Categoria: L’efficacia del coaching?… Il metodo, what else!?!
piccolo_principe_incoaching

L’efficacia del coaching?… Il metodo, what else!?!

La potenza del coaching e la “relatività” del coach. Incontro tra una psicologa del lavoro e il coaching attraverso le parole e le immagini che più hanno segnato questo viaggio di apprendimento.

Tesina di fine corso, decisione dell’argomento. Leggo alcune tesine pubblicate e mi dico “che meraviglia, originali, bravissimi!” Ma io nasco con un pensiero logico razionale, quindi, decido: parlerò del percorso che ho fatto durante la scuola, degli aspetti che per me sono stati cruciali e mi hanno permesso di mettere ancor più a fuoco il mio presente percepito e il mio futuro desiderato! Sarà una selezione, ovviamente, perché devo ammettere che ogni parola sentita è stata densa di significato e per me rilevante.

Eccomi qui, 44 anni (ne compirò 45 a ottobre, non è il caso di affrettare i tempi…), psicologa del lavoro, mi occupo da circa 20 anni di diagnosi e sviluppo: ovvero? Utilizzo strumenti e metodologie per raccogliere informazioni sulle persone che lavorano in azienda. Quali informazioni? Quelle riguardanti le caratteristiche personali, le motivazioni, il potenziale al fine di offrire alla persona e all’Azienda una vista aggiuntiva rispetto a quella che già hanno. A quale scopo? Orientare, sviluppare e individuare gli ambiti e le opportunità nei quali la persona può dare il meglio di sé, coerentemente a ciò che è e in linea con ciò di cui necessita l’Azienda.

E quindi, perché il coaching?

è una parola che nell’ambito aziendale gira da qualche anno e in tempi più recenti
è come se fosse diventata una sorta di moda: tutti hanno un coach e le aziende offrono alle persone interventi di coaching affidandosi a “coach” che, a seconda del momento e delle necessità, assumono il ruolo di mentore, tutor, formatore, consulente…

Ecco, diciamo che su di me, questa “moda” e in parte abuso di tale esercizio, ha avuto come effetto, in prima battuta, quello di farmi prendere una certa distanza.

Poi, dal momento che sono consulente e quindi dovrei “vendere” conoscenza, mi sono resa conto che sarebbe stato utile informarsi sull’argomento e approfondire le mie conoscenze in merito. Mi sono avvicinata al filone del “coach allenatore” che aiuta a sviluppare competenze supportando la persona nel mettere in atto comportamenti efficaci e migliorativi della prestazione. E così nei miei report di valutazione, al termine di un assessment, quando scrivevo le possibili azioni a supporto, inserivo anche il suggerimento di un’attività di coaching al fine di sviluppare e rinforzare alcune aree o competenze. E le persone, i candidati che avevo visto in assessment, sempre più mi dicevano: “ok, emerge e mi ritrovo sul fatto che dovrei lavorare per sviluppare la mia capacità di gestire collaboratori o dare feedback costruttivi, puoi aiutarmi tu?”.

E qui arriva il dunque: mi occupo di formazione e di supporto manageriale e nella mia vita professionale ho affiancato manager dando loro strumenti, tecnicalità, consigli, consulenza…. vale a dire, oggi lo posso dire, nulla che abbia a che fare con il coaching! E dunque? Mi sentivo da qualche tempo pronta ed interessata a mettermi al fianco, anzi, anche un passo dietro a queste persone che mi chiedevano supporto, in una rappresentazione nella quale immaginavo loro al centro del palcoscenico illuminati dall’occhio di bue, concentrati su di sé, in un dialogo personale teso ad individuare strade, modalità, strumenti con un approccio un po’ diverso da quello avuto fino ad ora, o meglio con una angolazione e geometria relazionale diversa. Sentivo, però, di non avere strumenti e metodo ad hoc e, nel mio approccio logico razionale, prima si studia, si impara, si padroneggia una metodologia, poi si utilizza. Nell’attività di scouting per attrezzarmi in questo modo, mi sono imbattuta nella scuola Incoaching dove da subito mi hanno colpito tre aspetti: i riferimenti teorici forti e consistenti, alcuni dei quali avevo già incontrato nel mio percorso formativo, il riferimento alle 11 competenze ICF e alle competenze distintive AICP, le cui credenziali sono richieste nel mondo business in cui opero e poi, ma non certo ultimo per importanza, l’utilizzo di un linguaggio sobrio, chiaro, pulito, senza fronzoli ed esaltazioni di alcun tipo.

Mi sono detta, trovata, è la mia scuola, partiamo!

In questa tesina ho deciso di focalizzare le parole chiave perché per me la scelta delle parole è molto importante, dà il senso, il peso e la forma di ciò che si vuole esprimere e in fondo la parola è un mio strumento di lavoro. Vorrei partire, dunque, dalla definizione che Incoaching dà del coaching come metodo: “il coaching è un metodo di sviluppo di una persona, di un gruppo o di una organizzazione, che si svolge all’interno di una relazione facilitante, basato sull’individuazione e l’utilizzo delle potenzialità per il raggiungimento di obiettivi di miglioramento/cambiamento autodeterminati e realizzati attraverso un piano d’azione”.

Sul dizionario Treccani, alla voce “sviluppo” si legge “aumento, accrescimento, incremento”, a definire un percorso che inizia da un punto e procede, evolvendo, mutando verso un punto diverso al cui approdo, guardandosi indietro, ci si accorgerà del movimento e dello spostamento che c’è stato.

Questa evoluzione nel coaching avviene definendo, come primo step e premessa imprescindibile, un patto chiaro con il cliente (coachee) che sottolinea che cos’è il coaching e cosa non è, qual è modo di lavorare/procedere, ruoli e responsabilità delle parti coach e coachee.

Del metodo quindi fanno parte la chiarezza e la trasparenza nell’esplicitare come si lavorerà, secondo quali presupposti e con quale obiettivo e l’importanza di questo aspetto è sottolineata, nei fatti, dal dedicare uno spazio ad hoc, incontro preliminare, nel quale si condividono le logiche del “contratto”/ accordo che, una volta accettato e firmato, darà avvio al percorso di coaching.

Riprendendo poi la definizione di metodo del coaching data da Incoaching ritroviamo quelli che sono i tre pilastri caratterizzanti il metodo stesso:

  • 1. La relazione facilitante creata e curata dal coach
  • 2. Lo sviluppo e l’allenamento del potenziale del coachee
  • 3. I piani d’azione definiti dal coachee e finalizzati al raggiungimento di obiettivi autodeterminati

 

È stato per me interessante notare come, coerentemente al concetto di evoluzione insito nel metodo del coaching, anche lo studio e il percorso dei fondatori di Incoaching evolvesse approdando ad una nuova specificazione del loro metodo che diventa Coaching Evolutivo® e si fonda su 2 elementi di base:

  • 1. la relazione facilitante già precedentemente citata e
  • 2. il modello C.A.R.E® delle meta potenzialità umane.

 

È sul concetto di C.A.R.E® che innanzi tutto vorrei fermarmi perché è proprio lo sviluppo del C.A.R.E® il presupposto che consente l’allenamento e il pieno utilizzo del proprio potenziale.

C come consapevolezza, essere noti e presenti a sé, essere in contatto con la propria essenza, con le proprie possibilità, ma anche con il mondo nel quale si è inseriti inteso come contesto formato da ambiente e relazioni. Sviluppare consapevolezza, che mi viene anche da definire presenza e lucidità nel guardare dentro e fuori di sé, rappresenta una conquista importante e il presupposto imprescindibile per lo sviluppo del potenziale.

A come autodeterminazione, nella quale si trova tutto l’essenza dell’autonomia, del potere nel definire ciò che si vuole, si preferisce, si ambisce, sostenuto dalla conoscenza dei propri bisogni e delle proprie leve motivazionali; c’è un chiaro riferimento alla self efficacy di Bandura e inoltre ho ritrovato qualche attinenza con due temi che mi hanno appassionato durante il mio corso di studi in psicologia, la teoria dell’attribuzione di Heider e il concetto di empowerment inteso come l’essere protagonista responsabile del proprio percorso.

R come responsabilità che richiama al concetto di scelta consapevole e di presa in carico delle proprie decisioni: è contenuto il tema dell’impegno, dell’assunzione delle conseguenze in una posizione che Berne chiamerebbe dell’io adulto, capace di elaborare e gestire le informazioni e quindi di scegliere consapevolmente.

E come eudaimonia, inteso proprio come realizzazione del sé: la radice “eu” significa il buono, il bello e il “daimon”, demone, ma anche talento ad indicare lo sviluppo del sé, del proprio potenziale.

Nel concetto di eudaimonia, quale realizzazione dell’unicità di ogni persona, ho ritrovato in qualche modo la concretezza e “l’onestà” dell’approccio che non dice “diventa tutto ciò che vuoi” ma diventa ciò che sei, consapevole delle proprie caratteristiche e della propria direzione. Il richiamo alla psicologia positiva di Seligman è evidente: lavorare e focalizzarsi su ciò che si ha e non sulle mancanze, in una tensione verso l’autorealizzazione: una prospettiva diversa da quella utilizzata da me fino ad ora orientata al colmare ciò che non è pieno, i “famosi” punti di miglioramento.

Ma come si fa a rendersi consapevoli e a sviluppare queste meta-competenze che compongo il C.A.R.E®, prerequisito per definire un piano d’azione finalizzato al raggiungimento di obiettivi autodeterminati? Come può il coach supportare tale sviluppo nel coachee? Nel riguardare tutto il percorso e quanto appreso sono giunta a considerare la relazione facilitante il mezzo, ma ancor più lo strumento principe, attraverso il quale favorire lo sviluppo del potenziale e il raggiungimento degli obiettivi definiti. L’immagine del diaframma e del polmone, offerta dal docente durante una lezione, nella quale il coach, diaframma, lascia spazio al coachee, polmone, per aprirsi, per prendere ossigeno ed espandersi rende la potenza del metodo e la relatività del coach, non perché non abbia un ruolo cruciale, ma è un ruolo come dire defilato, intelligente socialmente ed emotivamente, misurato, volto a mettere al centro il coachee, la sua storia, le sue motivazioni, le sue risorse, facendolo respirare a pieni polmoni.

E quali strumenti e competenze deve avere il coach per favorire una relazione che faciliti l’apertura e la presa di coscienza? Ecco le 4A, accoglienza, ascolto, alleanza, autenticità, a definire una relazione dedicata, chiara, non ambigua, accogliente.

E poi due elementi per me cruciali che ho sperimentato concretamente nelle sessioni di coaching: nell’esplorazione del racconto del coachee esplode la potenza del silenzio, la pausa, l’apparente vuoto, quello stop che consente al cervello e al cuore di andare al di là e oltre le risposte automatiche, quelle già note, sedimentate, per andare a toccare e sentire in fondo, in realtà e autenticamente cosa c’è: è stato dirompente le prime volte che ho fatto sessioni con la mia coachee accorgermi di quanto il tempo e lo spazio sgombro da parole, sollecitazioni, suggerimenti, fossero generatori di conoscenza, consapevolezza, risorse, potenza. Di nuovo la relatività del coach, dove la sua efficacia è, estremizzando, nel non fare, nel lasciare, riuscendo a non sentirsi “inutili”, ma “al servizio” e come direbbe Berne “ok”, in grado di gestire, da adulto, il peso del silenzio che si trasforma in leggerezza e spazio di possibilità.

E il feedback d’ascolto che può essere così incisivo nel momento in cui il coach fa da specchio a ciò che il coachee ha detto: è un modo, per il coachee, per guardare, riguardare, da una angolazione altra, esterna ciò che ha espresso: e anche qui quale efficace sorpresa quando il coachee nel momento in cui gli ho restituito esattamente le sue parole mi ha chiesto “ma l’ho detto io??” cogliendo a quel punto a pieno l’opportunità di fermarsi, riflettere, andare al senso e al peso di quanto espresso e di quanto detto di sé.

Non posso, inoltre, non fare almeno un cenno al pensiero laterale di De Bono, ancor più dopo la premessa nella quale mi definisco “un tipo” logico razionale!

Anche questo risulta nel coaching uno strumento potente la cui stimolazione offre l’opportunità al coachee di individuare alternative, di divergere, allargare, includere, ampliare per arrivare a soluzioni nuove, non ancora sperimentate e neppure pensate! E consente, altresì, di uscire dal loop di pensiero o dalla crisi di autogoverno che porta a vedere la situazione secondo un’unica prospettiva, sempre la stessa che limita la scoperta, la visione ampia e originale. Di nuovo l’idea dell’apertura, della visione dall’alto, del polmone che prende aria…

E una volta sviluppato il C.A.R.E®, presa consapevolezza di sé e delle proprie risorse e potenzialità, si è pronti per definire un obiettivo concreto che renda il futuro desiderato pragmatico, strutturabile e realizzabile attraverso un piano d’azione specifico: da qui la formula SMARTER per la declinazione concreta degli obiettivi relativamente alla quale mi ha colpito particolarmente la E, obiettivo Ecologico perché rappresenta, a mio avviso, insieme alla R di Rilevante, l’aspetto più intrinseco, personale, profondo nella declinazione dell’obiettivo stesso. Definire un obiettivo mettendo, ancora una volta, al centro se stesso, un obiettivo che sia ego-compatibile vale a dire che rappresenti veramente ciò che si vuole, rispondente alla propria essenza, in sintonia e armonia con la propria identità, con ciò che piace, che si desidera per sé: indica, o almeno è così che io lo interpreto, un obiettivo alleggerito dal senso del dovere, dal senso di responsabilità che possono essere strumenti per attivare perseveranza e determinazione ma non possono essere, a mio avviso, gli unici ispiratori di un obiettivo personale. Ed eco-compatibile, che tenga conto dell’ambiente e delle relazioni nel quale si inserisce al fine di consentire o ricercare un equilibrio che favorisca il suo raggiungimento.

Conclusione

Ed eccomi giunta alla conclusione di questo viaggio, anche se ancora molto avrei da dire. La riflessione finale mi porta a chiudere pensando che in un tempo nel quale tutto scorre e corre velocemente il coaching rappresenta un “momento dedicato” nel quale il “Kronos” in qualche modo si ferma per lasciare spazio al silenzio e all’ascolto, al fine di poter prendere coscienza di sé, di ciò che si ha in potenza, per andare a guardare con calma quali belle e potenti risorse si hanno per raggiungere ciò che si desidera. E con una sorta di “leggerezza”, senza sottovalutare la fatica di un tale viaggio, dedicarsi un “Kairos” non per guarire un male, una patologia, un trauma, ma “semplicemente” per far emergere ciò che mi richiama al bellessere definito da Enzo Spaltro, ovvero la bellezza come speranza di un benessere futuro nel quale il protagonista sono io che autodetermino la direzione, mi assumo responsabilmente la ownership del viaggio, muovendomi verso una eudaimonia consapevole attraverso un metodo rigoroso, strutturato, umanistico.
What else…?

Bisogna esigere da ciascuno quello che ciascuno può dare
Antoine De Saint-Euxpery

 

 

Diana Lolli
Consulente Senior in Risorse Umane e Coach Professionista
Milano
dianalolli@studiololli.org

 

Nota:
Le 4A, la Relazione Facilitante e le Meta-potenzialità C.A.R.E.® sono concetti di proprietà intellettuale di INCOACHING Srl.

No Comments

Post a Comment

Chiama subito