Categoria: Il potere della Metafora e il Coaching

Categoria: Il potere della Metafora e il Coaching

Il potere della Metafora e il Coaching

L’origine del mio interesse per la metafora

Fin da bambino sono stato affascinato dall’ascolto e dalla lettura dei racconti dei più diversi tipi: favole, leggende, miti, storie, aneddoti… Rimanevo incantato quando venivo catturato dal dipanarsi della vicenda, dal ruolo dei personaggi, dalle figure simboliche più o meno ricorrenti, coinvolto dalle immagini che balenavano nella mia mente, dalle intuizioni sul prosieguo del racconto, dai processi di identificazione che scattavano, dalle emozioni che sentivo, dagli “insegnamenti” che erano capaci di trasmettermi…

Questo fascino per il mondo narrativo si è poi trasformato in un particolare interesse per luso della metafora nella comunicazione e nello sviluppo personale quando, in un momento di svolta nella mia storia personale e professionale, ho fatto un’esperienza “memorabile” di questo potente strumento linguistico.  Circa venti anni fa infatti, la vita mi ha regalato l’opportunità di partecipare, con grande entusiasmo, ad un “Master Formazione Formatori” a Roma. Qui per la prima volta mi sono confrontato in modo professionale con la conoscenza e l’uso dellametafora, quando l’abbiamo studiata e sperimentata nei moduli formativi di public speaking e sviluppo della leadership.

Tuttavia, il momento cruciale in cui mi sono incontrato con la metafora, è stato quando ne ho sperimentato il potere maieutico e trasformativo “sulla mia pelle”, durante un esercizio da fare a casa. L’esercizio consisteva nel creare una metafora che rappresentasse la nostra vita tra “passato – presente – futuro”, in cui fossero rappresentati la nostra “missione personale” e i nostri valori più profondi!

Qui è successo che a un certo punto, mentre ero davanti allo schermo del pc, le mie mani hanno iniziato a scrivere “di getto” e – non so dire come – ha preso forma il racconto della mia “metafora personale”! Era la storia di un uccellino, il più piccolo dei tre fratelli passerotti, cresciuto tra difficoltà e scoperte, gioie e dolori, in una famiglia dove, tra mamma, papà e figli, c’erano rapporti di grande intensità affettiva, ma anche di conflitti espliciti e giudizi impliciti. Il piccolo passerotto aveva fatto le sue esperienze di crescita nella scuola, con gli amici, così come in parrocchia, sempre all’affannosa ricerca di amore e di un senso nella vita. Da giovane, aveva sperimentato la riconciliazione e il perdono reciproco con il suo papà, che a sua volta aveva attraversato il crogiuolo della malattia e poi… era volato in Cielo. La storia si sfociava poi nell’incontro e nella storia d’amore con una passerotta, la travagliata consapevolezza della “chiamata” a formare insieme con lei un nido accogliente dove accogliere i passerotti che sarebbero venuti alla luce e la decisione a “convolare” in matrimonio presso la chiesetta del bosco…

Questa esperienza è stata per me davvero autorivelatoria e si è impressa in modo indelebile nella mia memoria! Quel racconto, dettato dall’inconscio, attraverso l’identificazione con il personaggio del passerotto, mi aveva dato la possibilità di ricostruire le trame della mia storia, dando un senso unitario e finalistico a tutte le mie esperienze più significative, fino ad immaginare “quasi profeticamente”, quello che sarebbe successo di lì qualche anno: il matrimonio, il lavoro di formatore, la nascita di mio figlio…

 

La metafora come forma linguistica

Secondoil dizionario Treccani la metaforaè un: “processo linguistico espressivo e una figura della retorica tradizionale, basato su una similitudine sottintesa, ossia su un rapporto analogico, per cui un vocabolo o una locuzione sono usati per esprimere un concetto diverso da quello che normalmente esprimono.

Etimologicamente la parola “metafora” deriva dal sostantivo greco: “metaphorà”, composto da meta”, che significa“oltre” e da phero”, che significa“portare”: da cui deriva il significato di “trasferimento” o “trasporto”, corrispondente al latino traslatio.

Quando qualcuno ad esempio dice: “sono rimasto a guardare con stupore londeggiare delle spighe…”, esprime una metafora, perché fa una comparazione tra la distesa delle spighe e quella delle acque del mare e trasferisceil concetto di ondeggiare, dal movimento della superficie del mare a quello della distesa di spighe. Con la metafora quindi si trasferisce un termine dalloggetto che esso generalmente designa, ad un altro, indicato per paragone implicito o per analogia.

Per tanto tempo, nell’uso della lingua, la metafora è stata considerata soprattutto una forma linguistica di tipo retorico, poetico o letterario.

Grazie agli studi di Lakoff e Johnson e al loro saggio Metaphors we live by del 1980, la metafora viene finalmente elevata a forma di pensiero e strumento per categorizzare le nostre esperienze.Secondo i due studiosi, infatti, la maggior parte del nostro sistema di pensiero è di natura metaforica:l’uso della metafora non è appannaggio del linguaggio letterario ma è diffuso nel linguaggio quotidiano,in quanto il nostro sistema concettuale è di natura sostanzialmente metaforica! Poiché infatti molti concetti che traggono origine dalle nostre esperienze (come idee, emozioni, principi morali) sono di natura “astratta”, sentiamo spesso la necessità di esprimerli per mezzo di altri concetti che ci risultano più chiari e immediati.

 

Il racconto metaforico nella storia, nella cultura e nelle religioni

Tutti i popoli, fin dall’antichità, hanno trasmesso alle generazioni successive, il loro patrimonio di sapienza e di cultura attraverso la narrazione di storie, miti, leggende, racconti, parabole, aneddoti e simboli, tramandandoli spesso con il linguaggio della metafora, prima mediante la trasmissione orale e poi tramite la scrittura. Questa narrazione ha avuto lo scopo di aiutare le persone appartenenti ad una cultura a mantenere il senso di identità, a trasmettere usi e costumi, a offrire coordinate di senso nel rapporto con la natura e l’ambiente esterno, con gli altri e con se stessi, a rispondere alle domande sul senso della vita.

Le fiabe di Esopo, le narrazioni di Budda, i miti degli dei e degli eroi dei greci, la tradizione orale dei midrash ebraici, le storie della Bibbia, le parabole di Gesù, i racconti dei Sufi o dei maestri Zen, sono esempi dellutilizzo della narrazione per comunicare qualcosa di importante a qualcun altro: idee, principi, valori, credenze, emozioni, modi di agire, per rispondere a bisogni di tipo culturale e soddisfare esigenze di tipo affettivo, curativo, evolutivo, esistenziale e spirituale dell’essere umano.

 

L’uso della metafora nel Coaching

Nell’ambito del Coaching, come sappiamo, è il Coachee a determinare la direzione di marcia e a gestire i contenuti del colloquio, mentre il Coachee svolge la funzione di facilitatore, con una duplice responsabilità di ruolo: quella di stabilire una relazione simmetricabasata sulla capacità di ascolto, accoglienza, alleanza e autenticità, e quella di garantire a se e al cliente, che il processo di Coaching sia rispettato.

In questa sorta di danza, il Coach ha il compito di accompagnare il Coachee, mantenendosi l’equilibrio tra:

  • l’ascolto del“racconto”del cliente e delle modalità espressive;
  • l’uso corretto del metodo e il rispetto delle fasi del processo.

 

Per questo, quando il cliente nel corso del suo racconto usa spontaneamente la metaforaper esprimere “il suo mondo interno”, il suo linguaggio diventa più spontaneo, espressivo e figurativo, di maggiore connotazione emotiva e dal registro tipicamente “analogico”, invece che “logico-concettuale”. Allora ci troviamo di fronte ad una porta di accesso e di uscita che è al limite tra la dimensione cosciente e quella inconscia. Una sorta di “stanza segreta” dove si nasconde un tesoro da scoprire e portare alla luce, uno scrigno di ricchezze e di significati, da esplorare e da restituire al Coachee, dentro il quale può celarsi e disvelarsi il suo potenziale intuitivo, l’insight capace di aprirgli nuovi orizzonti di possibilità, dove il “kronos” si trasforma in “kairos”!

Dal punto di vista del processo narrativo del cliente, possiamo spesso riconoscere un primo momento, che possiamo definire “esplorativo”, in cui le metafore che esprime ci rappresentano la sua realtà di partenza, il suo “presente percepito”. In questa fase iniziale del suo racconto la metafora può scaturire in modo spontaneo, ma può anche essere sollecitata dal Coach, come vedremo in seguito.

L’input dato dal Coach è diretto a far “dipanare” nel cliente la sua matassa spesso aggrovigliata di pensieri, emozioni, desideri e a focalizzare in un’immagine il nucleo del problema. La “metafora del problema”è infatti diversa dal “problema oggettivo”,è come la rappresentazione linguistica di una visione dall’alto,una traslazione semantica che permette al soggetto di attivare insight, generatività e risorse creative per esploraree poi elaborarela condizione iniziale.

Questa trasformazione passa poi dal piano metaforicoal piano cognitivoe poi a quello comportamentale, in un circolo “virtuoso” del tipo: > realtà > metafora> realtà.

Ciò che cambia alla fine è la “mappa” dei significati e, grazie a questa riconfigurazione, il Coachee acquisisce un nuovo orientamento mediante il quale può decidere in modo pro-attivo dove dirigere le sue azioni. [1]

 

Strategie per esplorare la metafora del cliente:

Secondo questo approccio, nella la pratica del Coaching lutilizzo della metafora si basa su due fondamentali tipologie di intervento:

> lavorare sulle metafore espresse spontaneamente dal cliente;

>lavorare sulle metafore sollecitate nel cliente.

Nel primo caso la metafora appare spontaneamente nel racconto del cliente e il Coach interviene a focalizzare il colloquio su questa metafora (ad es.: Che ne dice se approfondiamo questa metafora che lei ha utilizzato?”).

Nel secondo, il Coach suggerisce al cliente di pensare a una metafora per rappresentare la situazione raccontata (ad es.: Che ne dice di illustrare questa situazione / sentimento con una metafora, unimmagine?”) e poi avvia il lavoro di approfondimento.

Al di là delle situazioni di partenza, si può lavorare sulle metafore:

   1) Sviluppando la metafora in un Racconto Esteso.

Ad es.: per la metafora della “nave in balia delle onde” – che ha come soggetto autobiografico la navee come ostacoli le onde – si possono chiedere al cliente maggiori dettagli e immagini, sollecitando in lui la creazione di un racconto vero e proprio.

In questo caso il processo avrà la sequenza: > metafora> racconto > sviluppo > nuovo significato.

   2) Sviluppando la metafora per Addizione.

Ad es.: per la metafora del cliente che sente di trovarsi “in mezzo a un deserto”, gli si può chiedere di aggiungervi una singola metafora per rappresentare la situazione desiderata e unaltra per gli ostacoli che si frappongono tra le due situazioni. Così dalla situazione attuale del deserto, il cliente potrebbe rappresentare il futuro desiderato con limmagine di una “campagna piena di luce, con tanti alberi da frutto colorati”, e gli ostacoli nella metafora con dei “grandi massi” che separano il deserto dalla campagna. Le nuove singole metafore vengono poi integrate dal cliente in un racconto coerente che, in questo esempio, deve rispondere alla domanda chiave: Se dal deserto vuoi arrivare alla campagna e trovi questi grandi massi, cosa puoi fare per superarli?”.

In questo caso il processo avrà la sequenza: > metafora> addizione metaforica > nuovo significato.

 

Il “Clean Language” e il “Clean Coaching”

Negli anni ’80 lo psicologo David Grove ha sviluppato un’innovativa metodologia terapeutica mentre lavorava con le vittime di traumi. Notando che spesso i suoi pazienti si esprimevano con delle metafore per descrivere le loro esperienze, scoprì che il modo più efficace per risolvere i loro ricordi traumatici era quello di lavorare sulle loro metafore con domande aperte che riflettessero le loro esatte parole.Da qui Grove ha sviluppato un processo strutturato, denominato appunto “Clean Language”, ossia“linguaggio pulito”.

Attorno agli anni ’90, Carol Wilson, lavorando con David Grove, ha incorporato e adattato la metodologia del “Clean Language” al Coaching, dando vita al “Clean Coaching”.

Il Clean Language è quindi un metodo per esplorare le metafore del cliente attraverso semplici domande senza contaminarle e/o distorcerle.

Con questo metodo si può facilitare nel Coachee il processo di consapevolezza attraverso la scoperta dei suoi simboli, rispettando la sua “mappa di rappresentazione” della realtà, evitando di direzionare e influenzare il suo processo di auto-scoperta, elaborazione e mobilitazione delle risorse, affinché siano tradotte in piani d’azione.

Vediamo ora le caratteristiche di base della comunicazione che il Coach ha bisogno di adottare, seguendo questo approccio, a livello paraverbale, di sintassie circa il tipo di domandee il modo di porle:

>  a livello del Paraverbale, ossia dell’uso della voce:

è utile per il Coach rallentare il normale ritmo della sua voce, assumere una tonalità più profonda e un ritmo quasi cantilenante, pur se nell’ambito del rispecchiamento di fondo delle caratteristiche del paraverbale del Coachee(volume, tono, ritmo).

>  a livello della Sintassi:

  • iniziare sempre le prima domanda esplorativa della metafora del cliente con la parola (congiunzione): “E …” dopo la quale vanno ripetute le parole del cliente (vedi l’esempio n.2)
  • Dopo di che bisogna formulare la seconda parte della domanda con l’espressione “E quando tu…”  dopo la quale vanno ripetute le parole del cliente, a cui fanno seguito le parole di tipo esplorativo aggiunte dal Coach (vedi l’esempio n.2)
  • Domanda riferita alla specifica esperienza.

 

 

>  Le Domande di basedel Clean Coaching riguardano:

  • gli Attributi: Che tipo di x? Che altro rispetto a x? E questo è come…?
  • lo Spazio: Dov’è? Da dove viene?
  • il TempoE dopo cosa succede? Cosa è successo un attimo prima?
  • l’ IntenzioneCosa vuoi che succeda? Cosa ti serve affinché succeda questo? Puoi Farlo?

Per concludere, propongo l’esempio di un possibile stralcio di dialogo esplorativo della metafora espressa dal cliente:

 

  • Cliente … e mi sento come in una nave in balia delle onde e vedo in lontananza un porto sicuro
  • Coach: ti senti in balia delle onde. E quando ti senti in bali delle onde, cosa sono le onde?

oppure:

  • Coach: vedi un porto sicuro. E quando vedi un porto sicuro lontano cosa vorresti che accadesse?
  • Cliente:Vorrei raggiungerlo al più presto
  • Coach: E quando hai raggiunto il porto sicuro, come ti senti?
  • Cliente:…Mi sento rilassata, come se mi fosse stato tolto un grosso peso che mi toglieva fiato
  • Coach: E quando ti senti rilassata e ti è stato tolto questo grosso peso cosa accade?
  • Cliente: Xxxxx
  • Coach: Cosa deve accadere affinché tu ti senta rilassata e questo grosso peso ti sia tolto?
  • Cliente: Xxxxx
  • Coach: E puoi raggiungere il porto sicuro?
  • Cliente: …si se riesco a chiudere la falla che fa imbarcare acqua…

 

 

Gianpaolo Califano
Coach Professionista – Formatore Senior – Consulente HR
Salerno
gpcalifano@gmail.com
linkedin.com/in/gianpaoloc

 

Note:

[1]Fonte: i testo “Il ruolo della metafora nel coaching di orientamento” di Daniela Monreale

 

 

 

 

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