Categoria: Il Coach cristiano ed il suo supervisor
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Il Coach cristiano ed il suo supervisor

Il coaching è un metodo di sviluppo che si fonda su tre elementi caratterizzanti: l’instaurazione di una relazione facilitante fra coach e cliente (coachee), lo sviluppo del potenziale del cliente, l’individuazione di obiettivi concreti conseguiti attraverso piani di azione autodeterminati(1).

E’ fuor di dubbio che, nel coaching, il protagonista è il cliente; è infatti il coachee che:

  • fa il primo passo, rivolgendosi ad un coach per essere aiutato a ridurre il gap fra il suo presente percepito ed il suo futuro desiderato (la cd. domanda di coaching);
  • decide, dopo che il coach gli ha spiegato (nella cd. sessione zero) la natura del coaching (cos’è e cosa non è il coaching) e le modalità operative con cui verrà attuato il percorso, se sottoscrivere il contratto che il coach gli sottopone;
  • definisce gli obiettivi (delle varie sessioni e del complessivo percorso) dell’intervento di coaching;
  • determina, elabora ed attua i piani d’azione che ritiene funzionali al raggiungimento del proprio obiettivo di percorso.

 

Il ruolo del coach

Chiariamo innanzitutto cosa non è un coach; un coach:

  • non è un consulente, e quindi non consiglia;
  • non è uno psicologo, e quindi non cura patologie;
  • non è un amico, e quindi non prende a cuore gli obiettivi del coachee.

 

Qual è allora il ruolo del coach? Il coach:

  • è un allenatore, non gioca quindi la partita ma prepara il coachee a giocarla;
  • accompagna il coachee nel suo viaggio, non organizza quindi il viaggio e nemmeno guida la vettura.

 

Per fare questo:

  • deve essere tecnicamente preparato, conoscere quindi il metodo e le tecniche e saperle utilizzare in funzione dello specifico cliente (saper fare);
  • deve saper gestire una relazione facilitante (saper essere).

 

Saper fare

Il saper fare è qualcosa che si acquisisce tramite la formazione (iniziale e continua) e tramite l’esperienza, con il semplice impegno (di tempo e di volontà) del coach.

 

Saper essere

La relazione di coaching (fra coach e coachee) deve essere improntata su(2):

  • Accoglienza
  • Ascolto
  • Autenticità
  • Alleanza

 

Tutte qualità tipiche del saper essere che non possono in alcun modo essere apprese con le modalità che abbiamo indicato relativamente al saper fare ma che sono invece attinenti alla personalità del coach, potremmo ben dire alla sua anima, alla sua essenza.

Rifacendoci alle posizioni relazionali dell’Analisi Transazionale di E. Berne(3), una relazione di coach è efficace quando il coach, sia con se stesso che nei confronti del coachee, si pone nella modalità IO SONO OK (mi apprezzo, mi riconosco valore, mi sento adeguato, apprezzo me stesso così come sono) – TU SEI OK (ti apprezzo, ti riconosco valore, ritengo che sei adeguato, ti accetto così come sei).

E’ di tutta evidenza che un coach che si trovi in modalità IO NON SONO OK (verso se stesso o verso il coachee) non riuscirà a portare avanti il suo lavoro; e, se potrà affrontare il IO NON SONO OK verso il coachee invitando il cliente a rivolgersi ad un altro coach, per risolvere il IO NON SONO OK verso se stesso dovrà mettersi profondamente in discussione e decidere di cambiare qualcosa del suo carattere e della sua personalità, pena il dover abbandonare l’attività di coach.

Per fare questo il coach può avvalersi di un supervisor coach, una figura esperta che lo potrà aiutare, attraverso uno specifico percorso di coaching, ad ESSERE un coach.
L’International Coach Federation – ICF considera la supervisione come parte della formazione continua del coach e raccomanda ad ogni coach professionista di appoggiarsi ad un supervisore.
ICF definisce la supervisione come: “L’interazione che si crea quando un coach porta periodicamente le proprie esperienze lavorative da un Coach Supervisore, impegnandosi in un dialogo riflessivo e in un apprendimento collaborativo per ottenere sviluppo e benefici per se stesso e per i suoi clienti.

 

Il saper fare ed il saper essere per il coach cristiano(4)

Un credente sa che il suo datore di lavoro è Dio(5); in Colossesi 3:23 è infatti scritto: “Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini”.
Ne consegue che – riguardo il saper fare – il coach cristiano non può improvvisarsi coach e dovrà quindi curare con la massima attenzione la propria preparazione professionale.
A maggior ragione in un campo in cui l’attività svolta è a diretto beneficio di una persona (il coachee) e dove il far danni, a causa dell’impreparazione o del pressapochismo, incide su aspetti profondi del cliente.

Con riferimento al saper essere il coach cristiano, può fare affidamento su un supervisor coach d’eccezione: Gesù.

 

Il supervisor del coach cristiano

Per ogni cristiano Gesù rappresenta il modello da seguire; nei Vangeli è narrata la vita terrena di Gesù e da essa il coach cristiano può trarre spunto per ESSERE un coach.
Proviamo ora, prendendo come riferimento del metodo di coaching “le 11 competenze chiave del coaching secondo ICF”, ad individuare alcuni passaggi biblici in cui Gesù fornisce esempi utili per il coach.

Competenza ICF 3 – Stabilire fiducia e vicinanza con il cliente

Verso i suoi discepoli Gesù ha sicuramente esercitato fiducia e vicinanza; vediamo ad esempio il comportamento tenuto da Gesù con Pietro.
Pietro, nei tre anni di discepolato a fianco di Gesù, più volte commette errori clamorosi (vedi Marco 8:32-33; Matteo 14:28-31; Luca 22:33-34; Giovanni 18:10-11) senza però che la fiducia di Gesù nei suoi confronti venga meno, al punto che – dopo l’ascensione al cielo di Gesù – proprio Pietro diverrà il leader della prima chiesa (Giovanni 21:15-17).

Anche il coach cristiano dovrà avere fiducia nelle capacità del coachee di raggiungere i propri obiettivi, anche quando i primi piani d’azione possono – per i più disparati motivi – non andare a buon fine.

Competenza ICF 5 – Ascolto attivo e Competenza ICF 6 – Domande Potenti

Ascolto attivo significa piena attenzione verso il coachee, al contenuto del suo messaggio verbale, para verbale e non verbale, evitando di esprimere giudizi o pareri.
Un ottimo esempio di ascolto attivo lo possiamo trovare in Giovanni 4:7-26, quando viene narrato l’incontro fra Gesù e la donna samaritana.

Il fatto che un giudeo parlasse con un abitante della Samaria (e per di più donna) rappresenta un bellissimo esempio di totale assenza di pregiudizio da parte di Gesù, che poi, con la tecnica delle domande, accompagna la samaritana fino alla rivelazione.
E l’effetto di tale dialogo è sorprendente e lo vediamo qualche versetto più avanti, in Giovanni 4:39 “Molti Samaritani di quella città credettero in Lui a motivo della testimonianza resa da quella donna”.

Il coach cristiano trova quindi conferma in questo passaggio biblico di come l’ascolto attivo e l’uso delle domande possano portare il coachee a trovare la soluzione e ad ottenere risultati brillanti.

Competenza ICF 7 – Comunicazione diretta

Potremmo tradurre il termine “comunicazione diretta” in “parlare chiaro”, ovvero utilizzare un linguaggio che abbia il maggior impatto positivo sul cliente.
Nei Suoi tre anni di evangelizzazione Gesù ha usato linguaggi profondamente diversi a seconda dell’interlocutore.
Con le folle ha utilizzato costantemente le metafore (parabole), che poi ai discepoli spiegava con cura; con i dottori della legge, invece, il linguaggio si faceva “tecnico”:

Esattamente come Gesù, anche il coach cristiano dovrà saper approcciare ogni cliente con il linguaggio più adatto e che possa più facilmente “risuonare” nel coachee.

Competenza ICF 8 – Creare consapevolezza

Obiettivo primario del coach è creare nel cliente nuova consapevolezza a 360°: di una situazione, dei propri limiti, del proprio potenziale; anche questa attitudine era presente in Gesù e lo possiamo vedere, ad esempio, nella discussione con i farisei e gli erodiani riguardo il tributo a Cesare riportata in Marco 12:13-17.
Il coach cristiano può vedere chiaramente come l’uso delle domande fatto da Gesù porti l’interlocutore a vedere le cose da un’altra prospettiva e a “meravigliarsi”; quella meraviglia che consegue ad una scoperta inaspettata e che, nel percorso di caching, è quella scintilla che può far scorgere al coachee una nuova direzione, mai esplorata prima, in cui dirigere i propri sforzi di cambiamento.

Competenze ICF 9, 10 e 11 – Progettazione di azioni; pianificare e stabilire obiettivi; gestire i progressi e le responsabilità.

Il successo del percorso di coaching è misurabile in funzione degli obiettivi raggiunti dal coachee; il coaching, infatti, non è teoria, è AZIONE!
E cosa possiamo imparare in questo da Gesù? In Luca 14:28-31 (come costruire una torre o organizzare l’esercito per la guerra) e in Luca 10:17-20 (il ritorno dei settanta discepoli dalla prima missione evangelistica) troviamo un paio di esempi riguardo il piano d’azione ed il feedback che possono ispirare l’azione del coach.

Come attivare la supervisione di Gesù

In Apocalisse 3:20 è scritto: “Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me.
Per ottenere la supervisione di Gesù (nella propria attività di coach, così come nella propria vita) il coach cristiano deve soltanto “aprire la porta”; una porta che ha bisogno di due chiavi per essere aperta:

  • la preghiera;
  • lo studio e la meditazione della Parola di Dio

 

Senza queste chiavi, la porta non si aprirà; non è possibile, infatti:

  • ricevere l’aiuto di Dio senza chiederlo (e, come sappiamo, la preghiera è l’unico canale di comunicazione fra l’uomo e Dio);
  • ispirarsi a qualcuno (in questo caso a Gesù) senza conoscerlo (e la vita di Gesù è narrata nella Bibbia).

 

 

Raffaele Vergotti
Responsabile Organizzazione e Risorse Umane c/o BCC Brescia
Insegnante Scuola Biblica c/o Ministero Sabaoth Brescia
Brescia
rafvergot@libero.it

 

Note:

1 Alessandro Pannitti e Franco Rossi, L’essenza del coaching (ed. Franco Angeli)
2 Le 4 “A” della relazione di coaching: Alessandro Pannitti e Franco Rossi, L’essenza del coaching (ed. Franco Angeli)
3 Definite come il valore che ogni persona attribuisce a se stessa, agli altri ed alla propria relazione con essi.
4 Cristiano (termine coniato ad Antiochia durante la prima evangelizzazione degli apostoli) è colui che segue gli insegnamenti di Gesù Cristo, che lo considera Figlio di Dio, che santifica il Nome di Dio e compie la sua volontà.
5 Ken Costa, Al lavoro con Dio (ed. Messaggero Padova)

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