Categoria: Il Coach e la cura di sé: allenarla e praticarla

Categoria: Il Coach e la cura di sé: allenarla e praticarla

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Il Coach e la cura di sé: allenarla e praticarla

Ritagliare spazi propri, andare in palestra, leggere un buon libro, regalarsi un giorno al mese in una SPA, curare le amicizie e l’alimentazione, dedicarsi alla famiglia, fare ciò che ci rende felici…Quanti significati si danno oggigiorno alla cura di sé, spesso attinenti alla sfera del “fare”.

Se volgiamo lo sguardo al passato, i greci già parlavano della cura di sé: Socrate, passeggiando per le strade di Atene, dialogava con i suoi giovani allievi mettendoli nelle condizioni di guardare dentro sé stessi, illuminare il proprio modo di funzionare, anche gli anfratti più bui, così da portare alla luce la verità.

Il coaching funziona più o meno allo stesso modo: il Coach aiuta il Coachee a conoscere sé stesso allenandolo alla cura di sé, ed è chiamato a guidare con fiducia la carrozza con la quale trasporterà il suo Coachee verso un miglioramento o un cambiamento.

Come può tuttavia il Coach improntare uno stile fiducioso se non ha fiducia in sé stesso? Rispettoso delle percezioni del cliente se non rispetta sé stesso? Allenare il Coachee alla cura di sé senza dedicarsi alla stessa ricerca?

Insomma, se non ho mai attraversato il bosco e sfidato il lupo, non riuscirò a capire fino in fondo la potenza del percorso di chi sta affrontando la stessa sfida.

 

Come ci si prende cura di sé?

In un breve questionario sulla cura di sé, ho chiesto di pensare al significato che gli si attribuisce, per poi declinare con quali modalità concretamente si pratica la cura di sé durante la settimana, il tempo ad essa dedicato e quello desiderato.

Il campione di riferimento (circa 100 persone) è composto principalmente da donne lavoratrici, sposate, con figli, tra i 30 e i 45 anni. Di seguito i risultati:

 

Oltre alle domande evidenziate nei grafici, è stato richiesto al campione, con una domanda aperta, di indicare con quali modalità concretamente pratichino la cura di sé.

Per la stragrande maggioranza delle persone prendersi cura di sé significa, in prima istanza, “fare” qualcosa per sentirsi bene (uscire, curarsi esteticamente, leggere, svolgere attività fisica o mangiar sano), mentre qualcuno la associa al guardarsi dentro.

Chi si avvicina ad un percorso di coaching ha certamente il desiderio di guardarsi dentro, un occhio particolare alla crescita personale e al proprio sviluppo, quello stesso sviluppo a cui un buon coach dovrebbe continuare a tendere con amorevole costanza.

 

Cosa può allenare il Coach per prendersi cura di sé stesso?

L’allenamento nella cura di sé, inteso come un impegno quotidiano alla crescita personale e alla conoscenza di sé stessi, rappresenta un esercizio utile per chiunque tenda ad un miglioramento della propria vita, a maggior ragione per un coach, che fa dello sviluppo del potenziale la propria missione. Esistono svariati ambiti nei quali coltivare questo allenamento: quelli di seguito individuati sono solo esemplificativi e del tutto personali.

1. La tensione alla felicità

Campanellino, perché non riesco a volare? Peter Pan, per volare hai bisogno di ritrovare i tuoi pensieri felici.” James Berrie – Peter Pan

La cura di sé e la felicità sono intimamente legati. Il primo passo verso la felicità è accettare che la vita non sia esattamente come un romanzo dai mille risvolti positivi, ma che, come il gioco del Monopoli, si debba saltare un turno, pagare pedaggi e tasse e non si riesca a comprare il lotto desiderato. Il secondo passo verso la felicità è tendere caparbiamente verso ciò che si è, verso l’autorealizzazione, con la consapevolezza che non tutto dipende dalla forza di volontà o dal nostro desiderio ma che ci si deve relazionare anche con l’ambiente che ci circonda. Per intenderci, la felicità non è una fiaba, è quel “senso” della nostra vita che abbiamo il dovere di riconoscere, affrontando il bene e il male al meglio delle nostre possibilità.

Sicuramente risulta più facile diventare ciò per cui siamo nati se il contesto è supportivo. A proposito di contesto, esiste la classifica dei paesi più felici al mondo e al vertice del Rapporto Mondiale 2018 sulla Felicità dell’Onu c’è la Finlandia.

Fra i parametri considerati, Pil pro capite, sostegno sociale, speranza di vita, libertà, generosità e assenza di corruzione. Quest’anno il primato appartiene alla Finlandia, ma in generale ogni anno sono i Paesi Nordici a salire sul podio, occupando i primi posti.

Approfondendo questo argomento, ovvero il primato dei paesi nordici in questa particolare classifica, mi ha incuriosita molto un termine danese associato alla felicità: lo hygge. Hygge rappresenta un sentimento, un’atmosfera sociale, un ambiente accogliente, la familiarità. È un concetto che ha come fine una felicità quotidiana, fatta di piccole cose, che contribuisce a generare un senso di appagamento nel lungo periodo. Nei paesi nordici, tuttavia, i bisogni primari vengono soddisfatti da un sistema funzionante, pertanto c’è più tempo e propensione a dedicarsi all’esplorazione sociale e personale rispetto a contesti ed ambienti meno supportivi.

Ma cos’è la felicità?

Secondo il Dizionario Treccani, la felicità è lo stato d’animo di chi è sereno, non turbato da dolori o preoccupazioni e gode di questo stato.
Questa definizione evoca una mancanza, un’assenza di qualcosa: di dolore, di preoccupazioni…Tuttavia, la felicità può rappresentare solo un’assenza di dolore o di preoccupazioni? La felicità è davvero un sinonimo di serenità? Un fuoco d’artificio è come una fiammella? Se la felicità non fosse l’assenza di qualcosa ma la presenza di un tutto?

La vera felicità affiora quando le nostre azioni contribuiscono ad un miglioramento nostro e del mondo attorno a noi, quando portano un significato nella nostra vita, quando ci dirigiamo verso il cambiamento evolutivo. La felicità si sviluppa attraverso azioni giuste, ovvero investimenti che permettono di accumulare del capitale emotivo e mentale, che ci fanno crescere, che ci permettono di sviluppare qualità, di far emergere nuovi talenti e costruire la nostra vita come la desideriamo(1). La felicità, così come definita, evoca l’essenza di un percorso di coaching: capitale emotivo e mentale che fa crescere, che sviluppa nuove risorse o focalizza quelle inconsapevolmente esistenti, identificazione di azioni che permettono un miglioramento per costruire la vita che vogliamo, ovvero il senso.

Martin Seligman, il co-fondatore della Psicologia Positiva, distingue tra:

– The pleasant life, che deriva da emozioni positive. A lungo andare, tuttavia, si innesca un meccanismo definito “adattamento edonistico”: quando proviamo piacere, dopo un picco iniziale comunque ci abituiamo, e l’incidenza di questo piacere nel medio-lungo periodo diventa minima;

– The good Life: ovvero la vita felice che trae origine da quello che lo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi ha definito Flow (cioè flusso o esperienza ottimale), in cui la prestazione è al culmine e lo stato d’animo è positivo. Quando il livello di sfida e di capacità è contemporaneamente sopra la media, l’esperienza ottimale emerge;

– The meaningful life: troviamo il nostro scopo allorché riusciamo a dare un senso alla nostra esistenza. Diventiamo ciò che siamo dopo aver navigato dentro noi stessi, raggiunto il porto della consapevolezza, utilizzato e messo a disposizione il nostro potenziale.

Spesso nella quotidianità cerchiamo di puntare alle emozioni positive, perché scorgere il senso della propria vita comporta un impegno non indifferente, a volte eccessivo. Eppure, il mondo del coaching è uno stimolo a puntare più in alto e nella relazione tra coach e coachee il coach dovrebbe allenarsi a quella vita piena di senso cui è chiamato il suo coachee.
Sir John Withmore, uno dei padri del coaching, riferendosi alla scoperta del significato e scopo del lavoro, dichiara un principio chiave riferito al coach: non porre domande a cui non saresti disposto a rispondere in prima persona o a cui tu non abbia già dato risposta. Ovvero, Whitmore ritiene opportuno che un coach o un leader che utilizza uno stile di coaching abbia già esplorato quali siano il suo senso e lo scopo e che abbia per lo meno incominciato a creare il suo destino.

2. Coltivare abitudini di pensiero ottimistiche

Se la ricerca della felicità ha un ruolo primario nella cura di sé, anche un’abitudine di pensiero proiettata verso l’ottimismo può aiutare il coach nella sua crescita e ad individuare le potenzialità altrui. Sempre Seligman afferma che le abitudini di pensiero non devono durare per sempre. Uno dei più significativi risultati della psicologia ottenuti negli ultimi 20 anni è che le persone possono scegliere il proprio modo di pensare. E conclude chiedendo “Che fare se l’ottimismo è un’abilità appresa, un’abilità che può essere permanentemente acquisita?(2). Il riferimento non è rivolto ad un cieco ottimismo o a frasi motivazionali semplicistiche, piuttosto è un’esortazione affinché il pensiero non sia automaticamente negativo di fronte ad un fallimento. Dire “sono fatto così” “non cambierò mai”, “è sempre successo che…” non si basa su dati oggettivi e aggiornati, si basa su convinzioni che con l’andare del tempo si radicano e non corrispondono alla complessità della nostra realtà.
Piuttosto, si potrebbe guardare a un problema con occhiali diversi:

  • Esiste un’avversità la registro obiettivamente senza dare giudizi;
  • Si forma una credenza mi rendo conto che è un mio pensiero, non la verità, e per questo motivo è valutabile;
  • Di fronte ad una avversità mi sento/mi comporto in un determinato modo rifletto sul mio sentimento/comportamento e trovo delle alternative.

Si arriva dunque al cosiddetto ottimismo “flessibile”, ovvero utilizzato a seconda delle circostanze e del contesto. L’allenamento all’ottimismo è importante per il coach perché il pensiero positivo gli permette di abbracciare autenticamente l’unicità del suo coachee, di scorgere il potenziale che possiede piuttosto che lasciarsi tentare da eventuali giudizi negativi. Un atteggiamento positivo e ottimista giova al coach nella vita e nella sua professione, perché contribuisce a rendere la relazione con il coachee realmente facilitante.

3. Allenare l’altruismo

Ritengo che il coach a suo modo abbia una propensione all’altruismo e che questa debba essere preservata.
Con altruismo si indica l’atteggiamento di chi ha la qualità di interessarsi al benessere altrui.

L’altruismo è un aspetto di ciò che gli psicologi sociali chiamano comportamento pro-sociale. Il comportamento pro-sociale si riferisce a qualsiasi azione che avvantaggi altre persone, senza che il donatore dell’azione abbia alcun motivo o beneficio. Il coaching è una professione, dunque il donatore trae un beneficio, ma a mio avviso la spinta verso il coaching professionale ha in sé una forma di altruismo.

Il coach è nel suo disorientamento, nel suo non sapere, ma nel percorso del coachee arriva un momento in cui percepisce che sta avvenendo un cambiamento. Malgrado ciò, deve assecondare il processo di scoperta del coachee senza elargire suggerimenti o frasi motivazionali. Avrebbe una soluzione pertinente, sa che quella strategia ha funzionato in circostanze analoghe e ciò che racconta il coachee potrebbe essere la storia della sua stessa vita. Ma non può rivelarlo, perché verrebbero meno la consapevolezza del coachee, la centralità della maieutica, ovvero della levatrice che aiuta a mettere al mondo la verità che alberga in ognuno di noi, e infine la definizione di un piano di azione autodeterminato.

Questo percorso a suo modo è associato ad una sorta di altruismo da parte del coach perché lascia il ruolo da protagonista sempre e comunque al coachee, asseconda le sue scelte in quanto autodeterminate, si rende invisibile, intervenendo il meno possibile: sa che solo così il coachee arriverà a conoscere autenticamente sé stesso.

4. Strizzare l’occhio all’imperfezione

Spesso si guarda al coach come ad una persona che ha trovato tutte le risposte ai suoi perché. Come farebbe altrimenti ad aiutare qualcun altro nella ricerca dei suoi perché?

Certo, occorre che un coach abbia delle attitudini personali, attuali e potenziali. L’ICF (International Coach Federation) ha individuato 11 competenze chiave del coaching e l’AICP (Associazione Italiana Coach Professionisti) ha declinato le competenze distintive. Una di queste competenze indicate da ICF si riferisce alla Presenza nel coaching: il coach accede alla propria intuizione, confida nelle proprie sensazioni interiori, dimostra fiducia nell’affrontare emozioni forti, nel gestirle senza esserne travolto o condizionato dalle emozioni del cliente.

Il Coach deve avere fiducia in sé stesso e nel metodo che applica. Riprendendo le posizioni relazionali secondo l’Analisi Transazionale dello psicologo Eric Berne, la relazione di coaching che funziona si ha quando IO SONO OK e TU SEI OK, ossia quando il coach e il coachee costruiscono una relazione positiva e di fiducia. Nel sentirsi OK si intrecciano tante radici che fanno rimanere saldo il Coach anche nelle sessioni più traballanti, perché il Coach deve avere alcune competenze ma non è perfetto. Essere ok non significa aspirare alla perfezione ma sentirsi a proprio agio, riconoscere il proprio valore e…. sapersi accettare. Io sono ok, cioè mi accetto per quello che sono, con i miei pregi ed i miei difetti: sono qui nel kairos insieme al mio coachee a percorrere insieme il sentiero del cambiamento, della cura di me stesso e della mobilità. Se un Coach è autentico, parteciperà autenticamente alla mobilità del proprio coachee pur rimanendo nella sua centratura.

In quell’essere ok, dunque, si può intravedere tutto, tranne che un pericolo, il pericolo della perfezione. Il Coach non deve essere o sentirsi perfetto, perché attiverebbe processi estranei al coaching. Il Coach non è perfetto e non deve esserlo perché per accogliere l’imperfezione e l’unicità altrui deve poter accogliere l’imperfezione e l’unicità propria. Chi non si focalizza sul perfezionismo accoglie l’errore e tende ad un miglioramento. Chi crede nel perfezionismo non accoglie l’errore e cade nell’immobilismo. Il coaching tende all’esatto opposto: a creare uno spostamento, un potenziale che diviene una risorsa se si alzano le antenne della consapevolezza, ed il Coach sarà lì a traghettare il suo coachee facendolo focalizzare su ciò che ha, non su ciò che gli manca o che non va bene.

Anche il Coach , dunque, ha la necessità di compiere un cammino alla scoperta di sé stesso. Il cammino presuppone salite e discese. In un mondo che ci vuole perfetti e performanti, il coaching non tende alla perfezione o solo alla performance. Per questo non ha come unico obiettivo il risultato ma anche il cammino tra le vie dell’anima. E nel cammino c’è tutta l’umanità e la bellezza del percorso.

 

 

Daniela Nuzzo
Life Coach
Cassina de’ Pecchi (MI)
daniela_nuzzo@yahoo.it

 

Bibliografia
(1) Lucia Giovannini, Tutta Un’Altra Vita, Sperling & Kupfer, 2011
(2) Martin E. P. Seligman, Imparare l’ottimismo, Ed. Giunti 2017

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