Categoria: Svuotare la tazza, il diritto di essere unici!

Categoria: Svuotare la tazza, il diritto di essere unici!

Svuotare la tazza

Svuotare la tazza, il diritto di essere unici!

 

“Nella cultura della comunicazione di massa il singolo individuo si sente sempre più spesso abbandonato a se stesso, isolato in mezzo alla folla, incapace di ascoltare e di essere ascoltato. Questa incapacità impedisce di osservare se stessi e gli altri con uno sguardo di accoglienza, di rispetto e di amore. […]

La maggior parte delle tensioni, delle incomprensioni, dei disagi relazionali e intrapsichici derivano da situazioni di non ascolto e di non accettazione di se’, degli altri o di come vanno le cose. […]

Ecco perché’ e’ fondamentale accogliere l’altro e ascoltarlo, mettere a tacere la fretta di risolvere i problemi, di dare buoni consigli o, peggio ancora, giudizi su cio’ che si sta vivendo e che ci racconta con tanta fatica.” (Rossi, 2001)

 

Ricordo perfettamente il primo giorno del corso, l’aula, la disposizione dei miei compagni, il mio entusiasmo (una sensazione precisa, dritta alla bocca dello stomaco).

Come ogni inizio, le aspettative erano tante, e le domande anche, su cosa fosse il coaching, su come utilizzare il metodo. Dato inizio all’avventura, dopo le prime coordinate sulla modalità’ del corso e sui contenuti, ricordo nitidamente il gesto di apertura con le braccia fatto da Alessandro e Franco per spiegare l’effetto potente del coaching: FARE CHIAREZZA.

Ho avvertito immediatamente una sensazione di leggerezza e sollievo, che e’ poi tornata potente nel momento in cui abbiamo iniziato a parlare del ruolo del Coach nella relazione facilitante: il Coach deve allenare, supportare, affiancare, condividere, il Coach NON GIUDICA. Queste parole hanno risuonato in me per una ragione prima di tutto personale: il tema del giudizio, degli altri e proprio, e’ emerso anche come una costante nelle mie sessioni da Coachee.

Che fatica non giudicarsi e non giudicare!

Il punto di partenza di questo viaggio esplorativo (ma anche punto di arrivo e contesto) e’ stato proprio il pensare alla relazione che si instaura tra Coach e Coachee, fondamentale per la riuscita di un percorso di Coaching.

Uno dei passaggi più importanti nel rapporto che si va a instaurare tra Coach e Coachee e che contribuisce a rendere la relazione davvero facilitante è proprio basato sulla fiducia reciproca e sull’ “Assenza di Giudizio” da parte del Coach.

Non e’ un caso che tra le competenze distintive del Coach ci sia il “saper accogliere”, cioè’ creare una relazione di fiducia e creare alleanza con il Coachee. E anche nel “saper essere” tra le attitudini professionali c’e’ essere autentico e, soprattutto non giudicante.

Nel viaggio attraverso la relazione facilitante il primo passaggio e’ stato focalizzare l’attenzione sulle quattro “A” della relazione di coaching: Accoglienza, Ascolto, Alleanza, Autenticità’. Parole che portano con sé una musicalità’ eudaimonica, parole che rappresentano i pilastri di una relazione interpersonale.

Ai fini di questo scritto voglio soffermarmi sulla prima, su quella che in qualche modo sento anche più’ mia, la sento come risorsa parte della mia orchestra: l’ACCOGLIENZA.

Accoglienza vuol dire prima di tutto ‘dare il benvenuto’. Ma a cosa? Diamo il benvenuto all’UNICITA’ della persona, quindi anche alle sue interferenze, ai suoi difetti e alle sue difficoltà’.

Accogliere l’altro in quanto tale, non in quanto “portatore di un problema”, non e’ semplice, perché’ dobbiamo ancorarci ad una serie di comportamenti e sentimenti che puntualmente sono inficiati dalle nostre “interferenze”, dai nostri bisogni e dalle nostre emozioni (a volte inconsapevoli).

La capacita’ di accogliere l’altro passa dunque attraverso l’ospitalità, l’offerta di uno spazio e di un tempo, ma anche attraverso la capacita’ di riconoscere le nostre emozioni, il nostro corpo, le nostre reazioni automatiche.

Per accogliere davvero l’altro dobbiamo partire dalla consapevolezza che chi ci parla, e ci affida parti di se’, lo fa attraverso un proprio valore e un proprio bisogno, con il quale dobbiamo imparare a fare i conti. Solo riconoscendo tali meccanismi possiamo davvero incontrare chi ci sta parlando e stabilire con lui una comprensione profonda, basata sulla vera empatia.

Quali sono alla luce delle riflessioni espresse sopra gli elementi caratterizzanti(1) l’accoglienza?

  • Empatia, cioè’ prendere il punto di vista dell’altro e poi distaccarsene
  • Gestione serena del tempo, senza fretta di arrivare alla soluzione

…e poi le due meraviglie:

  • Accoglienza di se’, elaborare le nostre emozioni e sensazioni, i nostri pensieri e i nostri ricordi, e le immagini che ci pervadono nell’affrontare determinate situazioni “con la disponibilità’ ad accogliere quanto emergerà’ ed a canalizzarlo in modo costruttivo, sapendo che ogni problema o stato di tensione e di disagio ha anche il senso di insegnarci qualcosa di noi e della vita”
  • Assenza di giudizio, per evitare di interrompere l’ascolto.

Assenza di giudizio pero’ vuol dire molto di più’.

Il Coach, in quanto generatore di consapevolezza, deve stare centrato, deve sospendere il giudizio, non deve applicare la sua mappa di lettura del reale ma deve assumere la mappa dell’altro come il territorio comune su cui muoversi. Dovrà’ dunque allenarsi per astenersi dall’applicare all’interlocutore, e a ciò che sta dicendo, i nostri parametri di giudizio e di valore.

Più facile a dirsi che a farsi! In effetti, questa è una delle cose più difficili, non foss’altro perché ciascuno di noi si porta dietro decenni di abitudini a giudicare gli altri e a catalogare gli eventi secondo un proprio personalissimo metro di valutazione.

In realtà, quando si usa questa espressione “non giudicare”, si indica un’operazione in concreto non realizzabile. Come si fa, infatti, a non giudicare? Il giudizio – l’interpretazione dei fatti con il loro carico di valori – è insito nel nostro modo di percepire gli eventi. Non sono scindibili i due momenti: vediamo una cosa e la interpretiamo, quindi la giudichiamo secondo il metro a nostra disposizione, frutto di mille variabili (cultura, abitudini, conoscenze, esperienze ecc.).

D’altra parte, uno degli insegnamenti (o folgorazione sulla via di Damasco) dei primi giorni del corso e’ stato proprio quello di “svuotare la tazza”, riprendendo il monito di Socrate del “io so di non sapere”.

Il coach dovrebbe dunque esercitarsi ad un disorientamento, che e’ pero’ positivo poiché’ vuol dire atteggiamento di curiosità’ e apertura totale, senza preconcetti. Solo attraverso un ‘disorientamento positivo’ il Coach riuscirà’ ad aderire pienamente al progetto del Coachee.

Dunque si può osservare senza giudicare? Detta così, no. Io percepisco e giudico gli eventi praticamente contestualmente.

Si può tentare invece un’altra strada, che richiede anch’essa un allenamento costante: riconosco che sto mettendo in atto il meccanismo del giudizio, ne sono consapevole ma non mi faccio “circuire” da esso, e lo lascio andare. L’obiettivo che stiamo perseguendo, infatti, non è tanto l’annullamento del giudizio in sé e per sé, quanto l’effetto che il giudizio provoca su di noi, tanto più se siamo Coach. Il nostro primo compito da Coach è affiancare il Coachee, quindi entrare in sintonia con lui, condividerne la vision, creare empatia. Per fare ciò è necessario che partiamo dal modo in cui il nostro Coachee vede le cose, dalla sua prospettiva, dalla sua difficoltà, dalla sua valutazione. Inizialmente, la sua mappa diventa il territorio comune in cui ci muoveremo, per poi aiutarlo a vedere le cose da punti di vista e prospettive nuove. Se applicassimo, invece, la nostra mappa alla realtà che ci porta il Coachee, snatureremmo la stessa e con buone probabilità non riusciremmo ad entrare in sintonia con il nostro interlocutore, né a conquistare la sua fiducia, elementi fondamentali per la buona riuscita del coaching.

Dunque il vero tema non è imparare a sospendere il giudizio, in una sorta di pratica zen, quanto lasciare andare il giudizio che si è palesato nella nostra mente.

Questa è la vera pratica a cui deve allenarsi un Coach: lavorare sulla consapevolezza (metapensiero) della propria mente, in modo da riconoscere i giudizi e lasciarli andare, rimanendo vicino al Coachee con la sua vision.

Sarebbe meglio dire, in conclusione, che l’allenamento vero consiste nell’ ”osservare senza farsi distrarre dai propri giudizi, rimanendo vicino a quanto vede, sente e prova il nostro interlocutore”.

Insomma, per accogliere veramente qualcuno senza giudicare, e’ necessario porre in essere una politica di vita diversa, e quindi la famiglia, le amicizie, i rapporti professionali cessano di attingere dal modello tradizionale. Il Coach dovrà’ quindi compiere un salto e passare dalla tensione verso il giudizio alla valorizzazione dell’unicità del Coachee.

Cosi’ il diritto di essere unici e irripetibili viene ascoltato, ritenuto legittimo e infine accolto.

Una persona capace di accogliere concede senza se e senza ma la libertà’ di seguire la propria rotta, le proprie scelte e i propri piaceri.

Accogliere l’altro significa dare spazio all’unicità dell’altro, e tutto questo e’ un dono.

 

Krizia Palazzolo
People Business Partner e Coach Professionista
Milano
krizia.palazzolo@gmail.com

 

Nota:
il concetto delle 4A e di Relazione Facilitante sono di proprietà intellettuale di INCOACHNG® Srl.

(1) da L’Essenza del Coaching. Il metodo per scoprire le potenzialità e sviluppare l’eccellenza, Pannitti A. e Rossi F., Franco Angeli, 2012

 

No Comments

Post a Comment

Chiama subito