Categoria: La Relazione al Centro

Categoria: La Relazione al Centro

La Relazione al Centro

Le Relazioni facilitanti nella mediazione e nel coaching

 

Nella nostra vita due sono i beni più preziosi che abbiamo e che dobbiamo curare ogni giorno. Il primo è il tempo, un credito quotidiano di ventiquattro ore che ci viene donato, il secondo sono le relazioni che costruiamo.

Theodore Roosevelt affermava A nessuno importa quanto sai, finché non sanno quanto tieni a te. Ivan Misner[1], una delle persone che più mi ha ispirato, ha modificato questa affermazione in alle persone non interessa quanto ne sapete finché non sanno quanto tenete a loro!

Dai molteplici studi svolti, emerge che un essere umano ha comunque e sempre bisogno di relazionarsi per realizzare la propria vita.

Ecco perché la relazione è un bene prezioso ed è essenziale essere in grado di avere gli strumenti per poter scegliere con chi costruirla e come coltivarla.

Se ciascuno pensa alla propria vita, si vede come le relazioni siano potenzialmente infinite, da quelle occasionali e brevi, in coda alla cassa, a quelle più durature, come la famiglia, gli amici, il lavoro.

Qualunque sia la relazione, per poterla costruire e coltivare sono essenziali due aspetti: la disponibilità a donarequalcosa e l’assenza totale di aspettative.

Sotto il primo profilo, è noto come una relazione sia un continuo scambio di emozioni, sentimenti, attività, aiuti ecc. e solo se questo continuo scambio sarà equilibrato potrà durare nel tempo.

Provate a pensare quelle occasioni in cui avete aiutato qualcuno o avete condiviso un cliente e non avete ricevuto in cambio neppure un semplice grazie. Come ci si sente in queste situazioni?

Per questo parlo di dare senza aspettative.

Non fraintendetemi, non voglio dire che si debba dare senza ricevere. Voglio evidenziare come le aspettative possono essere un veleno: di solito quello che ci aspettiamo è che la persona con cui ci relazioniamo risponda nello stesso modo in cui risponderemmo noi se fossimo nei panni dell’altro, dimenticandoci che l’altro, nella sua unicità, può dare risposte anche drasticamente diverse dalle nostre.

Se non mettiamo al centro la persona con cui ci relazioniamo e la sua unicità, tutte le altre aspettative perdono, nel tempo, significato ed importanza.

Lisa Nichols[2] scrive “il tuo compito è riempire la tua tazza in modo che trabocchi, quindi puoi servire altri gioiosamente dal tuo piattino”. Questa affermazione evidenzia come non si debba per forza rinunciare a qualcosa di nostro, ma fare di più in modo che gli altri possano beneficiarne. Ecco che quindi dare senza aspettative per me significa fare in modo che da ogni azione, ogni scelta dia beneficio a chi ci sta attorno sapendo che il ricevere è insito nel dare.

Vista l’importanza che hanno le relazioni nella nostra vita, diventa essenziale saper scegliere le relazioni, saperle coltivare e saperle interrompere quando è necessario.

Cosa significa “scegliere una relazione”?

Il parametro non può essere solo utilitaristico, ma dovrà tenere conto di una serie di aspetti determinanti.

Per raggiungere l’equilibrio necessario a dare continuità alla relazione il punto di partenza essenziale siamo noi stessi.

Ecco perché, ogni scelta compresa quella di costruire una nuova relazione dovrebbe rispondere a tre precise domande[3]: Cosa voglio? – Quanto costa? Sono disponibile a pagarne il prezzo?

Nella costruzione di una relazione, la risposta alla prima deve darmi la consapevolezza delle ragioni profonde per cui voglio costruire e coltivare quella relazione con quella specifica persona. Se non ho ben chiaro questo aspetto, come potrò condividerlo? E se non riesco a condividerlo come posso pensare che quella relazione sia e rimanga equilibrata?

Ogni scelta, come sappiamo, ha un costo, non solo economico, ma come impegno mentale, tempo, energie, scelte ecc.: avviare questa relazione che costo richiede?

Tenuto conto di tutte le voci di costo, sono disponibile a sostenerle?

Risposto alle prime due domande, se a quest’ultima non sono in grado di rispondere Sì al 100% non potrò pensare di costruire una relazione equilibrata perché inevitabilmente arriverà il momento in cui mi verrà presentato il conto e non sarò disponibile a pagarlo.

Ciò non potrà che avere come conseguenza un disequilibrio nella relazione e un evidente rischio di rottura della stessa.

Immaginate di vivere la vostra vita in una stanza, una stanza con una porta di solo ingresso, nella quale siete voi che scegliete chi far entrare e chi no. Quante delle persone entrate nella vostra vita sarebbe stato meglio se fossero rimaste fuori? Quante non curato adeguatamente? Qual è il costo delle vostre scelte che oggi state pagando?

Possiamo quindi affermare che, una volta scelto con attenzione chi vogliamo fare entrare nella nostra stanza, nella nostra vita, una relazione ben costruita sarà sempre e comunque potenziante!

E allora, come mai la maggior parte delle criticità personali nascono da problemi relazionali?

Dall’esperienza maturata in questi anni, la risposta è semplice, anche se difficile da riconoscere: il primo problema di una relazione siamo noi e, in particolare, la difficoltà ad essere chiari e coerenti con noi stessi.

Ci sono vari fattori che incidono.

Il contesto, fisico e temporale, in cui viviamo la nostra vita ci porta spesso ad adottare un comportamento differente a seconda dell’ambiente in cui ci troviamo. E a forza di indossare maschere differenti facciamo fatica a ricordarci che noi siamo sempre e solo noi ovunque si stia vivendo e che, presto o tardi, il nostro io profondo, i nostri valori che ci guidano riemergono prepotentemente.

Il pensiero che ci si debba sempre arrangiare da soli, senza chiedere aiuto. Ecco quindi che continuo a pensare ai problemi cercando di risolverli da solo, perché chissà cosa pensano gli altri se chiedo aiuto… rendendo la mia vita sempre più confusa e difficile da gestire.

In questa situazione, ha trovato terreno fertile il mio desiderio di vedere le persone stare bene, migliorare la loro vita trovando delle soluzioni ai loro problemi che per la maggior parte erano di carattere relazionale.

Ecco perché ho virato dalla professione di avvocato intesa in senso classico ad una versione che mettesse al centro le relazioni tra le persone, come la media-conciliazione, per poi approdare alla formazione evolutiva e al coaching.

Di seguito ho analizzato punti di contatto e differenze che ho incontrato nel corso rispetto al mio ruolo di mediatore, che svolgo da 12 anni. Per evidenti ragioni la mia analisi si è basata solo sulle primissime percezioni e sensazioni che si sono presentate, modificate ed evolute durante le varie sessioni formative.

 

Ho scelto di fare il corso per diventare “Mediatore Professionista” per comprendere come accompagnare i miei clienti in mediazione, per poi scegliere di essere mediatore. Ogni giorno mi rendo conto che la mediazione è l’unico ambiente, tra quelli legati alle controversie giuridiche, in cui si mette al centro la relazione.

Di fronte ad un conflitto si tende a determinarne le cause per attribuire delle responsabilità.

Il conflitto può, invece, costituire un’importante opportunità di confronto e di arricchimento, in cui le parti propongono interessi e posizioni differenti, accompagnati da un vissuto aggressivo. Il conflitto è una componente naturale dell’interazione tra persone della quale si devono gestire le derive distruttive.

Due, a mio personale modo di vedere, sono i principali legami con le relazioni.

Il primo è quello relativo al fatto che la maggioranza dei conflitti portati in mediazione deriva da una criticità relazionale sorta tra le persone coinvolte. Un formatore disse che la mediazione è quello strumento che mira ad abbattere il muro di incomunicabilità sorto tra due o più persone.

Il secondo legame nasce dalla relazione che si viene a costituire tra i partecipanti alla mediazione: le parti, i loro legali e il mediatore.

Questi assume un ruolo basilare nel facilitare una relazione costruttiva che permetta a tutti i soggetti coinvolti di cercare insieme una possibile soluzione condivisa.

Alle parti serve un posto in cui poter parlare, pensare, condividere che non sia né mio né tuo ma nostro, protetto da interferenze, in cui poter dire qualsiasi cosa senza remore o timori.

Il ruolo del mediatore è, in questo contesto, potenziante: attraverso ascolto attivo, sospensione del giudizio e terzietà, empatia e flessibilità, capacità di leggere e intuire i sentimenti, gli interessi e bisogni nascosti, accompagna le persone a leggere la situazione dai vari punti di vista reciproci, aiutandole a ragionare su soluzioni, spesso indirizzate in una direzione differente da quella di partenza.

Il mediatore accoglie le persone insieme e individualmente, con apposite sessioni separate in cui le persone si sentono “particolari” ed ascoltate nella loro unicità e, iniziando a conoscere il mediatore come persona, gli affidano le proprie emozioni.

La parte emotiva riveste un ruolo essenziale nel percorso della mediazione e il mediatore accoglie tali emozioni e restituisce gli elementi potenzianti che aiutano la ricerca della soluzione.

In modo sintetico possiamo così riassumere l’incidenza della relazione potenziante nella mediazione:

  • il mediatore accompagna le persone a spostare il proprio attacco dalla persona vista come antagonista al problema sorto tra loro.
  • la ricerca di una vittoria non sarà contro l’antagonista: non si tratta di vincere facendo perdere l’altro ma di vincere insieme.
  • Il mediatore accompagna le persone a esporre chiaramente il proprio punto di vista e ad accogliere quello degli altri soggetti coinvolti.
  • il mediatore accompagna le persone a far affiorare i problemi per poterli risolvere collaborando insieme ad un risultato condiviso.
  • il mediatore accompagna le persone a non concentrarsi solo sulle proprie necessità ma a tenere in considerazione anche quelle degli altri.

 

Emerge il duplice ruolo del mediatore: da un lato facilitatore della relazione tra le persone coinvolte nel conflitto e dall’altro come costruttore e custode di una relazione facilitante multilaterale interna alla mediazione.

Passando all’esame della relazione facilitante tra coach e coachee, la prima delle differenze è quella relativa al ruolo delle due figure.

Il mediatore ha il ruolo di accompagnare due o più persone, rispetto alle quali deve rimanere equi-prossimo: la centralità è della relazione tra le parti.

Nel coaching, la relazione è limitata a due persone, coach e coachee, ed è caratterizzata da simmetria nell’interazione, ma da asimmetria nei contenuti nei quali la centralità è integralmente del coachee. L’alleanza tra coach e coachee è un affiancamento del coach al coachee che lo accompagni a trovare da solo le risposte che servono a superare la crisi di autogoverno.

Il mediatore accompagna le parti alla lettura del proprio vissuto e a quello di controparte per scendere fino al vero motivo del conflitto, da cui le parti potranno partire per cercare la soluzione.

Il coach deve avere la capacità di aderire incondizionatamente al coachee e al suo progetto e di percepire che sta mantenendo questa capacità senza spostarla su terzi. Il coach non deve interessarsi all’atteggiamento della persona o delle persone con cui si relaziona il coachee. Le relazioni del coachee possono inserirsi nel percorso di coaching solo ed esclusivamente dal punto di vista del coachee medesimo. Le domande del coach dovranno concentrarsi solo sulla lettura o sulle percezioni che il coachee ha di quella relazione e sugli strumenti che il coachee ha per raggiungere il proprio “futuro desiderato” in quella relazione.

In entrambe le relazioni, è fondamentale l’accoglienza, adottando un registro valorizzante e non giudicante.

Nella mediazione la valorizzazione è focalizzata sui punti di contatto tra i percepiti delle persone coinvolte verso una soluzione condivisa, nel coaching è focalizzata sull’unicità del coachee, sul suo potenziale, verso un piano d’azione. Se accetto l’unicità del coachee, ogni esperienza assumerà importanza e valore potenziante, anche un piano d’azione non messo in pratica.

Un altro punto di contatto è l’ascolto attivo. Ci sono tre modi di percepire i suoni: il sentire, come attività meccanica del nostro apparato uditivo, l’ascoltare, come attività razionale del sentire ed elaborare quanto sentito, e l’ascoltare attivamente, in modo presente, attento, focalizzato: un ascolto con il cuore. Sia il mediatore che il coach si mettono in ascolto in una posizione che sia alla giusta distanza perché l’interlocutore si senta accolto e ascoltato.

Vi è però una differenza: nella mediazione la “giusta distanza” è finalizzata ad evitare il coinvolgimento personale del mediatore nel problema ed a mantenere l’equi-prossimità verso le parti.

Nel coaching, deve consentire al coachee di sentire la presenza del coach e a questo di fare un passo indietro per mantenere una distanza di sicurezza dal contenuto che consenta una visione sul coachee, una visione periferica della situazione e una visione sul metodo e i processi.

Un altro elemento di differenza deriva dalla possibilità o dovere, se richiesto, del mediatore di proporre una soluzione. Nel coaching, un consiglio sarebbe altamente controproducente nel percorso verso l’autonomia di gestione della propria crisi di autogoverno del coachee e trasformerebbe il coaching in una consulenza.

In ultimo, evidenzio un elemento comune di fondamentale importanza: l’ingaggio, che nella mediazione è chiamato anche monologo del mediatore e nel coaching è chiamato incontro preliminare o sessione zero.

Scopo di questo passaggio è chiarire i contenuti del percorso e verificare la disponibilità ad intraprenderlo nel rispetto degli elementi che lo caratterizzano per renderlo efficace.

In questa fase è di fondamentale importanza essere chiari, per prima cosa con noi stessi, per quello che stiamo per fare con le persone che si sono rivolte a noi.

E per questo penso sia essenziale fare un’attività preliminare di “pulizia”. Un formatore suggerì questa cornice che trovo quanto mai appropriata: “quando state per entrare in (ndr. inserite voi il dove), immaginate di avere all’ingresso un bidone dell’immondizia. Utilizzatelo per liberarvi di tutte le scorie che possano in qualche modo influire sull’attività che state per fare”.

Qualunque sia l’attività che stiamo per fare, per potere dare il meglio di noi con gli strumenti che abbiamo in quel momento, lasciare fuori le scorie ci consentirà di poter vivere quel momento serenamente accogliendo chi si è rivolto a noi con la dedizione necessaria.

Ezio Bosso[4], in un’intervista, affermò che non suoniamo per essere i migliori ma per migliorarci ogni giorno perché se io suono meglio, il mio vicino d’orchestra migliorerà. In ogni momento della nostra vita il mio miglioramento influenzerà positivamente chi mi sta accanto.

A conclusione di questa nuova tappa, confermo che ogni evoluzione per quanto piccola ci consegna strumenti specifici ma che incidono profondamente su ogni aspetto della nostra vita. Porterò gli strumenti di questo percorso in tutte le occasioni in cui mi troverò ad aiutare le persone.

 

 

Avv. Giorgio Cesare Amerio
Mediatore civile e commerciale
Torino
amerio@vittorio84.it

 

 

 

 

Note

[1] Fondatore e Visionary Officer di BNI® Business Network International LTD, autore di numerosi Best Seller tra cui “Who is in your room” e “Infinite Giving”

[2] Fondatrice e CEO di Motivating the Masses, autrice e scrittrice.

[3] Tratte da un’aula di formazione di Sergio Borra, fondatore e Amministratore Delegato di Dale Carnegie Italia, formatore, relatore e coach

[4] Compositore, pianista, contrabbassista e direttore d’orchestra italiano.

 

 

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