Categoria: Il Coaching dispensatore di autonomia

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Il Coaching dispensatore di autonomia

Prima di intraprendere il corso con INCOACHING®, avevo idea di cosa fosse il coaching, molto meno di cosa non fosse.

Il coach non è uno psicologo o un terapeuta. Lo psicologo si occupa di patologie e disturbi che riguardano la psiche, fornisce terapie ed è rivolto soprattutto al passato del cliente. Il coach non si concentra sul problema, si occupa del miglioramento della vita del cliente, è rivolto al futuro e si concentra sul “come” opera il cliente per riconoscere le strategie da cambiare.

Il coach non è un consulente, non necessita di esperienza pratica e conoscenza di un determinato settore, quando viene chiamato in causa, non offre risposte, non fornisce pareri e soluzioni. Per dirla in maniera spicciola, non risolve i problemi.

Cosa fa il coach? Fa domande da ascoltatore imparziale, all’interno di una relazione con il cliente, basata sull’alleanza e sull’autenticità.

Si occupa del miglioramento della vita del coachee, con l’obiettivo di renderlo indipendente e capace di utilizzare le proprie risorse venute alla luce in piena autonomia.

Che cosa è una domanda? Qual è l’effetto di una domanda rispetto ad una affermazione? Una domanda lascia spazio, rilancia, apre, sollecita l’interlocutore, stimola il movimento. Il coach, regala silenzi per liberare spazio da offrire al suo coachee, in modo che questo lentamente lieviti, prenda confidenza con questa accoglienza tiepida e con parti di sé che, affiorando, lo portano alla consapevolezza delle sue punte di diamante e con esse della propria unicità. Fatto questo, allena a far buon uso delle risorse emerse, a trasformarle in risorse agita e a fare in modo che il cliente sia artefice della propria esistenza consapevolmente, responsabilmente, in assoluta autonomia.

È naturale, invece, per chi vive una crisi di autogoverno, cercare un approdo, affidarsi a qualcuno che offra la propria autorevolezza, la propria esperienza, la propria forza, indichi la strada e diventi un insostituibile faro.

Il coach non è protagonista, non vuole esserlo, non accarezza il Bisogno del cliente mantenendolo caldo e offrendosi come soluzione, tenendolo legato a sé.

Il tema del Bisogno mi è caro, il mio focus è qui.

Dal momento che la struttura del mio pensiero è in prosa, io penso e respiro in prosa, ho dato vita a tre racconti, mi servirò della narrativa, per raccontare cosa mi è arrivato del coaching nella fattispecie, dell’aspetto di dispensatore di autonomia.

La prima delle tre testimonianze in realtà non è un racconto, trattasi, bensì, del romanzo che ho scritto affrontando il tema del Bisogno, vissuto non in modo sano, ma come stato d’animo che sfocia nella dipendenza.

Non riscontro un vero esempio di richiamo al coaching, ma riporto un estratto, che bene spiega la necessità di recuperare consapevolezza della propria unicità.

IL Bisogno è un proiettore. Proietta sugli altri i nostri dolori, le nostre mancanze, i nostri complessi. Sono ferite che pretendono di essere curate da chi abbiamo eletto come nostro medico dell’anima, ma è una prenotazione vana, difficilmente trova conferma e guarigione.
Non è così che si esce dal tunnel. Non è trattenendo, è lasciando andare. Staccarsi e accettare il viaggio per quello che è. Senza garanzie, senza istruzioni, convivendo con l’idea della perdita.
Chi siamo noi, in fondo, per chiedere garanzie, per essere esenti dal dolore, chi l’ha detto che a noi deve essere assicurata l’idea di possedere ciò che desideriamo? È questo l’equivoco che ci sbarra la strada. E solo tu puoi scioglierlo quell’equivoco, solo se accetti il rischio, se non cerchi le risposte negli altri, se ti basti, se ti fai bastare quei quattro chili di niente che sei. Perché quel niente è grande, è pieno di tutto ed è tutto quello che hai.
E anche quello che trovi negli altri sei tu, il bello lo puoi regalare tu, ed è così che impari ad individuarlo , come davanti ad uno specchio. È bello non avere più bisogno, è bello bastarSI, convivere con la propria solitudine, imparare ad amarla, imparare a sentirSI. Si cresce soli.
Solo così si è pronti ad amare qualcun altro.

da : “Se ne hai bisogno” – Laura Ragni

 

La seconda testimonianza che offro, è un racconto, in forma di fiaba, che esprime la rinuncia al protagonismo del ruolo del coach, il farsi da parte, il comprimersi per lasciare al coachee, spazio e modo di diventare consapevole del proprio potenziale, e indipendente nella realizzazione dei propri obbiettivi.

 

Storia di una stella
Questa è la storia di due lucciole o presunte tali. In realtà furono scambiate per due lucciole, solo per il loro brillare ad intermittenza.

Le sventurate erano stelle cadute dal cielo ancora neofite e, come due passerotti precipitati prematuramente dal nido, furono per loro fortuna e sfortuna raccolte da due passanti occasionali, in momenti e luoghi diversi.

La prima che chiamerò Principessa, venne depositata amorevolmente su un cuscino di seta, deposto su un divano damascato, in una calda e accogliente dimora al riparo dalle intemperie. Le fu proferita ogni tipo di attenzione e cura dalla mano che l’aveva salvata, la mano di quell’uomo così buono che con l’andar del tempo finì col nutrire per lei un amore incondizionato.

L’altra, che chiamerò Ingrid, finì anch’essa in mani amorevoli, ma decisamente più spartane. Fu fatta accomodare in giardino, avendo a disposizione il manto verde come giaciglio, rami generosi di quercia come riparo, e cielo fiducioso come tetto. Una mossa dettata più da sano amore disinteressato, che dall’incoscienza.

Fin dal primo giorno, l’uomo che si occupava di Ingrid, cercò di capire quali fossero i suoi desideri, non decideva nulla per lei, non dava per scontato che potesse piacerle quello che lui avrebbe deciso essere un regalo per lei.

E così domandava, le sue attenzioni passavano dalle domande.

Mentre Principessa, lentamente dimenticò le sue origini, le sue risorse, le sue qualità, i suoi punti forti, visse una sorta di letargo delle emozioni, perse la sua luce e abbracciò questa condizione mettendo quel surrogato di felicità nelle mani dell’uomo che la rese una pietra preziosa, ammirata, ma statica e imbalsamata, Ingrid, lentamente cresceva, lievitava, vicino a quell’uomo che non la corteggiava in modo ordinario come l’altro uomo, per tenerla legata a sé, ma la accompagnava verso ciò che lei sceglieva di essere.

Come immagini il tuo futuro? Qual è la cosa che senti più vicina a te? Cosa ti farebbe veramente felice? Quale senti essere la cosa senza la quale non potresti vivere?”, seguitava lui.

All’ultima domanda Ingrid rispose: “Senza la mia luce, non potrei vivere senza la mia luce. Io sono una stella, sono felice solo così.

Coraggio, allora…” disse lui, “una di queste sere, quando ti sentirai pronta, io ti poserò sui palmi delle mie mani, con tutta la forza e la leggerezza possibili, ti lancerò in cielo e tu potrai essere ciò che sei.

Le cose andarono esattamente così, Ingrid raggiunse la sua desiderata dimora e cambiò il suo nome in Stella, diventando ciò che era e non ciò che gli altri avrebbero voluto fosse, gestendo le sue qualità, lanciando le sue scie di luce come frecce energetiche.

Una delle particolarità della storia fu che le due comunicavano tra loro, pur da destini diversi e così un giorno, Stella soddisfò le curiosità di Principessa, sorpresa dalla felicità dell’amica.

Ma come è possibile che tu riesca a farcela da sola e per giunta così felice, sicura dei tuoi passi e così indipendente? E poi anche lui… mi domando…il mio lui non mi lascerebbe mai andare…comunque sei tanto bella, così luminosa, tanto bella… E lui è stato bravo, tanto bravo.

Vedi, Principessa, non si tratta di questo. Non è una questione di bontà d’animo.

Lui non è solo bravo. È un coach.

Laura Ragni – “Storia di una stella”

 

La terza testimonianza che propongo è scritta in forma di articolo di giornale, un omaggio ad una persona che ritengo essere un imprenditore illuminato, per innumerevoli motivi, uno su tutti, il tipo di attenzione che rivolge ai suoi dipendenti, interrogandoli, piuttosto che impartendo ordini, ma soprattutto nell’ottica di renderli autonomi e “altro da lui”, assolvendo così, anche ad una funzione sociale.

 

Storia di un amico imprenditore
Ha cinquantatré anni, è un imprenditore del basso Piemonte, settore carpenteria metallica.

Non sa cosa sia il coaching. Quando io mi sono addentrata in questo metodo, ho accumulato informazioni, via via è aumentata la mia conoscenza e lì dentro ci ho trovato lui.

È un talentuoso invisibile, così invisibile da apparire eccentrico, emana sostanza e pragmatismo, non si mette al primo posto, perché lì, vi pone l’impresa, accetta il concetto di speculazione perché da buon stratega non ha la presunzione di mantenersi puro, ma non ne vede un guadagno personale.

Ciò che gli sta a cuore è la diffusione del Sapere, lavora sul concetto di ordine da dare alle informazioni, passaggio imprescindibile senza il quale non ci sarebbe organizzazione delle stesse e nessun Sapere.

Sa ideare strumenti adatti a tal fine, ma soprattutto riconosce il valore dell’unicità dei suoi dipendenti. Da buona mosca bianca, da buon direttore d’orchestra, da regista che non è mai inquadrato, al contrario degli attori, sente fortemente l’importanza del potenziale di ciascun collaboratore e l’esigenza di sgomberare il campo da interferenze, che lui definisce fattori inquinanti, al fine di rendere i suoi ragazzi consapevoli delle loro qualità, indipendenti, performanti e padroni di scegliere autonomamente le modalità con le quali operare ed elaborare la formazione.

Io li invito a non temere l’errore, l’errore è un passaggio fondamentale, li abituo a staccarsi dalle certezze, è uno snodo, un modo per trovare nuove strade. Ognuno ha la propria, non voglio che pensino che io ho ragione a prescindere”, questo è solo un esempio dei tanti che ricorre nelle nostre conversazioni.

“Non mi interessa cercare il colpevole, non mi interessa sapere chi di voi ha sbagliato. Mi interessa trovare l’errore, lavorateci su, andrete oltre”, e ancora, alla mia domanda rispetto a come immagina il suo futuro, risponde: “Desidero un’azienda sempre più performante, snella e reattiva, guidata dai miei uomini in autonomia, motivati, realizzati , ciascun a capo di un settore secondo le loro singole competenze. Sogno il momento nel quale, in piena autorealizzazione, faranno a meno di me e io passerò la consegna.

Non vedo l’ora di spiegargli cos’è il coaching, si troverà davanti ad uno specchio.

 

Conclusioni

È d’obbligo, a questo punto, domandarmi se sono riuscita a mettere a fuoco l’argomento che ho voluto trattare, cioè il coaching dispensatore di autonomia.

Anzitutto, viene da dire che, se ho scelto di approfondire questo aspetto, rispetto ad altri che meglio spiegano il coaching, è perché lo sento particolarmente rilevante ai fini dell’autorealizzazione del cliente.

È consueta la situazione nelle quale si realizza il superamento di una crisi personale e un’apertura verso obiettivi futuri, appoggiandosi ad una situazione o ad una figura nuova, una figura di riferimento, che offre sostegno, catalizza il nostro equilibrio e diventa il nostro nuovo carceriere, un carceriere aggiunto che ci fa da pilastro di sostegno, è vero, ma nel caso si spostasse lontano da noi, saremmo destinati a cadere.

Questa tesina è poco colta, poco tecnica, per niente accademica e priva di citazioni autorevoli, ho dato spazio alla mia pancia, per questo mi permetto di concludere con una sensazione. Passatemi l’espressione…il coaching è un metodo generoso, il coach non è una primadonna, non vuole i riflettori, è una carrozza preziosa per la funzione che assolve, ma è disposta a farsi invisibile in nome del risultato: l’autorealizzazione del coachee che ha imparato “a fare da solo”.

Non crea dipendenza., è dispensatore di autonomia e indipendenza.

A percorso svolto il coach potrebbe essere persino dimenticato…

Ed è qui che sta gran parte del suo valore.

 

Laura Ragni
Libero professionista
Professional coach
Scrittrice per passione
Tortona (AL)
ragni.laura67@gmail.com

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