Categoria: Dentro e Fuori le Mura

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coaching in carcere

Dentro e Fuori le Mura

Il carcere è un luogo estremo, dove estreme sono le relazioni ed estreme le condizioni. Un estremo rispetto ad un centro che rappresenta l’equilibrio tra bisogni e doveri, un estremo fatto di fuori, di mura, di sbarre. Non mi riferisco solo a quegli estremi strutturali utili a circoscrivere i detenuti nei loro spazi fuori dalle città, ma parlo anche di quelle estremità interiori, delle sbarre che chiudono le parole e i pensieri delle persone, degli occhi “sbarrati” di chi sta fuori che è investito di giudizio, di condanna, di strade senza uscita. Chi sta in carcere non ha molta scelta. Chi sta in carcere vive marchiato del proprio reato e delle leggi che ne segnano la condanna, anche fuori.

La relazione di coaching accoglie il coachee come protagonista e spettatore (spettatore attivo) della propria vita, permette l’atto della scoperta di se stessi, del rapporto che si ha con se stessi, con gli altri, con le esperienze, con il contesto, non perdendo però mai il contatto con le proprie percezioni ed emozioni. Questa possibilità di sdoppiarsi permette di fuggire la solitudine che in un luogo come il carcere è il motore principale del vortice di ritorno sui propri passi insieme alla prevalenza di modelli “negativi” e alla carenza di ascolto e ri-costruzione di sé.

Ma possono, all’interno di un luogo chiuso, sbarrato, insinuarsi relazioni di questo tipo? Come può la mente aprirsi al viaggio dentro e fuori di sé in un luogo in cui per la maggior parte del tempo si è giudicati, condannati e puniti?

In una relazione che non offre nuove possibilità e non propone occasioni diverse calate dall’alto, ma occasioni per ri-comporre la propria esperienza per comprendere bisogni inespressi e desideri spesso soffocati, per esplorare il proprio posto nel mondo e il mondo stesso, per dare significato alle proprie azioni e alle proprie convinzioni. In una relazione che apre alla possibilità di viaggiare attraverso il passato e di immaginare un futuro, di far emergere gli aspetti trasformativi delle esperienze vissute intercettando il cambiamento e per coglierlo come elemento presente all’interno di tutta la propria vita.

La metafora del viaggio coglie la natura dinamica dell’esistenza, nella quale il riconoscimento degli eventi che la caratterizzano portano alla costruzione di nuove strutture vitali che si sostituiscono alle precedenti attraverso l’acquisizione di senso da parte della persona che li ha vissuti; gli eventi, le esperienze, sono atti di cambiamento che marcano il passaggio tra un prima e un dopo e necessitano da parte di chi li vive di essere portati alla coscienza, di essere definiti, ri-definendo ad ogni passaggio l’immagine di sé, ri-congiungendosi con se stessi attraverso l’esplorazione che fornisce senso di unicità alle persone.

La relazione di coaching facilita l’autoriflessività permettendo alla persona con cui interagisce di distanziarsi dalla propria storia, adottando una visione aerea e allo stesso tempo sentita perché proveniente da sé, offrendo la possibilità di vedere ciò che non si vede, il nuovo; uno spiazzamento cognitivo che implica forti momenti di impatto educativi e di ripatteggiamento con il passato e stimolando la consapevolezza sul proprio presente alla luce delle scelte fatte e all’avvento delle scelte da fare. In nome di un’alleanza insita e voluta nella relazione di coaching, chi vi partecipa può sentirsi avvolto da un senso di fiducia reciproca e ristabilire un contatto con se stesso e con l’altro in un processo che arricchisce non soltanto la consapevolezza di esistere ma soprattutto la consapevolezza di essere agente della propria vita.

Parlare di sé implica due elementi fondamentali che ne costituiscono la legittimità: l’affermazione dell’individuo e la proclamata fede nella verità di ciò che si afferma; anzi, la verità è talmente imprescindibile che sembra essa stessa il necessario faro che illumina il coachee nel momento in cui si accinge a parlare di sé. Ogni volta che si parla di sé si operano delle scelte, andando avanti e indietro nel passato, riflettendo sul presente e immaginando un futuro, si compone una trama della propria esistenza carica di senso e consapevolezza.

Ciò che mi ha fatto pensare al coaching come proposta nelle strutture penitenziarie e più in generale nei contesti deprivati, quelli che anche senza sbarre restano fuori dalle città, è stato lo sperimentare la relazione di coaching come ACCOGLIENTE. Non mi riferisco ad un principio morale, etico o impregnato di buonismo e pietismo, ma ad un aspetto metodologico fondante nella scelta consapevole di un coach di percorrere un percorso di coaching insieme al coachee, in una relazione simmetrica in cui “si raccoglie insieme”. L’ACCOGLIENZA implica alcune disposizioni quali:

ASSENZA DI GIUDIZIO fondamentale se penso alle relazioni con i detenuti che consapevoli o meno degli errori commessi sono sottoposti a giudizio formale e informale ogni istante. Stare in una relazione che non comprende il giudizio può stimolare ad aprirsi e ad esplorare in presenza di un’altra persona ogni aspetto della propria vita.

RAPPORTO SERENO E CONSAPEVOLE CON IL TEMPO, un tempo che all’interno dei luoghi di detenzione assume un valore carico di emozioni spesso contrastanti, incontrollabili. In carcere il tempo non arriva, non passa, non si percepisce ma si pensa solo alle ore, quelle che mancano per uscire, le ore di attesa per i colloqui e le ore quelle vuote, quelle in cui si è soli, senza tempo appunto. È un tempo sospeso, sempre lo stesso. È un tempo lento, rimandato, rinviato a giudizio. È un tempo gestito da regole fuori di sé. La consapevolezza del proprio tempo, quello interiore utile alla riflessione e al cambiamento, un tempo unico che segue la linea del processo, del viaggio e non rincorre soltanto la soluzione.

CAPACITÀ EMPATICA apre alla possibilità di assumere seppure parzialmente il punto di vista dell’altro con la conseguente sensazione di sentirsi capiti e quindi accolti.

ACCOGLIENZA DI SÉ che presuppone la capacità di ognuno di affrontare determinate situazioni alla luce della consapevolezza delle proprie emozioni, sensazioni e dei propri pensieri permettendo quindi a chiunque di risuonare dentro se stessi liberamente concedendone l’esplorazione. Riuscire a stabilire una relazione autentica con la persona che in quel momento sconta la sua pena per qualcosa che potrebbe anche essere al di fuori dei pensieri del coach implica disponibilità e apertura senza perdere nulla di se stessi al massimo concedendosi la possibilità di arricchirsi.

Oltre alla capacità di accogliere l’altro, una relazione di coaching che funzioni implica l’aderenza agli altri tre principi:

ASCOLTO nel senso di accettare l’altro così com’è, non bloccato in una fase di esperienza ma in continuo divenire (Carl Rogers); questo aspetto è molto importante nell’ottica delle relazioni con i detenuti, i quali necessitano di persone che riescano a sostenerli nella possibilità del cambiamento e non li blocchino in posizioni prestabilite e irreversibili rischiando di riprodurre meccanismi come profezie che si autoavverano in cui si è spinti a mettere in atto comportamenti che confermino lo stare in una determinata posizione con la conseguente incapacità di autodeterminarsi. Inoltre l’ascolto del coach è un ascolto attivo, interessato, capace di cogliere il flusso dei contenuti e le modalità espressive che li accompagnano.

In questo ascolto il coach deve anche essere capace di ascoltare se stesso per evitare pregiudizi e stereotipi, per astenersi dal dirigere il colloquio e la direzione che esso prenderà, in maniera tale da non svalutare mai qualunque direzione prende il coachee e assumendo ognuna di queste come carica di senso e valore per il coachee stesso. Tra gli elementi che favoriscono un ascolto efficace c’è ovviamente il silenzio che serve a facilitare l’apertura del coachee, a passare ad esso la gestione del suo tempo. Il silenzio in una relazione di coaching è diverso dal silenzio vuoto del carcere; è un silenzio ricco di significato, favorisce l’introspezione, non isola ma lega.

Un altro elemento sono le domande che il coach utilizza per approfondire la conoscenza del mondo del coachee mostrando interesse autentico per lui e per ciò che emerge nella relazione. Le domande sono lo strumento principale del coach per stimolare l’esplorazione e i cambi di visuale del coachee; se esse sono efficaci infatti riescono a dare senso al coachee di muoversi lungo spazi differenti e non ancora percorsi, producono nuovi punti di vista e nuove idee.

Merita però particolare attenzione l’utilizzo delle domande nel contesto del carcere poiché le persone che vi sono all’interno sono abituate ad un uso di esse in forma inquisitoria, accusatoria. Sono domande dalle cui risposte dipende spesso il peso di una pena o l’etichetta da affibbiarsi. Può essere utile nella relazione di coaching utilizzare le domande per accompagnare il coachee nell’apertura di spazi inesplorati del proprio essere, per fargli sentire che qualunque cosa dica c’è qualcuno che ha interesse nell’approfondire la sua storia.

Infine per facilitare il processo di esplorazione, riflessione, e per far si che la relazione che si instaura sia davvero facilitante e caratterizzata da supporto e potenziamento, il coach deve porsi in una posizione di disorientamento per cui l’assenza di preconcetti sarà il presupposto fondamentale per aderire completamente e in maniera autentica al progetto del coachee. La rigidità del carcere si contrappone perfettamente al concetto di disorientamento, per il coach la persona che commette un reato, di qualunque natura esso sia, rimane una persona con la sua storia, le sue emozioni, i suoi pensieri e come tale va rispettata nella sua interezza a prescindere dal braccio in cui si trova a scontare la sua pena.

La sfida che meglio rappresenta per me il ruolo di coach in carcere sta nel riporre incondizionatamente fiducia nel coachee, stabilendo quello che è il terzo fattore imprescindibile di una relazione di coaching: l’ALLEANZA. Il motivo di tale affermazione lo ritrovo nell’esperienza diretta e nei racconti che ho avuto modo di incrociare nei miei percorsi formativi, in cui il principale freno del cambiamento sembra essere spesso il senso di sfiducia che si ha nei confronti delle persone che si trovano in carcere. Certo la responsabilità di questa condizione è sicuramente da attribuire in gran parte alle stesse persone che si sono macchiate di qualche colpa, che sia dagli altri conosciuta o meno questo non cambia il loro status, di cui peraltro, essendone consapevoli, non si aspettano altro dalle persone che sguardi e comportamenti diffidenti.

Il motore del cambiamento potrebbe essere proprio nella particolarità di una relazione di coaching, la quale implica che ci sia alleanza e fiducia da parte del coach in modo da attivare nel coachee la disponibilità ad aprirsi, la sensazione di sentirsi riconosciuto, la possibilità di scoprirsi e sperimentare l’autoefficacia, l’autostima con conseguente motivazione ad un eventuale processo di cambiamento, alimentando il senso di responsabilità e agentività.

Ultimo aspetto non meno importante, ma che in realtà chiude la catena è l’AUTENTICITÀ; ogni relazione di coaching che si fondi sull’accoglienza, l’alleanza e l’ascolto richiede spontaneità, “verità”. Una situazione artificiale viene facilmente percepita e perde di tutto il potenziale di cui si nutre la relazione per portare avanti un percorso di coaching. La forza di questa relazione sta proprio nel proporsi in maniera diversa dalle altre e nella quale non conta soltanto e principalmente il “saper fare”, le competenze o gli strumenti che si possiedono quanto il “saper essere” come disposizioni, come qualità personali.

Volendo suddividere la metodologia del coaching in tre macro aree, quali la RELAZIONE DI COACHING, lo SVILUPPO DEL POTENZIALE e DEFINIZIONE DEGLI OBIETTIVI E DEL PIANO D’AZIONE, dopo questa breve riflessione sembra che, almeno sul piano della relazione, il coaching possa inserirsi nel contesto del reinserimento e della reintegrazione delle persone che sono in carcere o quanto meno possa essere occasione per essi di ripercorrere il passato attraverso una riflessione retrospettiva e creare continuità con il presente, fino a proiettarsi in un futuro desiderato attraverso un’attività cognitivo/emotiva (pensiero laterale) e attraverso la consapevolezza di ciò che si è, delle proprie risorse e del proprio contesto, tutto facilitato da una modalità di relazione che esula dagli schemi tipici istituzionali e si colloca all’interno di processi intimi e autodeterminati.

Una volta che la relazione si è costituita lo scopo è quello di rendere il coachee consapevole delle proprie potenzialità, quelle emerse e conosciute e quelle ancora da scoprire in maniera tale da considerarle e allenarle, sia per il raggiungimento degli obiettivi autodeterminati sia per utilizzarle consapevolmente in tutti gli ambiti della vita. Partendo dalla visione maggiormente condivisa, per cui il potenziale di sviluppo personale, pur ammettendone una base genetica, ha bisogno della giusta stimolazione dell’ambiente per potersi realizzare, nasce spontaneo dunque il bisogno di riflettere sugli ambienti di provenienza delle persone che si trovano in carcere.

In questo contesto più che in altri ritengo che l’intervento di coaching possa facilitare l’individuazione di quelle potenzialità inespresse, ostacolate o negate, causa spesso di scelte che sfociano nell’illegalità, nel ledere gli altri e se stessi; scelte che risultano spesso essere delle scorciatoie, aderenti ai modelli di riferimento, poco dispendiose almeno finché non si viene arrestati e il tempo della pena solo alle volte diventa tempo per riflettere e rinegoziare il proprio posto nel mondo.

Il coaching può essere un’occasione per aprirsi ad una ri-costruzione del proprio sé, ad una ri-collocazione nel proprio mondo in cui se ne riconoscono le caratteristiche ambientali e insieme alla consapevolezza delle proprie risorse si creano le condizioni per porsi e raggiungere obiettivi autodeterminati generati e generatori di cambiamento.

La continua dialettica tra elaborazione del pensiero e realizzazione di azioni concrete attraverso le riflessione e gli allenamenti può essere considerata come il motore del metodo del coaching, poiché si struttura attorno al C.A.R.E® del coachee e rappresenta un livello immediato e specifico di spinta all’azione e quindi al cambiamento. Il coachee sarebbe ora in grado di porsi degli obiettivi in cui impegno e perseveranza nel raggiungerli deriveranno dalla fiducia di poter avere successo.

In questa fase il coach sarà impegnato a costruire, mantenere e rafforzare il senso di autoefficacia del coachee fornendogli dunque un ottimo carburante motivazionale per la definizione degli obiettivi e la successiva realizzazione di un piano d’azione. Tra i modi che ha il coach per allenare e supportare il senso di autoefficacia ci sono le quattro strategie elencate da Bandura (esperienze dirette, esperienze vicarie, persuasione verbale, stati fisiologici e affettivi).

Nel caso che si tratti di un intervento in carcere vorrei soffermarmi sul ruolo a mio avviso determinante delle esperienze vicarie come strategia di supporto del senso di autoefficacia. Le persone che arrivano in carcere sono tendenzialmente (e sottolineo il tendenzialmente perché non voglio cadere in una generalizzazione senza fondamenti) circondate o hanno vissuti in contesti in cui i modelli di riferimento rispecchiano determinati valori che poi saranno la base per intraprendere strade o situazioni illegali e dannose. Il coach può utilizzare questa strategia per rapportare l’esperienza del coachee ad esperienze simili caratterizzate però da scelte differenti e mostrare la possibilità di intraprendere percorsi di vita differenti dai modelli seguiti fino a quel momento.

A questo punto uno snodo fondamentale da affrontare è la possibilità che l’obiettivo fissato e l’ambiente di appartenenza del coachee siano allineati affinché si possa tendere più concretamente alla realizzazione e al raggiungimento dei propri obiettivi. Ogni percorso di coaching tende infatti anche allo sviluppo della consapevolezza dell’ambiente di appartenenza, aumentando la capacità di individuare al suo interno eventuali barriere e possibili opportunità.

La consapevolezza del proprio ambiente e di se stessi porta ad attuare diversi possibili comportamenti, tra cui l’adattamento, il miglioramento di alcuni aspetti del contesto attraverso un’azione volontaria o in ultimo il cambiamento, in cui l’azione volontaria porta all’uscita dal contesto e dalle relazioni esistenti ricercandone un altro. In questo viaggio attraverso il proprio passato, nell’elaborazione del presente e nella definizione di un futuro desiderato e quindi di uno o più obiettivi autodeterminati e volti alla ricerca e al raggiungimento del benessere, è fondamentale riempire ogni spazio e pensiero, parola, desiderio, azione, immagine… di significato.

L’assenza di significato, il vuoto possono favorire il senso di frustrazione, diffondere tristezza, malinconia, aggressività, passività.

Ecco perché ritengo che un luogo come il carcere risulti vuoto e alimenti l’imbruttimento delle persona senza l’adeguata attenzione a favorire l’autoriflessività, la possibilità di riscattarsi a partire dal prendere consapevolezza del significato dei propri errori e del significato di una vita diversa, fatta di scelte differenti. Il coaching in questo senso è un’occasione.

 

Roberta Recano
Psicologa e Coach
Napoli
ro.recano@gmail.com

 

Nota: Il concetto di Meta-potenzialità C.A.R.E.® e “4A” della Relazione Facilitante sono di proprietà intellettuale della Scuola INCOACHING®

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