Categoria: L’Allenatore 3.0
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L’Allenatore 3.0

Essere un allenatore 3.0 significa per me essere pienamente consapevole che ogni atleta è un individuo unico e irripetibile e che, per essere allenato, va compreso nella sua totalità e secondo le sue particolarità.

Prima del famigerato nuovo millennio, l’atleta era considerato “forte” quasi esclusivamente per come eseguiva la sua performance sul piano tecnico e sul piano tattico, la perfezione nel gesto era la prima caratteristica che veniva cercata quando si dovevano creare ad esempio nuove squadre. Il singolo era il prediletto anche a discapito di un’ intero settore giovanile (cosa che mi è capitata molte volte purtroppo) e alle nuove leve veniva dato l’input di seguire quel determinato professionista esclusivamente per le sue “movenze”.

Arrivò il 2007, la crisi globale, che colpì anche lo sport: non c’erano più i soldi di prima, non si poteva più “comprare” il singolo pagandolo a peso d’oro, pensando in questo modo di mascherare i difetti di un’ intero movimento sportivo. Ad un tratto le società come in un incubo si sono dovute reinventare per gestire questa nuova e all’inizio critica situazione.

Vi dico questo perché mi ci sono trovato in mezzo. Sembra passato un secolo, anche se si tratta di pochi anni fa e mi ricordo che sembravano tutti “impazziti” e incapaci di lavorare in questo nuovo ambiente. Ed io? Cosa potevo fare?

Avevo tre possibilità a quel punto: affogare nella disperazione totale e magari lasciare il mio amato sport, uniformarmi alla media del : “ Tanto le cose vanno così…non ci si può far nulla“ o cercare di sfruttare questa nuova situazione.

Chiusi gli occhi,mi buttai e scelsi quest’ultima opzione.

Iniziai a preparare gli atleti in modo diverso, a farli sentire realizzati, a farli sentire autonomi, cercano di colmare l’eventuale “gap” tecnico, con qualcosa che era alla fine dei conti gratis, che tutti avevano a disposizione e che, tuttavia, in pochi stranamente utilizzavano o sapevano valorizzare: la mente.

Per quanto il desiderio di “scovare” un campione già formato e di allenarlo, sia tipico del sistema sportivo odierno (e farebbe piacere anche a me, non lo nego), ho imparato in questi anni che posso trarre molta più soddisfazione dal plasmare un ragazzo dal primo anno di giovanile. Per fare questo è necessario essere consapevoli che qualsiasi atleta, indipendentemente dalla sua età, quindi dalla prima squadra giovanile fino alla più rinomata prima squadra, è espressione del suo vissuto, delle sue abilità, della sua visione del mondo e della sua capacità di affrontare l’incertezza, quindi la vittoria o il fallimento.

Questo cambiamento non è stato facile e vi posso assicurare che anche oggi in alcuni casi trovo molta resistenza da parte di qualche dirigente o genitore diciamo “vecchio stampo”, che preferisce un approccio più meccanico e più deterministico. Far digerire il fatto che ogni atleta porta con sé il suo carattere, il suo essere, è ancora motivo di disputa, con chi reputa improbabile questa visione più completa dell’uomo/giocatore e la frase “sono tutti uguali” è a mio avviso ancora troppo utilizzata.

Una resistenza che quotidianamente affronto è la focalizzazione quasi esclusiva per i risultati a discapito del “VIAGGIO” che contraddistingue una carriera sportiva di qualsiasi tesserato.

Purtroppo questa visione è molto frequente, oltre che nei direttivi anche nei giocatori, visione che porta a focalizzarsi prevalentemente sui risultati, lasciando spazio a paragoni ed aspettative, che possono rivelarsi, nel tempo, controproducenti per chi deve poi sostenerle.

In questo senso, a mio avviso l’allenatore 3.0 deve avere ben chiaro il concetto che l’atleta è una singola pedina in uno scacchiera più ampia: la società. Questa è capace di influenzarne, in maniera decisiva, lo sviluppo, le motivazioni e, quindi, i progressi quotidiani.

Nella mia esperienza mi è capitato di trovare atleti mentalmente deboli che, per quanto pieni di talento, sono rimasti vittima delle smanie di successo delle persone che gli ruotavano attorno, i quali, pur di vederli vincere, hanno tristemente dimenticato che dietro alla prestazione vive in realtà una persona con tutto il suo mondo di emozioni e sensazioni.

Ecco perché sono sempre più convinto che oggi e ancor di più nel futuro, per aiutare concretamente l’atleta serva fargli conoscere sé stesso, serva fargli sviluppare il proprio C.A.R.E.® e proprio per queste ragioni non posso che considerare questo corso che stiamo per terminare come una tappa fondamentale nel mio processo di crescita. Capire in maniera chiara l’EUDAIMONIA ad esempio è stato illuminante.

Oggi il provare ad educare l’atleta all’autoconsapevolezza è basilare per il miglioramento del suo potenziale e il punto di partenza per questo sviluppo, a mio avviso, è la fiducia in sé.

Una situazione che verifico spesso negli atleti di oggi è la tendenza alla sovrapposizione tra il pensiero del sé come atleta ed il pensiero del sé come persona. Quando questo si verifica mi ritrovo atleti che saltano dal delirio di onnipotenza per una vittoria, alla depressione più acuta per una sconfitta. Alla lunga questa “altalena mentale”, come mi piace definirla, mina il proseguo della carriera indipendentemente dal talento realmente posseduto.

Il profilo di un atleta “moderno” è quello di un atleta che crede in sé, in quale, nel corso della sua carriera sportiva, diventa capace di eseguire uno sforzo continuo e costruttivo per diventare una persona consapevole di sé, coraggiosa nel superare gli ostacoli ed equilibrata nel tollerare le frustrazioni.

Gli atleti che ho allenato e che avevano una percezione di loro stessi, prima di tutto, in quanto persona, riuscivano a metabolizzare gli effetti della vittoria o della sconfitta soprattutto sul piano emotivo, rimanendo in equilibrio col proprio essere.

L’atleta deve avere una grande autostima e un grande senso di auto efficacia (self-efficacy).

Riguardo l’autostima, termine ormai entrato nel gergo comune in ogni settore non solo in quello sportivo, non avevo intenzione di dilungarmi. Ne parlano tutti ed è un concetto che è stato sviluppato in maniera abbastanza esaustiva e non vorrei andare oltre le 10 pagine consentite per questo lavoro. Vorrei solo sottolineare che, per come la vedo io, ritengo inutile dividere ad esempio l’autostima dal linguaggio positivo che uno sportivo deve padroneggiare, linguaggio che influenza in maniera decisiva la sua prestazione.

Mi soffermo con maggiore attenzione sul senso di auto-efficacia: quando Silvia parlò in aula di Bandura, suonarono dentro me le campane a festa. Questo perché al contrario dell’autostima, il senso dell’auto-efficacia è poco trattato ancora in ambito sportivo.

Le convinzioni di auto-efficacia indicano in quale misura e per quanto tempo gli sforzi del nostro atleta saranno mantenuti indipendentemente dagli ostacoli e dalle esperienze spiacevoli che si verificheranno nel corso del suo viaggio sportivo,quindi dalle interferenze.

Questa particolarità è vitale a mio avviso perché soprattutto a livelli agonistici le interferenze risultano più elevate e facendo quindi riferimento anche a Gallwey e alla sua formula scritta nel libro INNER GAME: P = ( p- i ) , la prestazione sarà molto influenzata da variabili.

Quindi se l’atleta riflette su sé stesso ed è profondamente condizionato dal pensiero altrui o dai risultati personalmente conseguiti fino a quel momento, è indubbio che l’allenatore si troverà di fronte ad una situazione problematica; delegare all’esterno il valore della propria autostima o della propria auto-efficacia rende, infatti, vulnerabile qualsiasi atleta o membro della società.

Quindi, un allenatore, ma anche una società, che si reputi vincente deve provare ad insegnare ai propri atleti per prima cosa il rispetto verso sé stessi e verso gli altri, la conoscenza interiore, l’orientamento al compito e non solo al risultato finale, considerando l’eventuale vittoria come una conseguenza di quello che si è fatto fino a quel momento, come una tappa di un processo più grande rivolto all’eccellenza. L’eventuale sconfitta sarebbe a questo punto vista come una possibilità di miglioramento e di riflessione per sfide successive.

Ho scritto l’orientamento al compito e non al risultato perché ritengo questo aspetto altra spada di Damocle che pende sopra ad un giocatore.

L’orientamento al risultato, cioè alla vittoria, è una dolorosa abitudine degli atleti che tendono ad abbandonare l’impresa davanti alle difficoltà: gli atleti cioè che vivono in quel che viene definito KRONOS, nel tempo cronometrico. Questi diventano eterni insoddisfatti, perfezionisti immobili, preferiscono non fare per non sbagliare. Questo orientamento diviene molto dannoso, perché risulta fonte di un persistente e corrosivo confronto con gli altri da parte dell’atleta stesso.

Il giudicare la vittoria come una conferma del proprio valore ad esempio può, innescare un pericoloso meccanismo che sul medio-lungo termine, rischia di alimentare lo spauracchio di tutti gli atleti: il senso d’impotenza rispetto alla competizione.

Per questo motivo l’allenatore deve secondo me orientare al compito il proprio giocatore, deve insegnare il Kairos, la consapevolezza di essere nel “QUI E ORA“.

Quindi, imparare ad analizzare una gara, in quel preciso e determinato momento, il cosa si è fatto, il cosa si sta facendo, il cosa si deve fare, è necessario, per capire cosa c’è da migliorare e cosa, invece, funziona. A mio parere il creare questa consapevolezza all’interno della squadra, soprattutto con l’aumento della competitività, risulta decisivo per la gestione ottimale dello spogliatoio.

Dico questo perché vincere e perdere è nella normalità di una stagione, sarebbe anormale il vincere sempre o perdere sempre, anche se trovo in parecchi addetti ai lavori la scarsa capacità di gestire la sconfitta. Di conseguenza la loro autostima cala, il futuro diventa nero, ogni allenamento diventa sempre più impegnativo perché il loro entusiasmo va scemando. La sconfitta quindi innesca un circolo vizioso e il giocatore si sente dentro ad un gorgo più grande di lui.

Sforzarsi di far imparare a vivere la sconfitta in modo equilibrato significa far capire cosa non si è riusciti a fare in gara, spingere verso la consapevolezza piena e lucida dei motivi, per cui quella data strategia non è stata attuata o non è riuscita, riscoprendo così margini di miglioramento e magari addirittura qualità che fino a quel momento erano nascoste.

Così facendo, a mio avviso i limiti emersi nella sconfitta possono essere interpretati come dei fattori temporanei, destinati a definire essenzialmente le zone di crescita, intesi come particolari peculiarità dove focalizzare l’impegno condiviso, tra giocatore e allenatore, dove intervenire ad esempio nell’allenamento post gara. Nella mia esperienza lo stabilire un dialogo con l’atleta, stimolare la sua attenzione sul da farsi, spiegargli il perché gli viene richiesto quel determinato sforzo risulta essenziale per distrarlo dal pensiero fisso del risultato, sfruttando la creazione di mobilità interna per far nascere una nuova visione generale di sé stesso.

Nel basket, al giocatore è richiesta la capacità di giocare tenendo d’occhio più fattori contemporaneamente, il cestista deve essere capace di ricevere palla, di guardare lo sviluppo del gioco, di osservare il movimento degli avversari e di anticiparne gli spostamenti, di tenere palla e di effettuare le scelte tattiche migliori per andare a canestro.

In mio soccorso grazie anche a questo corso è intervenuto Mihaly Csikszentmihalyi, e il famoso stato di flow, quello che viene definito il momento perfetto dell’atleta. In tutta onestà non lo conoscevo in maniera completa, anche se dopo la lezione in aula, ci ho lavorato e ci lavoro ancora continuamente in ogni allenamento e di conseguenza in ogni partita.

L’allenatore 3.0 deve essere capace di far incanalare l’attenzione dei suoi allievi esclusivamente sugli aspetti rilevanti dell’azione in corso, far sviluppare negli atleti l’abilità di riuscire a distinguere quello che è significativo da quello che non lo è in quel determinato momento.

Credo questo sia un’ aspetto essenziale nello sviluppo di una nuova mentalità e a mio avviso c’è un’ unico modo per farlo: provare e sbagliare, ad ogni ripetizione l’attenzione è sempre più focalizzata sull’azione che si sta svolgendo in quel preciso momento e l’atteggiamento mentale positivo è elevato. Per questa tesina finale, mi sono permesso di chiedere direttamente ai giocatori della mia squadra quali caratteristiche positive hanno notato quando si trovavo nello stato di flow, tra tutte ve ne elenco solo alcune:

  • il tempo sembra rallentare o fermarsi,
  • benessere completo,
  • esecuzione di tiri o di movimenti difficili con una naturalezza mai vista.

 

Per tutte queste sfumature votate all’eccellenza, ed essendo lo stato di flow l’equilibrio tra la capacità percepita e la richiesta esterna nella situazione che si affronta, ritengo indispensabile l’allenamento mentale per imparare agli atleti ad entrarci nel modo più rapido ed efficace possibile.

Tutto ciò che ho scritto in questa tesina deve avere una spinta per essere effettuata e questa spinta si chiama motivazione intrinseca. Per migliorare l’atleta deve avere un’autentica motivazione personale dettata dal bisogno di migliorare e di condividere il senso di ciò che fa. Proprio per questo ritengo di importanza assoluta il coinvolgere l’atleta nel suo intero percorso di crescita, sia in gara che in allenamento. La motivazione ed il coinvolgimento dell’atleta sono due cardini a mio avviso dell’allenatore 3.0.

Per coinvolgere totalmente l’atleta, l’allenatore 3.0 deve facilitare l’espressione delle motivazioni più vere dell’atleta, superando gli autosabotaggi interni e risolvendo le difficoltà che caratterizzano un qualsiasi percorso di crescita sportiva. L’atleta impara che il successo dipende dall’impegno individuale, che si riflette su tutta la squadra,e ricava piacere e fiducia dall’apprendere nuove abilità, constatando i propri miglioramenti e rinforzando la propria motivazione.

 

 

Andrea Giri
Coach Professionista specializzato in Sport Coaching
Porto Recanati (MC)
andrea.giri81@alice.it

 

Nota:
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