Categoria: Della Sindrome dell’Impostore del novello Coach

Categoria: Della Sindrome dell’Impostore del novello Coach

Della Sindrome dell’Impostore del novello Coach

(e delle ottime ragioni per non lasciarsene sopraffare)

L’ispirazione per questa tesina nasce da un articolo della Coach britannica Kim Morgan apparso sul blogdi ICF [1] e  dalla sua risonanza con i patemi d’animo e le insicurezze che, in taluni momenti del Corso, hanno fatto da contraltare alla mia adesione entusiastica al metodo del Coaching Evolutivo®di cui, giornata dopo giornata, ho sperimentato l’efficacia con i miei generosi colleghi.

Insinuando l’ombra del dubbio sulla mia adeguatezza a onorare pienamente e da subito quel metodo, le mie voci interiori (quelle dal tono petulante e inquisitorio delle sorellastre di Cenerentola!) mi hanno interrogata sul se e quando avreisentito di essereabbastanza brava da poter dire con convinzione, a me stessa e agli altri: “Io sono una vera Coache questo è il mio lavoro”.

Grazie al postdella Morgan, ho compreso che tali incertezze sono tutt’altro che inusuali nei Coach alle prime armi, soprattutto quando abbandonino la propria zona di comfortper avviare un percorso autonomo e adottare una nuova identità professionale [2]. Ne può conseguire la rinuncia a opportunità lavorative, la svalutazione delle proprie prestazioni o l’interpretazione elastica delle regole operative, in attesa di diventare un bel giorno abbastanza bravi, senza che la misura di quel fantomatico “good enough” venga mai realmente chiarita.

L’articolo sostiene che simili percezioni e comportamenti rientrino nel fenomeno descritto dalla Psicologia Clinica (Clance, P. & Imes, S.)[3] e noto, anche nel linguaggio comune, come Sindrome dell’Impostore.

Partendo da un’esperienza di self-doubte dal suo inquadramento entro detto costrutto teorico, le mie riflessioni ripercorreranno le nozioni apprese durante il Corso, sia per analizzare i rischi per la relazione di Coaching, sia per individuare gli “antidoti” di cui il novello Coach dispone per contrastare consapevolmente il fenomeno.

 

Brevi cenni sulla Sindrome (o Fenomeno) dell’Impostore

Si valuta che il 70-75% delle persone sperimenti la Sindrome dell’Impostore, a vari livelli, almeno una volta nella vita [4].

In origine considerato un tratto prettamente femminile, specialmente in contesti lavorativi altamente competitivi (Clance & Imes, cit.),il fenomeno tocca in realtà un’ampia varietà di persone [5], con un’ipotesi di prevalenza tra soggetti sottorappresentati nel loro campo [6].

Gli individui con la percezione d’impostura dubitano delle proprie capacità e della qualità del proprio lavoro, temono di deludere le aspettative e di essere esposti come frodi [7]; spesso affetti da un elevato grado di perfezionismo [8], essi aspirano a padroneggiare impeccabilmente tutto ciò che fanno (complesso della superdonna/del superuomo) [9]. Di contro, tali soggetti sono in genere ritenuti competenti in ragione delle loro qualifiche e dei loro successi, che però essi screditano, attribuendoli a cause indipendenti dai loro meriti, come la fortuna o la compiacenza altrui.

Occorre peraltro chiarire che i dubbi e le insicurezze sperimentati da molti novelli Coach appartengono alla declinazione “situazionale” e “ambientale” del fenomeno dell’impostore, quale esperienza episodica di sentimenti sorti in “risposta a certe situazioni evocative”[10], escludendo reali disordini clinici e psicologici.

Come accennato, la transizione in un nuovo ruolo può scatenare detti sentimenti, anche per il raffronto con una clientela che si aspetta di relazionarsi con professionisti pienamente abili e competenti [11].

E’ importante, perciò, che il Coach valuti sempre preliminarmente la propria capacità di prestazione: un assessmentprevisto anche dal Codice Etico AICP, il quale chiede agli associati di possedere qualifiche, capacità ed esperienze “appropriate per soddisfare le esigenze del cliente ed operare nei limiti della loro competenza” e, se necessario, d’indirizzare i clienti verso Coach più esperti o qualificati.

 

Il giusto approccio all’errore e all’apprendimento

Com’è noto, il percorso e le singole sessioni di Coaching hanno come esclusivo protagonista il Coachee, in virtù del contenuto asimmetrico della geometria della relazione.

Il focus dell’attenzione del Coach è sul Coachee e sul qui e ora della sessione (il kairos, ossia il tempo in senso qualitativo, “inteso come risorsa”) [12]. Se un Coach novizio nutre “delle preoccupazioni circa l’essere in controllo e mostrare di sapere cosa stia facendo, anche il danzare nel momentopuò risultare difficile”[13].

Il novello Coach che presti orecchio alle vibrazioni negative delle sue insicurezze, temendo di apparire inesperto e di commettere errori, non esprimerà l’ascolto attivo definito da ICF come “capacità di concentrarsi completamente su ciò che il cliente sta dicendo o non sta dicendo”. Il Coach deve “mettere a tacerese stesso a favore di ciò che arriva dal Coachee”[14].

A essere in pericolo è anche la “presenza nel Coaching”, quale “abilità di essere completamente consapevole e di creare una relazione spontanea col cliente”, che si traduce nell’apertura al non sapere e all’assumere rischi e nella fiducia nell’affrontare le emozioni.

Il Coach deve allora mantenere l’umiltà in senso socratico indicata da AICP (“so di non sapere”), che implica la visione positiva del disorientamento verso il racconto unico e irripetibile del Coachee. Così, il dubbio sulle proprie capacità di supportare adeguatamente il Coachee si converte nel dubbio positivo su cui si basa la “totale curiosità e piena apertura a qualsiasi direzione verrà impressa dal Coachee al percorso di auto-scoperta”[15].

I doubt therefore I Coach”: con questo adattamento della celebre formula cartesiana, il dubbio diviene “punto di partenza e raison d’être”dell’agire professionale del Coach [16].

Ciò comporta l’abbandono di ogni aspirazione disfunzionale del Coach alla perfezione, giacché l’apertura ad assumere rischi richiede la propensione alla sperimentazione e l’accettazione dei possibili errori, che il perfezionista rifugge.

Si rileva che l’essere “in pace con l’imperfezione port(i) il senso di essere a proprio agio con la vulnerabilità (..). È nello spazio tra perfezione e completa imperfezione – su quel ponte – che risiede l’autenticità”[17].

In sessione, il senso d’impostura e il bisogno insoddisfatto di perfezione che spesso l’accompagna potranno tradursi in segnali contraddittori sui tre canali di comunicazione (verbale, non verbale e paraverbale), esasperando uno dei “rischi comunicativi in cui può cadere un Coach alle prime armi”, appunto la non autenticità, riverberandosi sul rapporto di Coaching in termini di “ambiguità e inefficacia”[18].

Nell’ipotesi peggiore, il Coach, concentrato sulle sue mancanze e frustrato dall’apparente inconcludenza della sessione rispetto a uno standard ideale, soccomberà alla tentazione d’imprimerle una direzione forzata per giungere a una soluzione. Il Coach deve invece rammentare che, una volta assolto al proprio compito di accompagnare il Coachee verso l’individuazione e l’utilizzo consapevole delle sue potenzialità, quest’ultimo è l’unico responsabile del conseguimento degli obiettivi di miglioramento o cambiamento autodeterminati.

Entro tali confini, l’inattuabile desiderio di perfezione lascerà spazio all’aspirazione all’eccellenza (associata al pensiero laterale, di cui il Coach si allenerà a flettere i muscoli), che considera l’errore come fisiologico al processo, quale “fonte di scoperta, di curiosità, di apprendimento, di proattività”[19].

Timothy Gallwey insegna che la migliore prestazione si ottiene con la riduzione delle interferenze interne e con la “fiducia nelle proprie capacità di apprendere in modo naturale dall’esperienza diretta”[20]. Perciò, il Coach novizio con “anche solo un pizzico di sindrome dell’impostore, deve dare a sé stesso il permesso di trovarsi sulla curva dell’apprendimento” (Morgan, cit.).

Alessandro Pannitti ha paragonato l’apprendimento del metodo del Coaching all’imparare ad andare in bicicletta: all’inizio la tecnica sarà maldestra, si potrà cadere, ci si rialzerà, poi si comincerà a essere più sicuri e, infine, a pedalare speditamente, sebbene non tutti diventeranno dei campioni e il rischio di cadere sarà sempre in agguato.

La prospettiva di progressione e miglioramento, invece, verrebbe meno se, per il fatto di non sentirsi da subito dei “veri” ciclisti, alle prime cadute si desistesse; ossia se il novello Coach, sopraffatto dal timore di sbagliare, si sottraesse all’esercizio e alla sperimentazione del metodo e, così, all’impegno al miglioramento continuo delle competenze derivante dalla pratica, oltre che dalle nozioni e dagli approfondimenti teorici.

Il potere delle convinzioni autolimitanti fa sì che le convinzioni interiori circa le proprie capacità (c.d. autoefficacia percepita), ancor più dei fatti oggettivi, condizionino l’agentività umana (Bandura, A., 1997) [21].

Nel processo di apprendimento e costruzione del senso di autoefficacia professionale è dunque essenziale che il Coach adotti il c.d. “growth mindset”: la consapevolezza che le abilità possano essere apprese e sviluppate consente di metabolizzare l’errore, imparare da esso e correggerlosenza esserne paralizzati (Dweck, C.) [22].

 

Io sono OK, tu sei OK

Il senso d’impostura e la paura che le proprie carenze intimamente percepite vengano smascherate potranno far emergere nel Coach l’Io Genitore giudicante, quale dialogo interno di autoaccusa e autocritica, nonché l’Io Bambino timoroso del giudizio “genitoriale” del Coachee, portandolo a porsi in una posizione d’inferiorità rispetto a quest’ultimo, a scapito della simmetria dell’interazione.

Questa è un’insidia per la relazione Coach-Coachee, in quanto finché “i nastri del Genitore e del Bambino” continuano a scorrere e il dialogo interno censorio del Coach prosegue, resta “spento” l’Io Adulto [23], ossia lo stato di equilibrio, proattività, presenza nel qui e ora, ascolto attivo e approccio maturo con l’errore di cui la relazione facilitante necessita.

Al Coach, in sessione, è dunque richiesto l’impegno a effettuare lo switchconsapevole all’Io Adulto, senza il quale la relazione navigherà nel mare dell’ambiguità, generando, con grande probabilità, la reazione di disagio o di fuga del Coachee.

Nel contesto teorico dell’Analisi Transazionale di Eric Berne, la posizione relazionale più efficace è quella “Io sono OK, tu sei OK”, in cui prevale lo stato dell’Io Adulto, capace di decifrare razionalmente e positivamente i dati a sua disposizione. Entrambe le parti della relazione (tanto il Coachee, quanto il Coach) devono essere e sentirsi OK [24].

Il Coach alle prime armi che si lasci dominare dal senso d’inadeguatezza, perso nella spirale negativa del proprio dialogo interno, sarà “non OK” e, perciò, non in grado di assolvere al meglio al ruolo di facilitatore e allenatore delle potenzialità del Coachee.

L’accoglienza del Coachee non può avvenire senza l’accoglienza di sé da parte del Coach, che “presuppone di portare e elaborare a livello di coscienza (..) le emozioni e sensazioni, i pensieri, i ricordi e le immagini che (lo) pervadono nell’affrontare determinate situazioni (..)”. Il novello Coach dovrà, perciò, canalizzare tali percezioni verso l’apprendimento di qualcosa di sé ed evocare consapevolmente il proprio Io Adulto, assumendo la posizione relazionale “Io sono OK, tu sei OK”[25].

Ciò sottende il percorso di conoscenza e cura di sé che il Coach deve compiere nella direzione della crescita personale, del perseguimento della felicità eudaimonica, dell’accettazione di sé e dell’auto-realizzazione, quale presupposto per accompagnare efficacemente il Coachee verso la conoscenza di sé e del suo potenziale [26].

In tale percorso rientra, ad esempio, il lavoro sulle competenze AICP relative al saper essere e al saper divenire e, in particolare, su alcune attitudini personali quali essere consapevole delle proprie emozioni, in connessione con sé stesso, autoriflessivo, in apprendimento dalla propria esperienza, flessibile e aperto, pronto a coltivare la propria creatività.

L’allineamento della dimensione personale dell’essere a quelle del sapere e del fare consente al Coach di esprimere il suo potenziale interno e di focalizzarsi sul processo di Coaching, guadagnando motivazione interiore, liberandosi del senso d’inadeguatezza e frustrazione e sperimentando l’autentico flow [27]di sessione.

L’allenamento costante delle Meta-Potenzialità C.A.R.E.®del Coach (Consapevolezza, Autodeterminazione, Responsabilità e Eudaimonia, quali facoltà umane interdipendenti) è essenziale al pari di quello del Coachee.

In particolare, la consapevolezza del Coach circa il suo agire professionale è una risorsa, “che può fare la differenza in termini di qualità del lavoro di Coaching, salute della relazione Coach-Coachee, e dunque di efficacia di Coaching”[28].

Accantonando dubbi e preoccupazioni che creano ansia, lasciando cadere la maschera dell’impostore ed essendo semplicemente sé stesso (quel sé di cui avrà acquisito coscienza con la cura e l’allenamento), il novello Coach accrescerà il proprio benessere e offrirà al Coachee un modello relazionale basato su rispetto, fiducia (in sé, nell’altro, nella relazione e nel metodo), positività e ottimismo, quali condizioni imprescindibili per un proficuo percorso di Coaching.

 

Conclusioni

La risposta al mio dubbio amletico iniziale (essere o non essere, sentirmi o non sentirmiuna vera Coach) èuno dei benefici in termini di consapevolezza, autodeterminazione e responsabilità derivanti dal Corso.La risposta è: “Sì, lo sono e mi sentotale”.

Il ragionamento che mi ha portata a questa conclusione costituisce l’elaborazione degli indizi disseminati fin qui come le bricioline di pane nella fiaba di Pollicino.

Hai voluto la bicicletta, e ora pedala! Ora, subito. Di certo cadrai, ma è altrettanto certo che ti risolleverai e, così facendo, progredirai nell’applicazione del metodo e delle tecniche del Coaching.

Farai degli errori che, col tempo, saranno sempre meno ma non verranno mai a mancare del tutto, perché la perfezione non trova spazio nel Coaching. E se talvolta ti sembrerà di brancolare nelle nebbie dell’incertezza, rammenta che il sapere di non sapere e il disorientamento positivo rispetto al racconto del Coachee sono ciò che ti entusiasma di questo metodo.

Nel tragitto imparerai tante cose nuove su te stessa e sugli altri. E se avrai la tentazione di fermarti, anche solo per un momento, sappi che per completare il processo di scoperta delle tue potenzialità e di quelle dei tuoi Coachee non basterà una vita intera. È, perciò, un viaggio che vale sempre la pena continuare.

Tu sei OK: accogli te stessa e prenditi cura di te, per poter accogliere e ascoltare autenticamente i tuoi Coachee, accompagnandoli efficacemente nel loro percorso.

Facendo mie le parole della Coach Julie Starr, citate nel post da cui sono nate le mie cogitazioni, posso dunque concludere con convinzione che “I am both enough and still capable of more”.

 

Note:

(1) Il modello C.A.R.E.®e il Coaching Evolutivo®sono proprietà intellettuale di INCOACHING® Srl.

(2)Le traduzioni dall’inglese sono dell’autrice di questa tesina.

 

Bibliografia:

[1] Overcoming Impostor Syndrome in Your Coaching Business,

Coachfederation.org/blog/overcoming-impostor-syndrome-in-your-Coaching-business

[2] Anche Petherick S.,A leap into the unknown: The self-employed Coach’s experience of self-doubt, International Journal of Evidence Based Coaching and Mentoring, n. 10/2016.

[3] The Imposter Phenomenon in High Achieving Women: Dynamics and Therapeutic intervention, Psychotherapy Theory, Research and Practice, vol. 15, #3, 1978.

[4][5]Sakulku J. & Alexander J., The Impostor Phenomenon, International Journal of Behavioral Science, vol. 6, n. 1, 2011.

[6] Gates M., How to tackle Impostor Syndrome in the New Year,

www.linkedin.com/pulse/how-tackle-impostor-syndrome-new-year-melinda-gates

[7] Pannhausen S., Klug K. & Rohrmann S., Never good enough: The relation between the impostor phenomenon and multidimensional perfectionism,

https://link.springer.com/article/10.1007/s12144-020-00613-7

[8] Leonhardt M., Bechtoldt M.N. & Rohrmann S., All Impostors Aren’t Alike – Differentiating the Impostor Phenomenon, Frontiers in Psychology, vol. 8:1505, 2017.

[9] Pannhausen S., et al., cit.; Clance P. & Imes S., cit.

[10][11] O’Brien McElwee R. & Yurak T.J., The Phenomenology of the Impostor Phenomenon, Individual Differences Research, vol. 8, n. 3, 2010.

[12] Pannitti A. & Rossi F., L’Evoluzione del Coaching, Franco Angeli, 2019.

[13] Best K., Reflecting on the benefits of Coaching those who are very different from you, https://Coachfederation.org/blog/Coaching-those-different-from-you

[14][15] Pannitti A. & Rossi F., L’Essenza del Coaching, Franco Angeli, 2012.

[16] De Haan E.,I doubt therefore I coach: Critical moments in Coaching Practice,Consulting Psychology Journal Practice and Research, March 2008.

[17] Hillman H.,The Impostor Syndrome,Random House New Zealand, 2013.

[18][19][20] Pannitti A. & Rossi F., 2012, cit.

[21] Self-efficacy: The exercise of control, Freeman.

[22] www.ted.com/talks/carol_dweck_the_power_of_believing_that_you_can_improve

[23] Harris B.A. & Harris T.A., Staying OK,Pan Books, 1985.

[24][25][26] Pannitti A. & Rossi F., 2012, cit.

[27] Sulla teoria del “Flow”, Csikszentmihalyi M., If We Are So Rich, Why Aren’t We Happy?, American Psychologist, Oct 1999; Pannitti A. & Rossi F., 2012,cit.

[28] Silvana Dini, cit. in Pannitti A. & Rossi F., 2019, cit.

 

Francesca Sciavicco
Life Coach
Cagliari
francisciavicco@gmail.com

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