Categoria: Il Coach e la bussola senza ago

Categoria: Il Coach e la bussola senza ago

Il Coach e la bussola senza ago

Cosa hanno in comune il Coach e la “Bussola Norrena”? A prima vista nulla!

Eppure, personalmente, trovo che entrambi abbiano in comune alcuni aspetti.

La bussola senz’ago, conosciuta come “bussola norrena o runica”, si credeva servisse a garantire che una persona non si perdesse.

In parallelo il Coach pur non fornendo una precisa indicazione della “rotta” lascia che sia il Coachee con le sue abilità a trovarla. Il Coach attuando il processo di coaching, con le domande ed i silenzi eviterà che il Coachee si perda nelle spirali dei pensieri negativi facendolo così tornare ad un aspetto di “governo” della propria esistenza.

Al contempo, il Coach vive un sentimento di “disorientamento”: non conosce a priori il “viaggio” che il Coachee vorrà intraprendere, esattamente come la bussola non sa a priori la meta finale del viaggio.

Entrambi sono “Strumenti a Responsabilità Limitata”!

Infatti, la bussola accompagna l’esploratore durante il viaggio dando solo dei feedback sulla posizione e lasciando al viaggiatore la responsabilità di una corretta applicazione delle informazioni ricevute. Parimenti il Coach ha solo la responsabilità del Metodo applicato e lascia al Coachee la responsabilità delle scelte, delle riflessioni, delle risorse messe in campo e del piano d’azione.

Ora, visto che bussola e Coach sono “strumenti di viaggio”, mi sembra coerente viaggiare nel tempo e tra i meridiani verso Oriente, verso il “Celeste Impero”.

Un antico motto cinese recita: “Ognuno di noi va a dormire ogni notte con una tigre accanto.  Non puoi sapere se questa al risveglio vorrà sbranarti o leccarti”.  Con questa metafora la saggezza antica vuole ricordare la relazione che ognuno di noi ha con i propri limiti. Solo cercando di migliorarci costantemente possiamo renderci amica la nostra tigre, in quanto nessuno può evitare la peggiore e la più pericolosa delle compagnie: noi stessi!

Riportato ai giorni nostri, nel coaching la saggezza cinese trova corrispondenza con i seguenti punti:

  • “L’avversario che si nasconde nella nostra mente è molto più forte di quello che troviamo dall’altra parte della rete” (Timothy Gallwey)
  • “Prestazione = Potenziale – Interferenze” (Timothy Gallwey )
  • “(…) liberare le potenzialità di una persona perché riesca a portare al massimo il suo rendimento; aiutarlo ad apprendere piuttosto che limitarsi ad impartirle insegnamenti (Withmore, 2006)”

 

Infatti da entrambi i fronti emerge che il nostro limite siamo noi con le nostre paure, con il nostro “disordine interiore” che genera interferenze, crea “fantasmi” e distrae le nostre energie dalla meta.

Solo un lavoro costante su noi stessi e le nostre abilità ci permette di essere “centrati” e performanti.

D’altra parte, sempre nel “Celeste Impero”, circa 2500 anni or sono lo stratega e filosofo SUN-TZU affermava: Conoscere l’altro e se stessi – cento battaglie senza rischi; non conoscere l’altro e conoscere sé stessi – a volte, vittoria; a volte sconfitta; non conoscere l’altro, né se stessi – ogni battaglia è un rischio certo”.

A lui faceva eco, con qualche secolo di differenza, l’Oracolo di Delfi sul cui tempio campeggiava la scritta Uomo, conosci te stesso, e conoscerai l’universo e gli Dei”.

Personalmente trovo corrispondenza tra le indicazioni di Sun-Tzu e dell’Oracolo di Delfi sia con il lavoro di “centratura” che il Coach deve costantemente fare su se stesso, sia con il lavoro che il Coachee mette in atto passo dopo passo conquistando la scoperta di se e delle sue potenzialità.

Inevitabile, a questo punto, un altro proverbio Cinese: “Fare il vuoto per fare il pieno!”.

Affermazione questa che, a mio giudizio, trova concretezza nel “Silenzio del Coach”.

Infatti, i “vuoti” lasciati dal Coach nel dialogo con il Coachee permettono a quest’ultimo di riempirli con il proprio “dialogo interiore” che porta a far emergere temi, riflessioni, virtù e potenzialità che giacevano sommersi nelle “nebbie interne” del Coachee.

Così come il vuoto delle buche e dei canali fatti scavare da Yu il Grande (3000 AC) catturarono la forza distruttrice del Fiume Giallo e la trasformarono in energia per i mulini ad acqua e risorsa per i campi, il vuoto del silenzio del Coach cattura i pensieri del Coachee permettendone la rielaborazione e via via li trasforma in conoscenza ed in consapevolezza delle proprie risorse e virtù.

Quindi, il Coach con il “rumore del silenzio” applica quanto affermato da Sun-Tzu “il miglior combattente è colui che è capace di vincere senza combattere.

In ambito coaching questo si materializza con la forza delle domande che trovano amplificazione nel silenzio.

Possiamo quindi dire che, di base, il Coach è un “Eretico” la cui “intelligenza strategica e la saggezza non possono essere schiave di nessun potere assoluto” quali, ad esempio, le convenzioni, la conoscenza, la critica, il pre-giudizio e l’esperienza; egli affronta l’avventura di un “viaggio” in cui “sa di non saper nulla” e, “strumento” nelle mani del Coachee, ne diventerà il suo l’arcobaleno.

Coach ed arcobaleno: quali collegamenti ci sono? Vediamoli insieme.

Per l’antica Grecia Iris, “Dea dell’Arcobaleno”, era considerata un messaggero degli dei dell’Olimpo, il mediatore tra loro e le persone. Infatti, i greci credevano che proprio come un arcobaleno collega la terra al cielo, la dea Iris connettesse le persone con le onnipotenti divinità.

Questa visione trova corrispondenza anche in altre culture e religioni:

  • il Cristianesimo: nella genesi (9, 12-13) abbiamo Questo è il segno dell’alleanza che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi… Pongo il mio arco sulle nubi, segno di alleanza tra me e la terra”.
  • Buddismo: è la scala dai sette colori per la quale Buddha ridiscende dal cielo.
  • Giappone: è il «ponte fluttuante nel cielo»
  • Islam (mistica islamica): i suoi sette colori sono immagini delle qualità divine riflesse nell’ universo. É quindi un’epifania di Dio iscritta nella natura.

 

Attraverso questo simbolo si cerca, perciò, di esprimere il dialogo tra la divinità e l’umanità, quello che la Bibbia chiama appunto «alleanza». É universalmente riconosciuto che l’arcobaleno sia un mediatore,ponte di comunicazione” con un “mondo superiore”, e simbolo di alleanza.

Ed il nostro Coach cosa centra?  Il Coach è sia lo “specchio” che con i suoi feedback farà emergere lo spettro dei colori che si nasconde nella nebbia (crisi di governo) del Coachee, sia il “ponte” che permette al Coachee di muoversi dal presente vissuto (subito?!) al “futuro desiderato”.

Ora, volendo chiudere questa serie di pensieri torniamo alla Grecia Omerica:“Narrami, o Musa dell’uomo moltiforme…”, così è presentato Odisseo il “Polytropos […] capace di adeguarsi a ogni circostanza […] capace di adeguare i suoi discorsi ai suoi interlocutori. Capace di ogni svolta, ogni mossa nello spazio e nel tempo, per cambiare terreno, spostarsi, aggirare gli ostacoli”.

Da quanto sin qui visto, a mio giudizio, emerge ancora una volta che lo “Homo Sapiens” è al centro ed è protagonista! Egli nasce con in dote tutto quanto gli necessita per poter vivere da protagonista, ma le convenzioni sociali-aziendali e la “droga” dell’immediatezza superficiale alimentata dal web e dalla “multi-connettività” l’hanno portato a perdere se stesso. Impegnato a rincorrere il mondo che ha creato, ne diventa schiavo perdendo lucidità e consapevolezza. Dimentica l’arte dell’ascoltare, del porsi e porre domande, dell’osservare e dello sperimentare, l’arte del “viaggio”!

Sono questi i pensieri che mi hanno portato ad apprezzare particolarmente alcune tematiche che considero le mie “pietre miliari” del coaching.

Ascoltare, fare domande!  Apparentemente opposti sono come il sole e la luna, l’uno esiste perché esiste l’altro. Entrambi richiedono attenzione e profondo interesse (amore ?!) per chi sta dialogando con noi. Non è un caso che il Coach debba prima esercitare entrambi su se stesso e poi sul Coachee. Quest’esercizio non avviene in modo “sequenziale o parallelo” bensì come un valzer in cui è l’armonia dell’esecuzione che crea la differenza.

Silenzio! Nei giorni scorsi, durante una gita in montagna, nella fase di discesa, la mia amica Laura mi ha detto: “Ascolta, si sente solo il silenzio!” Si sente solo il silenzio…un ossimoro per noi occidentali!  Gli antichi saggi e la cultura orientale valorizzano il silenzio ed i “silenziosi”. Noi occidentali ne abbiamo paura e tendiamo a valorizzare chi fa “rumore” relegando i “silenziosi” nel ghetto degli introversi confondendo le persone “riflessive” con le persone “poco social”. Certo non danno spettacolo, non ci riempiono i “vuoti” e quindi, in qualche modo, ci portano a pensare. Il primo punto del “Manifesto degli introversi” cita: “Esiste una definizione per “quelli che stanno troppo rintanati nella loro testa”: pensatori”

Ora, da tutto ciò emerge l’importanza della Relazione!  In un mondo che vive in modo “digitale” l’importanza dell’altro scema a livello “robotico”: @, #, sms, WhAp, mail “firmate” con le sole iniziali! Tutte comunicazioni asincrone e “mono canale”, la morte di quel “valzer della comunicazione” descritto pocanzi e ben declinato dai 5 assiomi della comunicazione di Watzlawick.

Come si può prestare attenzione all’altro se lo si riduce ad un “link”? Se lo si giudica con “like” ed “emogi”?! Se il voto scolastico o il “KPI” aziendale prevalgono come numero sul contenuto e sulla relazione sottostante, è inevitabile che nello “isolamento mediatico” si cada nella trappola del giudizio, perdendo così la posizione di forza e di “quiete” che deriva dal considerare noi e l’altro come degni interlocutori, entrambi soggetti positivi degni di reciproco rispetto e stima: Io sono OK e Tu sei OK! Ma per potersi considerare “OK” dobbiamo prima conoscere ed accettare noi stessi. Solo in un secondo momento saremo in grado di avere una visione positiva dell’altro.

La posizione da “Adulto” che deriva dalla visione “IO OK & TU OK” ci conduce anche alla considerazione che noi siamo attori, quindi agenti attivi, della nostra vita! Non siamo il frutto esclusivo di quello che ci succede o di quello che gli altri fanno. Noi esistiamo e siamo, in funzione di ciò che facciamo e di come reagiamo agli accadimenti che provengono dall’esterno!

Quindi, di base, dobbiamo accettare il cambiamento e la diversità!   Siano essi nostri, durante i diversi momenti della vita, o degli altri con cui entriamo in contatto. Infatti l’essere umano è definito dal “mix-prevalente” tra le diverse forme di intelligenza (linguistica, logico-matematica, spaziale, corporeo-cinestesica, musicale, interpersonale, naturalistica ed esistenziale) e tra le sei virtù universali (giustizia, umanità, saggezza, temperanza, trascendenza e coraggio); ovviamente l’ambiente in cui siamo immersi incide, ma è solo un ingrediente della ricetta.

Accettare non vuol dire subire! Accettare vuol dire riconoscerne l’esistenza del problema (rischio?!) ed al contempo avere la consapevolezza che noi, con il nostro mix di intelligenze, virtù e potenzialità, abbiamo gli elementi per poter incidere sul nostro percorso; siamo agenti attivi!   Qui entra in gioco anche l’autostima e l’autoefficacia che ci riconosciamo. Personalmente propendo per un’autocorrelazione tra le due dove l’una influenza l’altra e viceversa. Se ho una buona autostima penso di poter acquisire nuove competenze. Con esse posso ottenere nuove esperienze e nuovi risultati positivi da cui traggo nutrimento per la mia autoefficacia. Se mi sento efficace, aumento la “visione positiva” di me stesso. Visto in ambito coaching diventa fondamentale lavorare sul senso di autoefficacia, i risultati positivi che ne deriveranno saranno il carburante per l’autostima ed il “riassetto” del Coachee.

A questo punto mi sembra appropriato il seguente passaggio: “Trascorriamo gran parte del nostro tempo lavorando e il lavoro non è semplicemente una fonte di reddito. Esso struttura gran parte della realtà quotidiana e influisce in larga misura sulla nostra identità e sul nostro senso di valore personale. Una parte considerevole della nostra vita può essere ripetitiva e noiosa, pesante e stressante oppure stimolante e soddisfacente a seconda dell’impiego svolto. Il lavoro non è una questione puramente privata, bensì relazioni sociali. L’interconnessione sociale è un altro aspetto del lavoro che influisce sul benessere personale. […] La maggioranza delle attività lavorative non viene svolta indipendentemente ma di concerto con altre persone; in tali circostanze il senso di efficacia collettiva di ognuno determina il benessere personale ed i risultati raggiunti dal gruppo”

Da quanto sopra ne derivo che la “via della felicità” esiste e la trovo ben rappresentata da due concetti e relative mappe: il FLOW e l’IKIGAI

Il primo, il Flow, è la risultante del bilanciamento tra Eccitazione e Controllo. Momento estatico in cui la Soddisfazione per ciò che stiamo facendo, come singolo o come squadra, porta a perdere la cognizione del tempo. Si tratta di una prestazione al culmine unita ad uno stato d’animo estremamente positivo! Quanto stiamo facendo ci assorbe ed al contempo ci fa sentire realizzati.

Il secondo, l’Ikigai, è la zona di convergenza, o sovrapposizione, di quattro aspetti fondamentali della nostra vita: la nostra Passione (quello che amiamo fare); la nostra Missione (quello che siamo bravi a fare); la nostra Vocazione(quello di cui il mondo ha bisogno); la nostra Professione (quello per cui possiamo essere pagati). In sintesi quello che facciamo diventa “lo scopo di vita”.

 

 

Il percorso sopra delineato mi porta alla personale convinzione che il Coach, e quindi il coaching, grazie alla conoscenza di alcuni elementi della “macchina umana”, all’utilizzo di arti millenarie (domande e silenzio), all’amore per la diversità e per l’Essere Umano uniti alla visione positiva e rivolta al futuro gioca un ruolo chiave nel prossimo futuro dell’Uomo.

Pensando ad un futuro che si presenterà sempre più “liquido” solo chi avrà maturato una “personale consapevolezza” sarà in grado di godere i vantaggi della variabilità!

 “La verità non si trova mediante prove, ma mediante esplorazione. Essa è sempre sperimentale”.

 

 

Franco Tronconi
Coach Professionista
Pavia
Fratron7@gmail.com

 

Bibliografia

Achille e Odisseo (La ferocia e l’inganno), Matteo Nucci

Autoefficacia (capitolo: Lavoro, management ed organizzazioni), A. Bandura

Cavalcare la propria tigre, Giorgio Nardone

H. Gardner

Il caos è semplice tutti possono capirlo, Bertacchini/Bilotta/Pantano

L’essenza del Coaching, Alessandro Pannitti e Franco Rossi

L’arcobaleno, segno dell’alleanza con Dio, Cardinale Gianfranco Ravasi

Leadership agile nella complessità (Organizzazioni, stormi da combattimento), Fernando Giancotti, Yakov Shaharabani

Lo spirito Giapponese (La via giapponese alla felicità), Marta Tau

Miti Greci, R. Groves

Miti Nordici, G.C. Isnardi

Quiet (il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare), Susan Cain

Simone Adolphine Weil (Filosofa, mistica e scrittrice francese)

Sun-tzu l’arte della guerra, Leonardo Vittorio Arena

 

 

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