Categoria: KING KOachiNG
kingkong_incoaching

KING KOachiNG

La mappa non è il territorio”. Il filosofo e scienziato polacco Alfred H. S. Korzybski (1879 – 1950) ripeteva spesso questa frase ai suoi studenti, per ricordare loro che la nostra conoscenza (del mondo, degli altri, ma anche di noi stessi) è limitata dal sistema nervoso e dalla struttura del nostro linguaggio (cioè, dalla nostra personalissima mappa mentale). Noi, in effetti, costruiamo e conosciamo mondi attraverso selezioni e percezioni, che poi traduciamo in parole e tra un passaggio e l’altro, obblighiamo la realtà concreta entro distorsioni, o cancellazioni, o generalizzazioni: ragionamenti solo apparentemente ragionevoli, ma allo stesso tempo vantaggiosi per un’economia della mente e rassicuranti per l’identità. Ci sono tante mappe, quindi, tante realtà, quante sono le persone presenti nell’universo. Allenarsi a questa consapevolezza teorico-pratica, che il professore chiamava “coscienza dell’astrarre”, diventa allora importante soprattutto per un Coach professionista. A tal proposito, quello che mi chiedo è: se “la mappa non è il territorio”, qual è il territorio che un coach fa esplorare al suo coachee, orientandosi con la Mappa del percorso di Coaching® e con il GPS delle domande®?1

Mappa del Coaching

Io credo che il territorio di un percorso di Coaching, o di una singola sessione, sia il racconto del coachee. La Mappa, infatti, per conservare la sua funzione pragmatica di orientamento e sintesi, si mantiene sempre uguale a se stessa, mentre il territorio-racconto varia in ogni singolo percorso, o in ogni sessione di un medesimo percorso (flessibilità). A ciò, si aggiunge il fatto che il racconto è inafferrabile nella sua essenza: perciò, esso non può apparire sulla Mappa, se non come sim-bolo, che compone tutte le singole voci in una totalità sensata (dal greco sym-bállô, metto insieme). Come ogni simbolo, quindi, anche il racconto del coachee è solo rappresentabile e i suoi confini io me li immagino delineati metaforicamente proprio dalla circonferenza che sta al centro della Mappa di coaching® e da cui partono le varie opzioni o direzioni di un cammino, che poi il coachee percorrerà in autonomia, fuori dal setting, nello spazio-tempo che trascorre tra una sessione e l’altra. Tali confini, inoltre, mi sembrano doppiamente tracciabili: da una parte, dal protagonista che racconta e si racconta (il coachee); dall’altra, da chi ascolta attivamente in qualità di co-narratore e accompagnatore (il coach).

Il territorio-racconto, dunque, pur non comparendo tra le coordinate della Mappa, ne rappresenta la sua condizione d’esistenza e, insieme, il suo effetto manifesto. Infatti, è con il racconto che noi cominciamo ad allenare la nostra coscienza del passato, del presente, del futuro.

Sempre nel racconto, impariamo a rendere tale consapevolezza una forza mobilitante di un potere e poter-essere che non sapevamo di avere, o che ancora non sapevamo usare, né autodeterminare come ingrediente principale dei nostri comportamenti. In altre parole, nel territorio-racconto nasce, si stabilisce ed evolve una relazione facilitante per la consapevolezza (il cuore della Mappa di Coaching® e il primo pilastro del metodo); emerge, si verifica e si sviluppa il potenziale interno (secondo pilastro); infine, trova il suo habitat più naturale un piano d’azione autodeterminato e progettato nel tempo (terzo pilastro), con i suoi ostacoli e facilitatori.

A questo punto, possiamo convincerci del fatto che non esistono domande potenti: ma poi, potenti per chi? Per il coachee, o per l’ego del coach, che vuole una parte del merito? Come insegna la Scuola di incoaching®, il percorso, come ogni sessione, è uno spazio-tempo del coachee e la potenza è del suo racconto. Al coach spetta la responsabilità di restituzioni etiche, di un domandare progressivo e di un silenzio, che semplicemente faciliti lo spettacolo del potere del racconto.2

Nondimeno, oltre a quanto narrato dal coachee, c’è anche un altro racconto che merita un’attenzione particolare: il racconto del coach durante la sessione zero. Questa speciale narrazione è in grado di condizionare sia l’efficacia della mappa, sia il territorio che ci si presenterà davanti. L’importanza della sessione zero rischia però di sfuggirci, se non diamo il giusto peso a ciò che contraddistingue il Coaching da altre professioni che si fondano sulla relazione d’aiuto, ossia, il suo approccio pragmatico. Tale approccio, che fa fare al coachee un’esperienza diretta delle sue potenzialità (e non delle competenze personali del coach), si mantiene dal principio alla chiusura di un percorso. Anni fa, l’antropologo Michel de Certeau scriveva che: “far credere significa far fare […] e far fare è precisamente ciò che fa credere”.3 Ecco perché, la sessione zero non è un semplice incontro preliminare, ma fa già fare al coachee un’esperienza pratica del percorso di Coaching a seguire, gettando così le basi della fiducia.

Forse tutto ciò fa un po’ paura? Oggi, il coaching può far paura? Cosa me lo fa pensare? Il modo di presentare il coaching, sia in sessione zero, sia su alcune pagine di coaching online, mi ricorda talvolta il modo “terrificante” con cui la nostra cultura è solita descrivere i mostri. In particolare, King Kong, uno dei mostri più celebri del cinema, mi sembra condividere con il coaching un curioso destino (d’ora in poi farò riferimento alla pellicola “King Kong” del 1933, di Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack).

king kong incoaching

Chi o che cosa è esattamente Kong? Noi spettatori non lo vediamo comparire subito sullo schermo, ma comprendiamo immediatamente che si tratta di un mostro dal modo in cui lo descrivono alcuni protagonisti del film: “è alto come una montagna” … Nell’immaginario collettivo, l’idea del mostruoso, spesso, si genera proprio per iperbole, cioè, esagerando le dimensioni di qualcosa che già conosciamo (come avviene con i nani o i giganti che, se non fosse per la loro statura stra-ordinaria, sarebbero uomini perfettamente comuni). Così, anche il coaching talvolta è definito come un metodo esageratamente ampio, che abbraccia i più diversi destinatari. Sembra esserci un coaching per chi vuole vincere una competizione sportiva, per l’azienda che vuole incrementare il fatturato, per genitori che desiderano migliorare la relazione con i figli, per chi vuole essere amato, per chi vuole avere successo, per i teenager … Ma, davvero gli ambiti di applicazione del coaching sono così vasti? In teoria sì; nella pratica, però, i confini di attuabilità del metodo sono molto più ristretti e tengono conto dell’unicità della persona, oltre che dell’armonia tra le necessità del coachee e il personale stile di coaching di un coach (coachability).4

Ora, se andiamo avanti a guardare il film “King Kong”, scopriamo anche un altro modo tipico di parlare del mostruoso, che è l’ibridazione. Questa strategia linguistica consiste nell’associare due o più entità che, separate, sarebbero normali (per esempio le arpie, donne-uccello, o la chimera, una specie di leone mitologico con una testa di capra sulla schiena e la coda di serpente o di drago). Nel suo caso, Kong ci viene presentato come un dinosauro-scimmione, o meglio: “uno scimmione grande come un dinosauro” … Analogamente, anche il coaching è spesso descritto come un metodo ibrido tra la psicologia e la consulenza aziendale, o tra l’allenamento sportivo e l’arte dello spettacolo, eccetera. A dire il vero, il coaching ha una cornice teorica eterogenea ed inter-disciplinare; ma poi, la pratica del coach professionista è ben riconoscibile grazie ad una metodica che si ripete sempre uguale a se stessa, pur nella flessibilità e così, rassicura coach e coachee, anche grazie al rispetto costante di quei limiti ben stabiliti nel “contratto bilaterale” o “Patto di Coaching”. Anche se talvolta passano inosservate, ibridazione ed iperbole sono entrambe strategie linguistiche con cui noi abitualmente operiamo delle “complessificazioni” della realtà: creiamo, cioè, dei super-concetti per identificare ciò che non potrebbe essere definito altrimenti entro i limiti del nostro linguaggio, o entro i confini delle nostre mappe. A tal proposito, è significativo il fatto che Kong viva su un’isola che non è segnalata in alcuna mappa nautica nota all’uomo …

C’è un terzo modo comune di parlare del mostruoso: la “neutralizzazione”. Noi l’adoperiamo ogni volta che di qualcosa o qualcuno diciamo che non è né questo né quello. Così, di Kong, a un certo punto, si dice che: “non è né bestia né uomo”. Anche del Coaching, a un certo punto della sessione zero, si specifica, per poi metterlo nero su bianco sul contratto, che: “non è né una psicoterapia, né una consulenza, né un percorso di formazione”. Di solito, tutto ciò accade con lo Straniero, l’Altro, l’Altrove, il Mostruoso: ciò che per noi è estraneo e rispetto al quale la nostra cultura non dispone di una categoria per “inquadrarlo”. Ciò nonostante, vogliamo renderlo accessibile, famigliare, in una parola, vogliamo tradurlo in base a ciò che già conosciamo: e spesso, finiamo per neutralizzarne l’aspetto innovativo e la sua profonda alterità, in nome dell’accettabilità.

Tornando alla sessione zero: cosa crede il coachee di fronte all’affermazione (o negazione) di ciò che il coaching non è? E il coach? Chi crede di saper-essere nel preciso momento in cui formula la neutralizzazione della sua professionalità? Domande che restano aperte. Certo è che una frase del genere garantisce al coach di assumere una posizione neutrale rispetto alle altre professioni nell’ambito della “Relazione d’aiuto”.

Intanto il film “King Kong” procede e qualcuno ha un’intuizione: “Avete mai visto una cosa simile in vita vostra? … Hey, capitano, che spettacolo!”. A parlare è Mr. Denham, un regista che sta girando un film nel film. Finalmente ci siamo. Stiamo metabolizzando l’Altro, il mostro, cogliendolo ora nella sua “spettacolarità”: una categoria che conosciamo bene e che da secoli ci permette di addomesticare la paura. “Vedo già le insegne brillare a Broadway: Kong l’ottava meraviglia del mondo!” tuona Denham. Il nostro Denham contemporaneo potrebbe essere Silvio Muccino, attore e regista italiano, che si direbbe abbia trovato la nona meraviglia del mondo: un coach! La produttrice del suo ultimo film, “Le leggi del desiderio” (2015) ha dichiarato: “Un life coach è un figlio fortunato della crisi, che si propone quale soluzione. Ed è una figura che il nostro cinema non ha mai trattato […]. Oggi, il life coaching è una moda assoluta, ma la gente ha bisogno di qualcuno che le indichi la strada. Una volta lo facevano gli sciamani, oggi i coach”.5

Guarda questi coach che rubano il lavoro agli sciamani, proprio durante la crisi! Kong, lo sciamano e il coach, in realtà, sono stati “catturati”, portati via dal loro setting naturale, dove funzionavano bene. Infine, sono stati sistemati nel museo delle stranezze, al quale può accedere un pubblico ovviamente pagante. Ma Kong non ci sta, nemmeno quando Denham allestisce per lui una parte più passionale e romantica, affiancando il mostro alla bella. Kong si ribella alla sua gabbia e irrompe nella scena, manifestando con vigore proprio quelle sue potenzialità che si volevano escludere. Tuttavia, così facendo, va incontro alla morte, perché gli “apparati di cattura” dello Straniero sono più resistenti di una forza che, pure, non si era mai vista prima.6 L’ostinazione di Kong a difendersi dall’ostinazione di chi ha voluto sradicarlo dal suo ecosistema, ha creato un conflitto irrisolvibile, se non con l’espulsione definitiva (morte o morte simbolica) dello Straniero dal Proprio.

muccino incoaching

Oggi, per fortuna, un coach può appartenere a due grandi realtà che evitano tali conflitti e che ne tutelano la professionalità e la peculiarità metodologica: una realtà normativa, cioè, la Norma UNI 11601:2015; e una comunità scientifica che prende il nome di Evidence-Based Coaching. Stabiliti i suoi ambiti scientifici e normativi di appartenenza, come può oggi un coach tradurre le sue competenze in un linguaggio che non irriti la sensibilità di altri professionisti, senza però neutralizzare l’Alterità del suo metodo? Qui, ci viene in soccorso il modello C.A.R.E.®, che specifica che un coach allena meta-potenzialità, conosciute e utilizzate, oppure ancora ignorate ed inutilizzate. Il Coaching, quindi, può restare neutrale rispetto alle altre “Relazioni-d’aiuto” (psicoterapia, terapia, formazione, consulenza), poiché si colloca sul meta-livello di un “Aiuto-ad-aiutarsi”.

Consapevole di chi è oggi, di qual è la sua storia e del senso affermativo che vuole dare alla sua missione, ora il coach ha la responsabilità di tutelare il racconto del coachee: se lo accoglierà, lo farà senza “se” e senza “ma”, senza volerlo tradurre nel suo personale linguaggio, senza voler diventare l’autore o il regista del racconto del coachee, senza voler addomesticare, ad ogni costo, ciò che fa paura, pone dubbi, o interferisce con eventuali risultati.

 

Stefania Ticchi
Coach Professionista diplomato INCOACHING®, Teen Coach
Urbino (PU)
stefania.ticchi@gmail.com

 

Note:

1. La “Mappa di Coaching”® o “Mappa della sessione”®, il GPS delle domande di Coaching®, il modello C.A.R.E.® e il concetto delle Meta-potenzialità umane che riporterò in questo elaborato sono di proprietà intellettuale della Scuola INCOACHING® S.r.l., così come molti dei termini evidenziati in grassetto sono tratti da: A. Pannitti, F. Rossi, “Il Coaching Evolutivo® e il modello C.A.R.E.®”, www.incoaching.it; A. Pannitti, F. Rossi, L’essenza del coaching. Il metodo per scoprire le potenzialità e sviluppare l’eccellenza, Ed. Franco Angeli, Milano, 2012.

2. Sull’etica si veda Carta Etica di AICP e Codice di Condotta ICF, www.incoaching.it.

3. Michel De Certeau, L’invenzione del quotidiano. Le arti del fare, Edizioni Lavoro, Roma, 2010, p. 214.

4. Questa è la definizione di coachability riportata ne “Le 11 competenze chiave del coach ICF”, Sezione A “Stabilire le basi”.

5. Tratto dalla video-intervista a Silvio Muccino, vedi link seguente http://www.adnkronos.com/intrattenimento/spettacolo/2015/02/19/silvio-muccino-porto-sullo-schermo-life-coach-figlio-della-crisi.

6. Nell’analisi del film “King Kong” fatta da Tarcisio Lancioni, mutuando un’espressione di Deleuze e Guattari (1980), si definiscono “apparati di cattura le macchine di appropriazione dell’alterità ai fini della sua incorporazione”. Queste sono “macchine semiotiche”. T. Lancioni, “Apparati di cattura. Per una semiotica della cultura”, articolo presentato al convegno di semiotica ad Urbino, nel 2010.

 

No Comments

Post a Comment

Chiama subito