Categoria: Consapevolezza: breve viaggio tra Coaching, principi marziali, saggezza orientale e pratica del Qi Gong

Categoria: Consapevolezza: breve viaggio tra Coaching, principi marziali, saggezza orientale e pratica del Qi Gong

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Consapevolezza: breve viaggio tra Coaching, principi marziali, saggezza orientale e pratica del Qi Gong

Perché parlare di Consapevolezza?

Consapevolezza è il primo termine che compone l’acronimo C.A.R.E.® (elemento fondante, assieme alla relazione facilitante, del Coaching Evolutivo® sviluppato dalla Scuola INCOACHING®) e quindi, in un certo senso, la colonna portante su cui andare a costruire Autodeterminazione, Responsabilità ed Eudaimonia.

In estrema sintesi, potremmo dire che non ci può essere sviluppo personale senza una concreta e autentica presa di consapevolezza di ciò che siamo e di quelle che sono le nostre potenzialità.

Volendo dare una definizione di consapevolezza, potremmo partire dall’etimologia della parola stessa, ovvero dall’unione di con e sapere. Potremmo dire, quindi, che consapevolezza deriva da con-sapere, ossia “essere a conoscenza di qualcosa”, “rendersi conto di qualcosa”.

Tutti noi abbiamo utilizzato questo termine svariate volte nel corso della nostra vita in frasi come: sono consapevole di dover studiare per l’esame, sono consapevole di dovermi svegliare presto per andare al lavoro, sono consapevole di voler bene a qualcuno, ecc. Scendendo un pò più in profondità nel concetto di consapevolezza, spogliando la parola dai significati più superficiali e cercandone uno più vicino al nostro “sentire”, è probabile che inizieremo a parlare di “consapevolezza del sé” e quindi di consapevolezza di noi stessi.

Consapevolezza quindi non equivale al semplice essere informati (nel senso di un sapere che deriva dalla “conoscenza intellettuale”), ma è una condizione in cui la conoscenza si fa interiore e si armonizza col resto della persona, in maniera coerente.

 

La Consapevolezza nel Percorso di Coaching

Nel metodo del Coaching, dopo che il Coach ha contribuito a costruire la relazione facilitante con il Coachee, attraverso l’applicazione delle 4A (ovvero Accoglienza, Ascolto, Alleanza e Autenticità), si concentra l’attenzione e il lavoro sullo sviluppo del potenziale del Coachee. Tale processo diviene, indubbiamente, il risultato di un percorso di maturazione, più o meno profondo, nella consapevolezza.

Un percorso di Coaching può essere utile al Coachee nella misura in cui, quest’ultimo, attraverso una reale presa di consapevolezza, compie un cammino interiore che lo conduce alla scoperta di sé e del mondo nel quale egli agisce.

Potremmo parlare addirittura di due “momenti” di consapevolezza che si innestano e che si alimentano a vicenda: uno che coincide con la maturazione del Coachee in termini di percorso e uno che prende le mosse dalla singola sessione. È così che, a mio parere, la consapevolezza che nasce in sessione stimola e contribuisce a costruire una consapevolezza (di percorso) radicata e funzionale al miglioramento o addirittura al cambiamento di contesto e di relazioni nel Coachee.

Osservando la struttura di una sessione di Coaching, potremmo dire che il lavoro sulla consapevolezza si concentra principalmente nella fase centrale della sessione stessa: nella fase di

Elaborazione (seguendo il modello del Coaching Evolutivo® proposto da INCOACHING®), dove a seguito dell’esplorazione del presente percepito e del futuro desiderato, il Coachee è portato a (ri)scoprire le proprie potenzialità, trasformarle da risorse consapevolizzate a risorse agite e, infine, rilevare mobilità. È in questo passaggio che la persona diviene (maggiormente) consapevole delle proprie potenzialità, di quelle già conosciute e di quelle sconosciute, in modo che esse possano emergere più chiaramente per essere allenate e trasformate in nuove competenze, da utilizzare sia per il raggiungimento degli obiettivi autodeterminati, sia più in generale, nella vita di tutti i giorni.

Inoltre, come ci ricordano i greci antichi, la consapevolezza deriva dalla conoscenza di sé, che a sua volta è intimamente legata alla cura di sé. Ecco quindi che il Coachee, aiutato dal proprio Coach, impara a prendersi cura di se stesso e facendo questo acquisisce maggiore conoscenza di sé e tale conoscenza genera a sua volta nuova consapevolezza. Il circolo virtuoso che si viene a creare, piano piano, si autoalimenta e consente al Coachee di proseguire nel percorso di scoperta in autonomia.

 

Principi e Pratica Marziale per la Consapevolezza e la Conoscenza di Sé

Il pensiero orientale e quello marziale, da sempre, si fondano sul concetto di interazione mente-corpo che unisce attività fisica e meditazione. Scopo delle arti marziali non è solo la difesa personale ma, prima di tutto, l’autocoscienza, ovvero la consapevolezza di sé, dei propri limiti e abilità, la conoscenza corporea, il riconoscimento della propria emotività e delle proprie modalità di azione, reazione e interazione.

È questo che differenzia l’arte marziale dallo sport. La pratica sportiva spesso pone l’accento sulla competizione (o azione), le arti marziali di derivazione orientale, portano l’attenzione sulla consapevolezza (auto-conoscenza e auto-osservazione). In sintesi, l’arte marziale diviene strumento di crescita e formazione per l’individuo.

Così, attraverso il contatto fisico e l’allenamento con il compagno di pratica, si favorisce la presa di consapevolezza dei propri vissuti emotivi e delle modalità comportamentali messe in atto nel momento del confronto e nelle relazioni interpersonali, si permette e si stimola l’acquisizione e la sperimentazione di schemi di comportamento più adeguati.
Per concretizzare questo processo è possibile individuare e allenare degli specifici principi marziali al fine di aumentare la consapevolezza attraverso la pratica quotidiana.

Principio del Momento Presente
Nel corso della nostra vita ci troviamo spesso a pronunciare frasi del tipo: “Questa estate, quando sarò in ferie mi prenderò del tempo per leggere quei libri che se ne stanno sul comodino, mi prenderò cura di me facendo delle belle e rilassanti passeggiate e poi finalmente uscirò un pò perché non ne posso più di questo estenuante ritmo casa-lavoro.”

Spesso rinviamo a un altro momento, le cose che avremmo voglia di fare oggi per riguardo nei confronti degli altri, per non sentirci egoisti, perché non riteniamo essere il momento opportuno, ecc.

Dividere la vita in fasi e momenti temporali significa partire dal presupposto (errato) di avere pieno controllo sul tempo e sulle situazioni.

Allo stesso tempo non ci chiediamo perché quando facciamo quello che ci piace stiamo bene? La risposta può essere: “Perché siamo totalmente concentrati e immersi nel momento presente, l’unico momento che, se vissuto con pienezza, può farci stare bene”.
Un secondo, un giorno, un’ora, nella loro essenza non sono né belli, né brutti. Esistono e basta. Sono “belli” semplicemente perché esistono. Ciò che accade in uno specifico momento della nostra vita è relativo. Il momento diventa più o meno importante in base a cosa ne facciamo e a come decidiamo di viverlo.

Parallelo marziale: Mokusō
Gli artisti marziali hanno a disposizione differenti strumenti per allenare la presenza, uno tra tutti è il mokusō 黙想 (traducibile come “silenzio della mente”).

Nelle arti marziali giapponesi è stata introdotta la pratica del mokusō come strumento per traghettare la mente del praticante dal mondo quotidiano alla pratica, portandolo ad abbandonare i pensieri non necessari, al fine di sviluppare la necessaria presenza e la necessaria concentrazione. In questa fase il corpo si rilassa e si prepara all’azione, il respiro si fa calmo e regolare e la mente passa dalla condizione di torrente vorticoso a quella di lago calmo.

Ecco che il mokusō diventa uno strumento utilizzabile in qualsiasi momento, per “calmare le acque” e per consentirci di vivere pienamente e consapevolmente il nostro presente.

Principio dell’Attenzione
Ogni cosa intorno a noi si esprime in maniera indipendente dal fatto che la apprezziamo o ce ne accorgiamo. Si potrebbe dire che tutto accade a prescindere da noi e che la facoltà di porre attenzione a ciò che accade, è un’opportunità che possiamo decidere di sfruttare o di sprecare.

Accorgerci del manifestarsi di ogni cosa nell’Universo è compito nostro: se ce ne accorgiamo, avremo la possibilità di meravigliarci, beneficiarne e rallegrarci. In caso contrario non lamentiamoci di avere una vita piatta o priva di stimoli.

Così come farebbe un bravo fotografo, sempre attento al particolare, dobbiamo sforzarci di cogliere ogni aspetto della nostra vita quotidiana. Importante quindi fare attenzione a ciò che accade al di fuori di noi ma, anche e soprattutto, attenzione verso noi stessi e sincero ascolto interiore.

Attenzione significa considerazione non giudicante verso tutto ciò che ci circonda. Il giudizio annebbia e distrae la nostra percezione e rende vana l’arma dell’attenzione.

Parallelo marziale: Zanshin
Volendo fare un parallelo marziale diciamo che l’attenzione fa il paio con lo zanshin 残心.

Zanshin è una parola giapponese che significa letteralmente “spirito del gesto”.

Significa attenzione totale al momento, incanalare la totalità della nostra coscienza, in una qualsiasi circostanza, aumentando la consapevolezza di quel momento.

Significa “essere il momento” ovvero che non c’è distinzione di sorta tra noi e il momento stesso. Infatti, se stiamo “pensando a noi”, allora non stiamo “essendo noi”, e se stiamo pensando al momento allora non siamo una cosa sola con esso. Nel concentrare tutta la nostra attenzione nel momento, diveniamo completamente consapevoli di qualsiasi cosa avvenga al suo interno.

L’artista marziale man mano che raffina la sua pratica inizia a sperimentare cosa significhi “presenza”, ovvero considerare ogni momento importante al punto da “essere il momento.
Ciò che si prova è uno stato difficile da spiegare, di totale immersione in cui ci si sente parte di ogni cosa che ci circonda, come se il tempo smettesse di esistere e si fosse in uno stato di percezione alterata.

Principio della Risolutezza
Miyamoto Musashi, considerato il più grande spadaccino della storia del Giappone, diceva: “Se sguaini la spada devi essere interiormente pronto a uccidere l’avversario”. Forse Musashi, col suo pensiero, voleva suggerirci di sforzarci di fare le cose fino in fondo oppure di lasciarle andare del tutto.

Un po’ come quando non siamo sufficientemente motivati e decisi a metterci a dieta. In un caso del genere, meglio lasciar perdere. Altrimenti anche solo fare la spesa diventerà lungo ed estenuante perché valuteremo ogni prodotto dicendo a noi stessi: “Non dovrei prenderlo però…”, “Forse questo me lo potrei concedere ma…”. Cosa ne avremmo ricavato? Nulla solo stanchezza e frustrazione che ci avranno distolto dal fare altre cose importanti.

Ecco che il semplice volere, senza la giusta risolutezza, diventa un peso che decidiamo noi stessi di portare e che comporta un grandissimo dispendio di energie psico-fisiche. Le stesse energie che potremmo invece impiegare altrove.
Che si tratti di dieta, di smettere di fumare o imparare una nuova lingua, la via è sempre la stessa. Ci vuole applicazione e costanza e la spada della risolutezza deve essere sempre tenuta pronta all’uso.

Parallelo marziale: Kime
Kime 決め è un termine giapponese che indica “concentrazione totale”, o “concentrazione in un singolo punto”. Incanalare il potere della mente (o meglio l’intenzione) in una sola azione, come ad esempio una tecnica marziale in cui ci si gioca il tutto per tutto.

Chiunque ha posseduto un gatto sa che quando gioca lo fa con la massima concentrazione e chiunque abbia visto un gatto che punta una preda, e come si muova con risolutezza e concentrazione verso il suo obiettivo, ha visto una manifestazione del kime. In quel contesto la mente del felino è vuota, priva di rigidità e nulla della sua attenzione è dedicato a quello che è successo prima e a ciò che può avvenire dopo.

La ragione principale per cui spesso non riusciamo a esercitare il kime è legata al fatto che vogliamo fare troppe cose assieme. Se vogliamo concentrare tutto il nostro essere su di un solo compito, allora questo deve essere, solo, potente, completo e risoluto.

Principio della Calma
I monaci zen insegnano che il non fare nulla consapevolmente e pienamente può diventare un potente mezzo di autodifesa. Marie von Ebner-Eschenbach ha detto: “La calma è una forma elegante di autostima”.

La calma, quando è autentica, è un’arma potentissima.

Mantenere la calma permette inoltre di risparmiare energie fisiche e mentali per analizzare con maggiore distacco e obiettività la situazione, decidere il da farsi e agire senza tentennamenti. Inoltre colui il quale riesce a essere calmo al suo interno e mostrarsi calmo esternamente acquisisce forza, viene pervaso da un alone di sicurezza che spiazza l’avversario e gli fa dubitare di se stesso.

La nostra calma, ci permette di trasformare in arma la paura (e la non calma) dell’avversario. Un vero guerriero può trarre vantaggio dalla mancanza di calma altrui riempendo questo vuoto con il timore, l’insicurezza, la paura. In questo siamo molto simili agli animali e quando perdiamo la calma e abbiamo paura diventiamo manipolabili.

Parallelo marziale: Mushin
Mushin (无心, la cui traduzione in italiano è “senza mente”) è uno stato mentale in cui gli artisti marziali di alto livello cercano di entrare durante l’allenamento e il combattimento.

Mushin è raggiunto quando la mente è libera da pensieri di rabbia, paura o ego, sia durante la pratica marziale che nella vita di tutti i giorni.

In questo stato vi è una mancanza di pensiero discorsivo e di giudizio (rumore dato dal dialogo interiore), per cui la persona è totalmente libera di agire e di re-agire nei confronti dell’avversario (o nella vita reale, di affrontare le questioni quotidiane) senza esitazione e senza disturbi provenienti da tali pensieri.

Attenzione, perché non si tratta di uno stato moscio o rilassato ma si tratta di uno stato attivo di pienezza vigile: uno stato di consapevolezza che trascende il pensiero cosciente.
Nel Mushin non esiste l’ego, nell’abbandonare il pensiero di sé, la mente si libera dal caos dei pensieri che inibiscono l’azione.

 

Qi Gong per allenare la Consapevolezza di Corpo e Mente

Per i Cinesi e per la filosofia Taoista, alla base della Medicina Tradizionale Cinese, la posizione eretta è, fra tutte, la più importante perché è quella che consente all’uomo di entrare in connessione con la terra (e il mondo terreno) e allo stesso tempo con il cielo (e il mondo spirituale).
Con i piedi ben piantati al suolo e con il capo rivolto al cielo, l’essere umano, che ne sia consapevole o meno, diviene anello di congiunzione e canale energetico attraverso il quale si connettono i due “mondi”.

Il Qi Gong (termine traducibile in italiano con “lavoro sul Qi”) è una pratica che fa riferimento alla medicina cinese così come l’agopuntura, il massaggio tuina, la fitoterapia e la dietetica. Si tratta di una disciplina molto antica (si parla di questo tipo di consuetudini ed esercizi già 2000-3000 anni prima di Cristo), la cui pratica ha l’obiettivo di rafforzare l’energia vitale, chiamata dai cinesi Qi.

Con il Qi Gong attraverso la pratica di esercizi che aiutano ad assumere e mantenere una corretta posizione eretta, l’energia vitale inizia a scorrere e fluire liberamente all’interno del corpo. Come diretta conseguenza, anche la circolazione del sangue nei vasi migliora e si creano le premesse per una condizione di presenza, consapevolezza e pieno benessere psico-fisico.

 

Pratica e vantaggi dello Zhan Zhuang

La pratica dello zhan zhuang 站樁 (si pronuncia gian giuang) detta anche “posizione del palo immobile” o “stare in piedi come un palo” è una forma di Qi Gong incentrata su un profondo ascolto interiore. L’esercizio, come descrive bene il nome, richiede di stare eretti, come il tronco di un albero, per un tempo più o meno lungo che dipende dal livello del proprio allenamento.

Così facendo, la mente tende ad accedere a uno stato di quiete, pur restando attiva e vigile, nello stesso tempo diventa più consapevole del corpo e del suo equilibrio.
Effetti benefici documentati di questa pratica sono: sistema immunitario fortificato, maggior livello di energia quotidiana e benefici al sistema nervoso, cardiovascolare e respiratorio.

Per quanto riguarda cuore-mente, vale a dire l’aspetto psico-spirituale, il praticante porta l’energia degli organi di senso e tutta la propria consapevolezza verso l’interno così da rallentare pian piano l’attività mentale e raggiungere uno stato di quiete.

Lo zhang zhuan non deve essere vissuto come uno sforzo, ma come un momento di pace assoluta e, per raggiungere questo obiettivo, all’allievo viene consigliato di praticare (inizialmente) per pochissimi minuti al giorno (uno, due o massimo cinque minuti) fino ad arrivare a un tempo che non è stabilito a priori ma può avvicinarsi all’ora.

Se la pratica viene instradata lungo la giusta via, l’esercizio del “non-movimento” si traduce in una nuova condizione di benessere mentale e fisico. La volontà diventa salda e aumentano consapevolezza e sicurezza in se stessi, migliora la capacità di concentrazione e il livello di serenità generale.

Non ci sono controindicazioni particolari alla pratica e questo fa dello zhang zhuan un esercizio buono per chiunque, a qualsiasi età.
Che altro aggiungere se non… buona pratica di consapevolezza!

 

Matteo Tessarotto
Marketing Manager in ambito automotive
Coach Professionista specializzato in ambito Life, Mental e Business
Mogliano Veneto (TV)
www.matteotessarotto.com

 

Bibliografia

• “Scopri le tue potenzialità e libera il tuo talento con il coaching umanistico” di Luca Stanchieri, Edizioni Franco Angeli (2a edizione), 2018
• “Psiche marziale. Arti del combattimento per la crescita personale” di Rosa Maria Distefano, Edizioni Mediterranee, 2005
• “Manuale universale del combattimento” di Steven Pearlman, Edizioni Mediterranee, 2008
• “Kung-fu per la vita quotidiana” di Bernhard Moestl, Edizioni Feltrinelli, 2017
• “Zhan Zhuang: l’arte di nutrire la vita” di Yong Nian Yu, Edizioni Createspace Independent Pub, 2016
• “L’essenza del coaching. Il metodo per scoprire le potenzialità e sviluppare l’eccellenza” di Alessandro Pannitti e Franco Rossi, Edizioni Franco Angeli/Trend, 2016

 

Nota: la Teoria del Meta-potenziale C.A.R.E.® , il Coaching Evolutivo® , le 4A e la Relazione Facilitante sono di proprietà intellettuale di INCOACHNG® Srl.

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