Categoria: «Nutrition-Focused Coaching»: Presente e Futuro (desiderato)
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«Nutrition-Focused Coaching»: Presente e Futuro (desiderato)

Sovrappeso e obesità hanno raggiunto proporzioni epidemiche tanto nei paesi industrializzati che in quelli in via di urbanizzazione (WHO 2013. Obesity and overweight), contribuendo all’impennata di malattie croniche e invalidanti a essi associate (diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, disturbi endocrini e metabolici, ecc..). Aldilà della predisposizione genetica, cattive abitudini alimentari e sedentarietà giocano un ruolo cruciale nel favorire questa preoccupante epidemia, ma nel contempo rappresentano un elemento su cui poter lavorare per frenarla.
L’unico trattamento efficace a lungo termine per il sovrappeso e l’obesità è infatti il cambio di stile di vita e l’adozione di comportamenti sani.

 

Perdita di aderenza e drop-out: cronaca di un insuccesso annunciato

Di interventi nutrizionali condotti per verificare gli effetti salutari di un cambio di stile di vita in soggetti obesi o in sovrappeso, se ne potrebbero citare a gó-gó. Siano essi rivolti al singolo individuo (consulenza nutrizionale) o a comunità (studi clinici chiamati Lifestyle Behavioral Interventions), si tratta di interventi in cui il personale sanitario esperto in Nutrizione “addestra” il/i paziente/i a seguire una dieta equilibrata e una regolare attività fisica.

Questi studi, molti dei quali scientifici e rigorosi, riescono spesso a dimostrare una riduzione del peso corporeo e un miglioramento significativo del quadro clinico e della qualità della vita. Ma…i benefici si osservano spesso solo nel breve periodo.

Uno dei principali limiti dell’ approccio “interventistico” è infatti la perdita di aderenza nel lungo termine, che fa sì che il cambiamento non sia sostenibile per tutta la durata della vita e la persona pian piano torni alle antiche abitudini e…anche agli antichi problemi. Anche nel caso di percorsi dietetici individuali, è generalmente alta la percentuale di casi di drop-out, inteso come decisione unilaterale da parte del paziente/cliente di abbandonare l’intervento dietetico prima della sua conclusione.

 

«É più facile cambiare religione che dieta» (Francisco Grande Covían)

Perdere peso durante un intervento nutrizionale è relativamente facile, quello che è difficile è cambiare stile di vita, ovvero mantenere una alimentazione salutare nel tempo, possibilmente per tutta la vita. “Stile di vita” è l’espressione coniata da Alfred Adler per definire «l’impronta unica e irripetibile di ogni individuo, costituita dalla risultante di tratti comportamentali, orientamento del pensiero, sentimenti ed emozioni, posti al servizio del fine ultimo perseguito».

Non si tratta quindi di una scelta razionale ma di un’”impronta” tremendamente radicata in ognuno di noi (i comportamenti alimentari si strutturano definitivamente entro il quinto anno di vita) e pertanto difficile da cancellare o ridisegnare. Non bisogna poi trascurare che la nutrizione non è solo una necessità fisiologica, colmabile attraverso l’assunzione di cibi e bevande. L’uomo ha bisogno anche di forme più “sottili” di nutrimento, come l’affetto o il silenzio, la libertà o l’apprendimento. Quando questi livelli di nutrizione vengono a mancare o non vengono riconosciuti/legittimati dalla persona, è possibile trovarsi a colmare un tipo di fame con un nutrimento che non le corrisponde, confondendo la vera fame (fame fisiologica) con la necessità di mangiare per assecondare un’emozione (fame emozionale) o per seguire una convinzione o una disciplina (fame intellettuale).

 

Dalla PROMOZIONE all’AUTOGESTIONE della Salute

L’insuccesso nel lungo termine degli interventi nutrizionali contro il sovrappeso e l’obesità non lascia certo indifferente i sistemi sanitari internazionali.. Già nel 1986 parlando di “promozione della salute” l’OMS diceva: «Per raggiungere uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, un individuo o un gruppo deve essere capace di identificare e realizzare le proprie aspirazioni, di soddisfare i bisogni, di cambiare l’ambiente circostante o di farvi fronte». Sempre la OMS nel 2003 prosegue affermando che «informare e dare consigli da parte del medico non è più sufficiente per ottenere cambiamenti comportamentali a lungo termine». Si è quindi sempre più consapevoli del fatto che, per quante informazioni vengano fornite ai singoli individui, il cambiamento comportamentale verso un sano stile di vita richiede una trasformazione della persona che deve partire da dentro.

In questo contesto, il Nutrition-Focused Coaching (NFC) promette molto bene. Pur essendo definito «un tipo di Coaching specializzato ad aiutare le persone a raggiungere i propri obiettivi legati a un cambio di dieta e di proprio stile di vita» (Y Fleta & J Giménez), non si va a lavorare unicamente sull’alimentazione della persona, ma anche su barriere emozionali o convinzioni limitanti, così come sul senso di autostima e autoefficacia e su tutte le risorse che la persona ha a disposizione e vuole attivare per favorire il cambio che lei stessa ha deciso di operare.

Ma cosa apporta il NFC rispetto all’approccio classico dell’intervento nutrizionale? Qui un elenco delle principali differenze.

 

Nel modello tradizionale di intervento nutrizionale:

Il focus è sulla malattia, o sul comportamento alimentare da modificare. Il professionista sanitario (es. medico dietologo, dietista, nutrizionista) è quindi l’unico esperto in materia, «padrone della situazione» e detentore della verità; di conseguenza parla al paziente «dall’alto in basso» assumendo un atteggiamento paternalista/decisionista/autoritario. La relazione è pertanto di subordinazione (Padre-figlio).

Dato che il paziente non è al centro dell’attenzione, limitata (a volte addirittura nulla) è la personalizzazione del trattamento. Il paziente viene misurato, analizzato, etichettato e classificato sulla base di un quadro clinico che lo confronta con le caratteristiche di un soggetto astratto che vive in condizioni ideali (ha un peso ideale, é privo di credenze ed emozioni e non vive in un ambiente concreto che potrebbe ostacolarlo/facilitarlo nei suoi intenti), trascurando volutamente la complessità e l’unicità della persona e del suo trascorso.

Questo fa sì che gli obiettivi e le motivazioni al cambio siano spesso percepiti come freddi, esterni e impersonali (es. ridurre la pressione arteriosa), e il piano d’azione (ovvero il trattamento terapeutico) non è deciso dal paziente bensì seguito (o subito?) da lui. Il paziente si sente informato ma allo stesso tempo deresponsabilizzato nei confronti del cambio stesso e, delegando il potere decisionale al professionista esperto, acquisisce un atteggiamento passivo che preannuncia l’insuccesso dei suoi sforzi.

Infine, se la chiave del successo in una dieta è il suo mantenimento nel tempo, un grosso limite dell’intervento nutrizionale classico è la mancanza di un monitoraggio nel lungo percorso, mancanza che aumenta le probabilità che la persona smetta di seguire il trattamento appena lasciata al suo destino.

 

Nel NFC invece:

Il focus é sulla persona e non sulla malattia. Ogni coachee è l’unico esperto della propria vita, l’unico a possedere le risorse interne necessarie per gestire il cambio desiderato, e l’unico a poter scegliere di cambiare davvero con una decisione consapevole, volontaria, responsabile e autodeterminata. Pertanto, il Coach (non più esperto ma accompagnatore/allenatore) costruisce un’alleanza di lavoro con la persona (non più paziente ma protagonista/allenato) basata su una relazione simmetrica (paritaria, Adulto-Adulto) e di collaborazione.

L’intervento nutrizionale non viene quindi imposto dal professionista sanitario, ma viene ”cucito su misura” sull’unicità e complessità del coachee (approccio sistemico).

Per esempio, il Coach nutrizionale informa il coachee sulle sue oggettive condizioni (ad. es: diagnosi di obesità grave) e lo rende consapevole di come le sue abitudini ne promuovano o ne pregiudichino la salute. Ma aiuta anche il coachee a chiarire come lui stesso percepisce la situazione (ad es. difficoltà motorie legate ai molti chili di troppo e conseguente frustrazione), lo aiuta a identificare quali vantaggi avrebbe nel cambiare (ad es. essere più agile e poter giocare coi propri nipoti) e quali di questi toccano i propri valori più alti (ad es. il valore della famiglia), favorendo lo sviluppo del meta-potenziale del coachee (C.A.R.E.®). In questo modo, l’obiettivo è definito dal coachee e sentito come proprio e non imposto dall’esterno (personalizzazione dell’obiettivo e motivazione interna, “calda”). Il Coach invita anche il coachee a identificare quali sono le risorse che ha a disposizione e che vuole utilizzare e allenare per raggiungere l’obiettivo.

Allo stesso tempo, il Coach conduce la riflessione del coachee anche su tutti quei fattori che possono ostacolarlo e farlo resistere a un cambio pieno e definitivo. Gli ostacoli su cui lavorare generalmente includono tanto fattori esterni (ambiente obesogeno, importanza socio-culturale della convivialità e della “buona tavola”, status socio-economico sfavorevole a una alimentaizone varia e equilibrata) quanto interferenze interne al coachee, come convinzioni limitanti sulla propria capacità al cambio (“Non ho forza di volontá!”) o interferenze emotive che prendono autorità sul coachee a scapito delle sue risorse (ad es. fame compulsiva). Il riconoscimento senza giudizio delle emozioni del coachee, fondamentale nell’ascolto attivo, aiuta il coachee a una visione consapevole ma anche distaccata di eventuali resistenze interne.

Infine, il coachee partecipa attivamente alla stesura del piano d’azione (ad es. programma dietetico e di attività fisica) decide “quando”, “cosa” e “quanto” cambiare, stabilisce il “come”, si attiva per raggiungere la meta che si è prefissata ed é chiamato a rendere conto a se stesso di eventuali ritardi nella tabella di marcia (monitoraggi).

In sintesi, il coachee adotta un atteggiamento da protagonista della sua vita (Empowerment).

 

Nutrition-Focused Coaching: Presente percepito…

É indiscutibile che il Nutrition-Focused Coaching é un’area emergente con forti potenzialità di applicazione e di efficacia, tanto nel migliorare le competenze comunicative e di gestione del rapporto con il paziente da parte dei professionisti della salute, quanto nel migliorare l’aderenza a uno stile di vita salutare nel lungo percorso.

É anche vero, però, che resta grande confusione e molte lacune da colmare prima di poter realmente parlare di Evidence-Based Coaching in questo ambito. Così come per il più generico Health Coaching, gli studi scientifici volti a definire gli effetti del Nutrition-Focused Coaching iniziano a proliferare ma senza una definizione chiara e coerente del processo messo in atto e delle metodologie utilizzate (Shahnazari, et al. J Acad Nutr Diet. 2013). Questa mancanza di standardizzazione rende difficile (se non impossibile) stabilire oggi la reale efficacia del Nutrition-Focused Coaching, ma é d’altronde comprensibile dato che è un approccio relativamente nuovo.

Infine, c’è polemica aperta circa la legittimità di un intervento di Coaching applicato al campo nutrizionale, se svolto da Coach professionisti con una formazione adeguata e certificata, ma privi di conoscenze specifiche e specializzanti nel settore sanitario e della Nutrizione umana. Il dibattito è più o meno acceso a seconda dei Paesi e delle relative legislazioni in materia di professioni, e sembra fomentato dalla volontà di ‘marcare il territorio’ di professioni che sembrano soffrire ingerenze esterne nel loro campo di azione. Anche in questo caso, gli studi scientifici sono lacunosi. Aldilà delle polemiche, e ricordando che l’obesità é una vera e propria patologia, , a mio parere la figura del Coach che accompagna soggetti obesi verso un cambio di stile di vita andrebbe sempre e comunque inserita nell’ambito di un contesto sanitario e multidisciplinare, e in nessun caso va a sostituirsi al lavoro del personale sanitario con competenze in materia (che sia il medico endocrino o il dietista-nutrizionista).

 

…e Futuro desiderato

In futuro mi aspetto (e spero) che gli interventi di NFC siano chiaramente allineati al método dell’Evidence-Based Coaching e al Codice Etico dell’ICF, e che questo permetta di dimostrare l’efficacia del Coaching nell’aumentare l’aderenza a stili di vita salutari
A tal proposito, mi aspetto che vengano in aiuto valide proposte formative specificamente rivolte a professionisti del settore della Nutrizione. La necessità di una formazione specificamente orientata al settore della Nutrizione deriva dal fatto che è altamente probabile che, ben prima di poter lavorare sul potenziale, un Nutrition-Focused Coach si trovi a dover affrontare e gestire specifici fattori che ostacolano l’aderenza del coachee a uno stile di vita più sano (ambiente ostacolante e interferenze interne citate anteriormente). Fermo restando che un percorso di Coaching non è un intervento psicoterapeutico o psicologico, e non è finalizzato alla cura di una eventuale patologia , il lavoro su questi limiti e sui déficit del coachee è un valore aggiunto che differenzia l’intervento di Coching dalla consulenza nutrizionale, ed è spesso il primo passo necessario affinché il coachee diventi il protagonista del cambio.

Infine, credo che un altro passo importante sará approfondire il potenziale del Group Coaching nel contesto nutrizionale. dato che la tipologia del percorso collettivo, magari abbinato a sessioni individuali, sembra infatti potenziare i benefici dell’intervento di coaching grazie all’effetto di supporto del gruppo, e garantirebbe costi più contenuti e quindi l’accesso al servizio da parte di più persone (o il finanziamento da parte dei sistemi sanitari).

 

Sara Tulipani, PhD
Essential Coach professionista specializzata in Life & Nutritional Coaching
Dottorato di Ricerca in Alimenti e Salute
Master Internazionale in Nutrizione e Dietetica
Biologa
Barcelona (ES) – Macerata (IT)
sara.tulipani@gmail.com

 

Nota: Il Modello  C.A.R.E.® è di proprietà intellettuale della Scuola INCOACHING®

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