente nel primo caso, Coach-Coachee nel secondo), rimane un dubbio. Non sull’efficacia del metodo del coaching, che al contrario mi ha aperto gli occhi sulle potenzialità di ogni individuo, rispetto ad altri metodi di “consulenza” o supporto a chi ne sente il bisogno. Il dubbio è: se ho certi valori, convinzioni molto radicate (anche dovuto ai tanti anni di vita che ho già trascorso su questa terra), e se un cliente si rivolge a me con una domanda che mi permetterebbe una semplice risposta, rapida e precisa: perché faccio il Coach invece che altro (ad esempio: il consulente)?

Certo, la risposta sta nell’essere neutrale verso il contenuto che mi viene proposto. Ed è lì che chi mi sta insegnando il Coaching mi ha aperto gli occhi. Mi spiego.

Chiesi al formatore, a metà del percorso di formazione da Coach, la seguente cosa rispetto alla “coachability”. Se mi trovo, durante la sessione zero, un Coachee che mi sta intimamente antipatico (proseguo con il maschile per una più facile redazione della tesina, ma è sottinteso sempre anche il femminile), verso il quale nutro una immediata avversione “di pelle”, mi imbarco in un percorso di Coaching? Se poi l’argomento che intende trattare va decisamente contro i miei valori e quanto mi racconta mi manda la pressione a livelli preoccupanti, cosa devo fare?

Prima di scrivere qui la risposta che ho ricevuto, peraltro per me illuminante, vorrei esporre un’altra considerazione. Che la risposta me la potevo dare da solo. Ho imparato che come Coach devi essere disinteressato al tema che il Coachee ti propone. Rimanere neutrale e distante e concentrarsi in toto sul Coachee, facilitandolo a trovare le risposte che sono sopite dentro di lui. Ed allora cosa importa se l’argomento non mi piace, e se i modi del Coachee mi urtano i nervi. Se durante la sessione zero metto sul tavolo tutto quanto necessario per concludere il patto di coaching, definisco il perimetro del lavoro che andremo a fare e chiarisco bene i rispettivi ruoli, l’argomento diventa veramente secondario per me Coach. E poi, che allenamento fantastico è per me, fare il Coaching ad un personaggio di questo genere?

Ed è proprio questa la risposta che mi ha dato il formatore: immaginati, Fabrizio, che allenamento faresti con un Coachee così! Questo è stato un punto di svolta nel mio percorso di formazione.

Riuscirò a fare convivere le mie certezze e convinzioni anche in un coaching con qualcuno che si posiziona in maniera diametralmente opposta e me. E poi vogliamo mettere la soddisfazione di avere un Coachee davanti a te che Ti ringrazia per avergli fatto sviluppare di propria iniziativa soluzioni alle proprie problematiche? Fantastico.

Torniamo al percorso di Coaching con il Coachee che si sentiva a disagio andando a tavola con i colleghi, a causa del loro comportamento. La seconda sessione è andata come segue.

Coach: Buongiorno Coachee, come Ti senti?

Coachee: Bene, grazie Fabrizio, e Tu?

Coach: Anche io sto bene, grazie. Di cosa vuoi parlare nella sessione di oggi, che come sai dura 60 minuti?

Coachee: Vorrei proseguire sul tema dell’altra volta.

Coach: Ti va di riprendere dall’argomento dell’altra volta?

Coachee: Si. L’altra volta avevo esposto il mio disagio riguardo gli stuzzicadenti a tavola, ricordi.

Coach: Si, ricordo.

Coachee: ecco. Ho parlato con il mio collega sul mio dubbio riguardo alla correttezza o meno di usare gli stuzzicadenti a tavola. Gli ho sottolineato che se da una parte la cosa mi fa abbastanza ribrezzo, dall’altra non so se magari sbaglio io, cioè che si fa e non è vietato da regole di buone maniere. Il mio collega mi ha, e questo mi ha fatto un immenso piacere, ringraziato tantissimo di avergli fatto notare la cosa. Quando gli ho chiesto di mettersi nei miei panni, lui lo ha fatto, ha pensato alla scena vissuta al ristorante e mi ha dato ragione, dicendo che la cosa è veramente obbrobriosa. Ha deciso di non farlo più, di resistere qualche minuto con la carne fra i denti fino a che non va in bagno a fare l’operazione. Sono proprio felice, grazie Fabrizio.
Coach: Figurati. Ringrazia Te stesso, hai fatto tutto da solo. Mi hai detto che vuoi proseguire su questo tema. Mi definisci l’argomento che intendi affrontare oggi?

….

La sessione prosegue. Arriviamo alla conclusione di questa sessione.

Coach: Hai elencato un numero di situazioni diverse. Mi daresti una priorità in termini di importanza?

Coachee: Intendi in ordine di importanza nel senso di sapere come fare o cosa?

Coach: Si, quali sono le situazioni, in ordine di importanza per te, che vorresti sapere risolvere per allontanare l’ansia ed acquisire la sicurezza che cerchi?

Coachee: Darei il seguente ordine di importanza. La prima cosa, è l’entrata al ristorante. Subito dopo, cosa fare con il cappotto e come si paga il conto. Direi che dopo queste tre cose, prioritarie, vorrei capire come ci si siede a tavola e come ordinare il cibo.

Coach: Esattamente, se iniziamo dall’entrata al ristorante, prova ad immaginare la scena. Cosa Ti farà sentire sicuro in quella situazione?

Silenzio. Lungo silenzio.

….

La sessione continua come da metodo, il Coachee mi riferisce, in una fase successiva, del successo dell’appuntamento con la signora.

 

Conclusioni

Questa seconda sessione mi ha dato decisamente conferma, che il metodo del coaching funziona anche laddove io come Coach penso di sapere già tutto su certe tematiche. Il Coachee, e forse sono stato “fortunato” ad avere fatto queste sessioni con una persona già indirizzata verso le soluzioni che avrei consigliato da formatore, comunque ha ora molta più consapevolezza e sicurezza nel fare delle cose piuttosto che dovere assorbire il know how di qualcun altro. Una bella esperienza devo dire.

Per dare risposta alla domanda di questa tesina, ho di fatto tre risposte possibili:

  • Non effettuo il coaching, in quanto nella sessione zero mi trovo in netto disallineamento con il Coachee, che ha radicato dentro di sé valori che urtano in maniera forte i miei.
  • Non effettuo il coaching e propongo qualche riunione di formazione sulle buone maniere, costruita sulle esigenze del cliente, o singolarmente o cercando di mettere insieme un gruppo per un seminario.
  • Effettuo il coaching come fatto nel caso che ho descritto, usando in maniera precisa il metodo, senza farmi coinvolgere dà giudizi ed interpretazioni che mi devierebbero dal lavoro di Coach. Se il Coachee esce alla fine del percorso di coaching soddisfatto, con soluzioni auto-create e la consapevolezza di sentirsi cambiato positivamente rispetto alla fase iniziale del percorso, ritengo di avere avuto successo con il mio lavoro di Coach.

 

 

Fabrizio Galli Zugaro
Dirigente di Banca
Coach Professionista
Bolzano
fabrizio.gallizugaro@gmail.com

 

Nota:
Il concetto di Sessione Zero e di Coaching Evolutivo® sono di proprietà intellettuale della Scuola INCOACHING®.

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