Categoria: La giacca del Coach

Categoria: La giacca del Coach

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La giacca del Coach

Nello stendere questa tesina, vorrei partire dalla consapevolezza acquisita, che ciascuno di noi è UNICO, e di conseguenza questa nostra unicità si esprime in modi diversi, e si nutre di tutto ciò che la vita, nel bene e nel male ci ha offerto. Per questo motivo allego tre poesie che, nel corso della mia vita hanno segnato dei passaggi importanti, posso dire, col senno di poi, che il mettere su carta emozioni e disagi, è stato il modo che in quel momento ho trovato per cercare la mia personale autodeterminazione. Una sorta di work out inconsapevole.

Essenza
Desiderio di vita
Paura del domani
La sfida al mondo
viaggia sulle curve
dei miei seni
Mi offro alla vita
per fuggire la morte (Rosy 1982)

Attesa
La luce di quest’oggi pervade la mia anima
In me c’è attesa… eterna inquietudine,
tormenti antichi e nuovi.
Far parte dell’Universo
comprende accettare l’ignoto!
Vincere me stessa ed andare
verso il misterioso destino!
Saziare le mie ansie per incontrar l’immenso (Rosy 1982)

Io nel Mondo
La vita ha un segno strano
tracciato a matita sugli uomini
sottile e difficile a cancellare,
neanche con la morte
neanche col ricordo.
L’alba corre veloce
la luce ghiaccia le cose
con una distanza
che non le protegge.
E’ la vita, la semplice legge
che si rinnova,
un tintinnio di mattino
che frange vetrate
il solito raggio, sulla strada
scorrono via rumori di automobili rade
il primo affacciarsi di voci, l’antica
premura: il primo che prenda coraggio
e poi tutti dietro.
Anch’io vorrei alzarmi
per vivere da umana formica,
ma il pensiero uccide il mio tempo
e la mia vita è segnata
da una mente che non si da pace
di essere una tra i tanti (Rosy 2000)

Quando ho iniziato il mio percorso da coaching sono arrivata con una giacca sportiva nelle cui tasche avevo una serie di convinzioni e pregiudizi.

Avevo letto articoli, libri, ero incappata in siti web che ne parlavano, avevo alcuni rudimenti di PNL, esperienze di direttore sportivo, dove il fattore motivazionale era determinante…, le mie esperienze lavorative, il teatro arricchivano questo bagaglio, ero pienamente convinta che tutta l’esperienza acquisita sarebbe stata d’aiuto in questa mia nuovo avventura da Coach.

Man mano che fluiva la prima lezione, mi accorgevo che le mie tasche in realtà erano piene di sassi, di cui per poter diventare il Coach, che già ero in potenza, avrei dovuto liberarmi. Era talmente forte questa sensazione, che nella mia testa echeggiavano alcuni passaggi del ritornello della canzone di Jovanotti… “…ho le tasche piene di sassi…. Il cuore pieno di battiti…” ma anche “Le scarpe piene di passi…”, quindi in realtà inconsciamente mi stavo già muovendo verso una nuova consapevolezza.

Alla fine della lezione arriva la mia prima sessione da Coach, i sassi che sono rimasti nelle tasche della mia giacca pesano e rappresentano ancora delle forti Interferenze allo sviluppo del mio Potenziale [da The Inner Game di Timoty W.Gallway p (prestazione) = P (potenziale) – i(interferenze)]. Così la prima sessione è un disastro, tutte le mie esperienza passate interferiscono con il ruolo del Coach, mi ritrovo a dare consigli, a motivare il coachee ad incalzarlo verso l’obiettivo, a “rubargli” il tempo. Invece di trovare la “leggerezza” necessaria al Coach, mi riempio le tasche con altri sassi. L’ansia da prestazione impera sovrana, ed il Kronos la fa da padrone.

Mi consolo però pensando ad un vecchio proverbio che citava sempre mio nonno quando non ero riuscita in qualcosa: “il primo solco non è solco”, ovvero tutto ciò che viene fatto per la prima volta è sicuramente imperfetto perché manca la pratica, ma ripetendo più volte la stessa azione, si impara a “raddrizzare” il solco, ergo devo allenarmi.
Inizia così il mio percorso di Auto Coaching, comprendo che prima ancora di utilizzare ed applicare il metodo sui coachee, devo sperimentarlo su di me. Ed allora mi domando qual è il primo passo che posso fare? La mia testa gira a mille, escono decine e decine di strade, di possibilità, ed alla fine di questo giro di danza dentro la testa, arrivo alla conclusione di dover cercare la mia personale centratura. Prendo coscienza che sono un gran casino, ma questo casino sono “IO” e solo se riuscirò a dare un giusto peso al mio bagaglio di esperienze potrò trasformare i sassi dentro le mie tasche in piume e diventare il Coach che voglio essere.

Parlando di piume mi si affacciano alla mente due ricordi, il primo la favola del brutto anatroccolo, nel quale si nascondeva uno splendido cigno, il secondo un passaggio di un libro di Antony De Mello. “Messaggio per un’aquila che si crede un pollo
Un uovo d’aquila, messo nel nido di una chioccia si schiuse e l’aquila, cresciuta insieme ai pulcini, per tutta la vita fece quel che facevano i polli nel cortile. Un giorno vide sopra di lei un magnifico uccello: «Chi è quello?», chiese al vicino. «È l’aquila, la regina degli uccelli, ma non ci pensare. Tu ed io siamo diversi da lei». Così l’aquila non ci pensò più e morì pensando di essere una gallina.

Beh, io non voglio morire pensando di restare quello che credo di essere, o peggio quello che gli altri credono io sia, voglio trovare il Cigno nascosto dentro di me.

Ripensando al primo passo da fare, mi viene in aiuto il paragrafo del libro nel quale si parla della quattro “A”. Scopro la prima Accoglienza, soprattutto dove si parla di “Accoglienza di sé” cito… “L’accoglienza di sé presuppone di portare ed elaborare a livello di coscienza le nostre emozioni e sensazioni, i pensieri, i ricordi e le immagini che ci pervadono nell’affrontare determinate situazioni, lasciando ad ognuno la liberta di esistere ed esprimersi dentro di noi, facendoci serenamente arrivare le voci ed i significati del loro senso profondo. (…)” Ed ancora “In genere, nessuno ci insegna ad ascoltarci e ad ascoltare gli altri, (…) di conseguenza, quando tentiamo di farlo tendono a scattare meccanismi di fretta, di bisogno o di tendenza a dare giudizi e consigli. (…) Ecco perché è fondamentale accogliere l’altro e ascoltarlo, mettere a tacere la fretta di risolvere i problemi, di dare buoni consigli o, peggio ancora, giudizi su ciò che sta vivendo e che ci racconta con tanta fatica. L’ascolto è la medicina più potente del mondo, perché ha come primo risultato il fare sentire l’altro accolto, accettato, non giudicato; solo così egli potrà darsi il permesso di riprendere la fila dei suoi problemi, di cercare un ordine e un senso dove, fino a quel momento aveva visto solo dolore e inadeguatezza (Rossi 2001).

Arriva il secondo giorno, e la giacca che porto, è ancora la mia, ma oltre alle tasche ha anche un taschino, dentro il quale sono ben riposti gli occhiali del Coach.

Ma che occhiali sono gli occhiali del Coach?

Sono occhiali con lenti molto particolari, decisamente diverse rispetto agli occhiali tradizionali.

Prova ne è che non si trovano in vendita nemmeno nei negozi specializzati, li puoi trovare solo dentro di te. Sono occhiali che ti permettono di vederti in maniera diversa, più consapevole, ma non solo. Il Coach, riesce a vedere i propri coachee attraverso questi fantastici occhiali, e cosa vede? Vede il giardino delle meraviglie, pieno di potenzialità, di opportunità, vede nel coachee un essere ricco di potenziale e maturo, che ha solo voglia di esplodere ed esprimersi al meglio, secondo le sue inclinazioni ed i suoi punti di forza. Ed allora mi viene da pensare che forse la giacca del Coach è la giacca di un giardiniere, che conosce il valore e la potenza del seme, e che sa quando è il momento di innaffiare ed il momento di aspettare che la natura faccia il suo corso. Quindi come un giardiniere che coltiva il suo giardino, attraverso domande rimandi e silenzi, aiuta il coachee (seme) a ritrovare e risvegliare il suo potenziale, così da poter agevolare il processo di radicamento atto al cambiamento che porterà poi al raggiungimento del C.A.R.E.®, ovvero della Consapevolezza, dell’Autonomia, della Responsabilità e dell’Eudaimonia del coachee.

Ripensando al mio percorso mi accorgo di aver già raggiunto una parte di Consapevolezza, la Consapevolezza di essere in un corso, dove posso prendermi il lusso di “non sapere”, ma anche quello di sbagliare… e sì, perché tra i sassi che riempiono le mie tasche ci sono tra gli altri anche: la paura di sbagliare, di non essere adeguato, la paura del giudizio degli altri, di fare troppo o troppo poco. Ripenso così al mio obiettivo ciò trovare la mia centratura, e mi dico che tutte queste paure sono sassi di cui mi posso liberare, e nel momento in cui nasce in me questa consapevolezza, i sassi diventano piume e la giacca che porto sulle spalle comincia ad essere più leggera.

Arriva il momento della seconda seduta da Coach, ho acquisito le basi del metodo di allenamento e mi sento pronta per cominciare. Ho la mappa del Coach, ho ben compreso che il mio ruolo è quello di allenare le potenzialità del coachee e per farlo ho una serie di strumenti a mia disposizione. Ho ben chiaro nella testa che la relazione è fondamentale, ripasso velocemente il concetto delle 4 A. Ho gli occhiali del Coach ben riposti nel taschino. Il set è ben impostato, la distanza prossemica e quella giusta. 1…2…3… un bel respiro… Sono pronta!

Ahimè ancora non ci siamo, bene l’accoglienza, le domande creano movimento… ma quello che soprattutto manca è la giusta dose di silenzio. Mi tornano alla mente un paio di vecchi proverbi popolari: “un bel tacer non fu mai scritto”, “la parola è d’argento ma il silenzio è d’oro”, mai come nel caso del Coaching tali proverbi trovano la loro valenza.

L’ascolto attivo utilizza il silenzio per lasciare al coachee lo spazio necessario a scendere in profondità, permette di rimanere nella condizione del Kairos, del qui ed ora. La cosa più difficile da fare è rimanere in “ascolto” del silenzio. Durante quelle pause il mio ego cerca spazio, vuole tornare ad essere protagonista. Dentro la mia testa immagino già cosa potrebbe dire o fare il coachee, e questo fa sì che si rompa quel cerchio magico che si era venuto a creare.

Capisco così che devo lavorare sul saper stare in quel silenzio. Ma come posso fare per allenare questa abilità? Grazie all’aiuto del Coach d’aula che mi è stato assegnato nasce l’idea che ha dato il titolo a questo elaborato “La Giacca del Coach”. Avrete già capito dal modo poco lineare con cui ho steso questa mia tesina che la mia mente è pervasa dal pensiero laterale, per cui in quella sessione ho passato al vaglio un sacco di possibilità, poi mi sono ricordata che avevo già esercitato questa abilità, in un contesto completamente differente e che quell’esperienza, se ben codificata poteva essermi d’aiuto in questo mio nuovo percorso. Infatti rovistando tra le tasche ritrovo l’esperienza vissuta alla scuola di teatro di Lecoq, dove, indossando la maschera neutra che non permette espressioni del viso, ne l’uso della parola, si deve attraverso l’uso del corpo e dello spazio raccontare qualcosa di astratto, e questo qualcosa è tanto più vero e comprensibile al pubblico tanto più nasce dall’improvvisazione, perché laddove entra la “testa”, quindi le sovrastrutture mentali lo spettacolo “cade”, un po’ come il nostro cerchio che si rompe. La maschera vive lo spettacolo che si crea al momento, si nutre delle proprie emozioni e delle emozioni del pubblico, nessuno spettacolo sarà mai replicabile allo stesso modo perché lo spettacolo nasce dal qui ed ora del protagonista. Due maschere neutre possono lavorare insieme, solo e soltanto se si ascoltano, se si capiscono.

Prima però ho detto che la maschera neutra non ha espressioni del viso e non ha il dono della parola, quindi come possono due persone che non parlano ascoltarsi? Eppure se la predisposizione all’ascolto dell’altro è correttamente esercitata nascerà uno spettacolo che è pura magia. Il naso rosso del clown è la maschera più piccola che si possa indossare, ma il solo fatto di averla sul viso ti permette di entrare in un’altra dimensione. Non sei più tu, e puoi fare cose che senza di essa non ti saresti mai sognato di poter fare. Quindi pensando al mio “ruolo” di Coach è nata l’idea di indossare la “Giacca del Coach”, così come si indossa il “naso” del Clown.

Perché posso essere me stessa in un’altra dimensione. Vera, ma libera dai condizionamenti interni ed esterni, via le paure, via le ansie, i ricordi ed i preconcetti. Tutto succede in quel momento, è frutto dell’improvvisazione del coachee. Ho così cominciato a fare le sessioni successive pensando di personificare il ruolo del Coach, come se la sessione seguisse un canovaccio d’improvvisazione, dove io ero la spalla dell’altro personaggio il coachee. Questa modalità mi ha permesso di prendere le distanze dal mio ego, e di mettermi veramente a disposizione dell’altro. Io non sono più responsabile dell’applauso del pubblico, devo solo aiutare il vero protagonista nel suo spettacolo, assecondandolo o lanciandogli l’imbeccata laddove lo spettacolo sta per cadere. Allo stesso modo durante la sessione io sono lì, a disposizione del coachee, specchio delle sue emozioni, pronta ad ascoltarlo ed a intervenire solo se serve, lasciandogli il giusto spazio per esplorare le infinite possibilità che nasconde dentro di se. Ed allora quel silenzio non lo vivo più come un vuoto da riempire, ma come una battuta senza voce, una pausa musicale che permette ad un brano di essere unico e meraviglioso.

Devo dire che la “Giacca del Coach” ha funzionato, la restituzione che ho avuto dai miei compagni di corso al termine delle ultime sessioni mi ha fatto comprendere di aver trovato una modalità tutta mia per superare l’ostacolo, non sono certa di aver trovato la mia personale centratura, ma adesso so che posso farcela, dentro di me ho tutto quello che mi serve. Avrò bisogno ancora di tanto allenamento, qualche cosa ancora non funzionerà, ma il mio “solco” comincia ad avere la forma di un solco, non potrò che continuare a migliorare.

Ma cosa è successo, si è forse trattato di una magia?

Se qualcosa ho capito da questo corso è che la giacca del Coach non è certo quella di un mago, prima di tutto perché non usa trucchi, poi perché la magia è già tutta nel coachee. Il Coach non ha una bacchetta magica, ma crede nella magia dei suoi coachee e delle loro potenzialità, il Coach non fa magie, ma assiste alla magia della trasformazione che avviene nel coachee, trasformazione di cui il coachee è pienamente consapevole e la consapevolezza è il primo passo per diventare i protagonisti della propria vita.

Allora qual è la “Giacca del Coach”? E’ la giacca di un allenatore che attraverso un metodo basato sull’individuazione e lo sviluppo delle potenzialità dell’essere umano, aiuta il coachee all’interno di una relazione facilitante, a definire il proprio obiettivo, a individuare ed allenare le proprie potenzialità al fine di realizzare un cambiamento, un miglioramento.

E questa giacca che rappresenta le potenzialità, le capacità e le competenze del Coach, è leggerissima, “calda” al punto giusto e mi calza benissimo!

 

Rosalia Giordano
Responsabile Commerciale Impresa Filiale di Como Poste Italiane S.p.A.
Coach Professionista
rosy.giordano.coach@gmail.com

 

Nota:
La Relazione Facilitante, le “4A”, la teoria del Meta-potenziale C.A.R.E.® riportati nella tesina sono di proprietà intellettuale di INCOACHING® Srl.

Bibliografia:
L’essenza del coaching” di Pannitti-Rossi – 2012
Creatività e Pensiero Laterale” Edward de Bono – 1998
Messaggio per un’aquila che si crede un pollo” Antony De Mello – 2013
L’ascolto costruttivo” Rossi R. – 2001

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