Categoria: La potenza del Silenzio

Categoria: La potenza del Silenzio

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La potenza del Silenzio

Con il silenzio ho a che fare spesso.

Nel silenzio osservo, rifletto, mi lascio trasportare dal mio dialogo interiore e a volte, nel silenzio, mi sembra di trovare soluzioni impensate. Dei miei silenzi c’è chi dice che parlo poco, quindi sono timido e introverso. Altri invece dicono che ascolto molto, che osservo, che ho un atteggiamento riflessivo. Il silenzio che mi accompagna fa pensare alla doppiezza del Giano bifronte: un difetto, una mancanza o, una qualità, una dote apprezzata. Lo studio del Coaching ha rappresentato per me una sorta di alfabetizzazione sul silenzio.

Il silenzio quale elemento di comunicazione.

Il silenzio promotore o ostacolo della relazione facilitante. Il silenzio come un varco per l’accesso alla profonda consapevolezza e alla mobilizzazione del potenziale non conosciuto o non utilizzato.

Citando uno dei padri del Coaching, Sir John Whitmore, è la condizione di “incompetenza conscia” che mi ha spinto ad un approfondimento attraverso alcune domande:

  • Quale definizione o quale significato può avere il silenzio?
  • Esistono diversi tipi di silenzio?
  • Quali metafore ci offre il silenzio?
  • Nella musica il silenzio come si colloca?
  • Dall’esperienza religiosa cosa possiamo apprendere?
  • Quale specificità ha il silenzio nel coaching?

ESPLORAZIONE
La terminologia, le definizioni, il ruolo negli spazi sociali, nella musica, nelle metafore, nelle religioni, hanno contribuito a rafforzare l’elaborazione della presenza del silenzio nel Coaching. In sintesi il risultato di una mia personale esplorazione:

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ELABORAZIONE
Questo lavoro di approfondimento personale sui significati del silenzio, gli insegnamenti delle lezioni del corso della Scuola INCOACHING e con essi la sperimentazione delle sessioni, mi inducono a trattare in prima istanza il ruolo del silenzio prima della sessione di coaching.

Il ruolo del silenzio prima della sessione di Coaching
Il più grande senso di frustrazione che ho provato nel percorso formativo Professional Coaching Program, non è stato nella difficoltà, pur riscontrata, di apprendimento di qualche specifica parte del programma o negli errori commessi ed evidenziati nelle sessioni di allenamento. La frustrazione più grande l’ho provata quando ho iniziato una sessione di allenamento senza essere pronto e preparato ad una accoglienza autentica del Coachee.

Le sessioni di allenamento, i feedback, la guida dei docenti, mi hanno aiutato ad acquisire la necessaria consapevolezza dell’uso del silenzio in molteplici situazioni nel Coaching.
Il silenzio prima della sessione di Coaching è un elemento di fondamentale importanza per il Coach. La durata e/o le tecniche per meditare, concentrarsi, raccogliere le energie, associate al silenzio, sicuramente possono variare a seconda della personalità del Coach e della situazione ambientale in cui ci si trova (in azienda, nell’ufficio del Coachee, etc…). Ma è in questo spazio/tempo dedicato al silenzio, che siano pochi o molti minuti, che il Coach può:

  • Liberarsi delle proprie interferenze interne, degli stati d’animo che posso influenzare e compromettere la relazione facilitante, limitare l’ascolto, distrarre.
  • Concentrarsi su chi è veramente il Coachee, per favorire la percezione delle sue potenzialità inespresse o inutilizzate al fine di poterle allenare.
  • Porsi in una condizione di “obbedienza” nei confronti del Coachee, intesa nel senso attivo che ne dà San Benedetto nella Regola, così come meravigliosamente spiegato da M. Folador: “Obbedire è una parola composta dal preverbo <> e dal verbo <>. (…) Il significato proprio della parola latina è infatti quello di <>, <> ed è questo il significato che San Benedetto attribuisce alla parola. L’obbedienza diventa allora qualcosa di più di un semplice atto, di un’azione dovuta, come oggi noi siamo portati a intendere. Ciò che la caratterizza è la predisposizione d’animo, la capacità di porsi in ascolto con attenzione e di poter così comprendere le cose nel profondo. L’atto dell’obbedire cessa di avere una connotazione passiva e si lega profondamente ai concetti dell’ascolto, alla comprensione e alla condivisione“.
  • Quindi prepararsi ad accogliere il Coachee, predisporsi mentalmente al suo protagonismo e aderire senza se e senza ma al “suo progetto”, rimanere centrato nella relazione IO OK – TU OK.

Il ruolo del silenzio nella sessione di Coaching

Il silenzio come elemento della comunicazione.

La comunicazione è la piattaforma sulla quale si sviluppa il rapporto di Coaching, ed è su di essa che si edifica e ne prende la forma dell’efficacia. Ne “L’essenza del Coaching”, il secondo capitolo è interamente dedicato alla comunicazione come “principale strumento a disposizione del Coach”.

Il silenzio ha una sua collocazione specifica in tre assiomi formulati da Paul Watzlawick:

  • Il primo “Non è possibile non comunicare”. Tutto ha valore di messaggio, soprattutto il silenzio, come viene ribadito anche ne “Il Coaching” di Angel e Amar.
  • Il terzo “La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti”. A questo assioma si possono associare quei silenzi che hanno una natura cosiddetta “interstiziale”, quelli che determinano il distacco tra una parola e l’altra, tra una frase e l’altra. Quei distacchi del flusso comunicativo che determinano la punteggiatura, la evidenziazione o la sottolineatura, e perché no, anche lo stato emotivo di chi sta comunicando.
  • Il quarto “gli esseri umani comunicano sia con il modulo logico che con quello analogico”. Anche in questo assioma interviene la natura interstiziale del silenzio nel determinare il ritmo del flusso comunicativo e assieme ad esso rappresentare uno degli elementi costitutivi della comunicazione para-verbale.

All’interno di questo paragrafo mi sembra opportuno inserire anche il silenzio quale elemento della comunicazione assertiva. Così come le domande nel Coaching devono comunque avere una caratterizzazione assertiva, anche il silenzio deve mantenere allineato l’identico requisito. “Il silenzio è spesso difficile da sopportare, quando dura abbastanza a lungo è generalmente chi prende l’iniziativa di romperlo che perde un punto nel dialogo. (…) Tuttavia badate bene che il vostro silenzio non sia interpretato come prova di disattenzione, d’imbarazzo o di lentezza di comprensione. (…) Un silenzio molto lungo da parte vostra trasferirà la pressione sull’interlocutore che forse si sentirà obbligato a romperlo, ed a dirvi che può ancora fare un ultimo sforzo…

Uno degli elementi fondanti della sessione di coaching è la struttura del dialogo dove il silenzio gioca un ruolo molto importante: Domanda – Risposta – Silenzio – Domanda…

Durante le sessioni di allenamento ho potuto sperimentare che il silenzio nella struttura del dialogo non può essere occasionale, emozionale e soprattutto accidentale. Il silenzio invece deve essere strumentale. Deve essere lo strumento che il Coach utilizza affinché contribuisca a far diventare “potente” la struttura del dialogo.

Nella struttura del dialogo assumono rilevanza due aspetti del silenzio:

  • La cosiddetta “valenza fàtica”. Il silenzio assume la funzione di aprire e mantenere attivo il contatto tra Coach e Coachee.
  • Nella tecnica del cosiddetto “switch”. Il silenzio può avere un effetto amplificante, quando attraverso un repentino cambio di direzione delle domande, viene “forzata” la messa in azione del potenziale.

 

Durante o alla fine di una sessione di allenamento, di frequente, mi pongo delle domande di autovalutazione:

  • Il ritmo delle domande era adeguato rispetto “all’unicità” del Coachee?
  • La lentezza o la velocità delle domande rispettavano la personalità, lo stile di apprendimento e di espressione del Coachee?
  • La lentezza o la velocità delle domande era adeguata rispetto alla fase della sessione? (esplorazione, elaborazione, esecuzione)
  • Quando il Coachee si mette in silenzio prima di rispondere, è perché ho fatto una domanda non chiara, complicata, poco comprensibile, inopportuna?

Il silenzio come elemento della relazione di coaching
Delle “4A” caratterizzanti la relazione facilitante di Coaching (Accoglienza, Ascolto, Alleanza, Autenticità), sicuramente alle prime due, l’uso del silenzio da un contributo determinante.
Oltre agli elementi cardine dell’accoglienza come l’assenza di giudizio, il giusto rapporto con il tempo, l’empatia e l’accoglienza di sé, il silenzio genera quello spazio necessario affinché il Coachee possa percepire il suo protagonismo. E’ la dimensione dentro la quale il Coach osserva il Coachee pensando “sono qui per te, la prima cosa che voglio è che tu sia a tuo agio”. E’ quindi il protagonismo del Coachee che deve generarsi da una sua acquisizione di consapevolezza, e il Coach la deve accompagnare. Quello spazio e quel “tempo cairologico” è tutto a sua disposizione. Se il silenzio genera uno spazio per l’accoglienza, questo sarà lo spazio che, asimmetricamente a favore del Coachee, occuperà il contenuto della relazione. Da questo punto di vista il silenzio non può che sovrapporsi e in parte convivere, con il silenzio funzionale a lasciare spazio all’ascolto.

Uno dei messaggi con cui è più difficile empatizzare è il silenzio. (…). In queste occasioni può accadere facilmente di proiettare sulla mancanza di risposta le nostre peggiori paure e di dimenticare di connetterci con i sentimenti e i bisogni che vengono espressi attraverso il silenzio. (…) Come ascoltatori, non abbiamo bisogno di intuire le dinamiche psicologiche né di ricevere una formazione in psicoterapia. Quello che è essenziale è la nostra capacità di essere presenti a quello che sta davvero accadendo dentro la persona, ai sentimenti e ai bisogni unici che la persona sta provando in quel momento.

Patrice Ras inserisce il silenzio tra i 7 “strumenti” di ascolto, insieme a l’interpretazione delle parole, la decodifica del non verbale, le domande, la riformulazione, il reinquadramento e l’uso del corpo. Essendo uno strumento, va adattato alla situazione e chi lo utilizza lo deve fare con competenza.

Il silenzio è il fondamento dell’ascolto, tacere per lasciar parlare l’altro. Rimanere in silenzio per calarsi nel cosiddetto ascolto attivo è la prima difficoltà incontrata nell’esercitarsi in una sessione.

La voglia irrefrenabile di ‘dire la tua’ prende il sopravvento e rompe “le bellissime e fragilissime pareti di cristallo” del campo del Coaching. L’ego inteso come necessità di essere importanti agli occhi degli altri alimenta “la voglia irrefrenabile”. Ma l’interferenza dell’ego viene superata quando si assume la consapevolezza che, mettersi in silenzio per ascoltare, è un requisito professionale fondamentale da acquisire. Allora scatta la necessità di imparare e/o auto-apprendere questa abilità per farla diventare una risorsa a cui attingere con competenza.

La capacità di restare in silenzio è un segno di forza. Generalmente chi più mal sopporto il silenzio è indotto a parlare e a dire cose che non necessariamente vorrebbe dire. Ma il silenzio non è solo lo strumento per ascoltare la parola che emerge dal Coachee, è soprattutto lo strumento per costringerlo ad ascoltare se stesso. Questo è l‘ascolto della ricerca dell’essenzialità e dell’intimità con se stesso:

Gesù ci insegna che il silenzio è legato all’esperienza di essenzialità, in un raffinamento dei propri sensi e delle proprie sensibilità.

Chiudo la trattazione di questa connessione tra accoglienza e silenzio con un’ulteriore citazione che pone delle domande e delle considerazioni tutt’altro che banali:

Ricorrere al silenzio significa apprezzare l’altro. Ma per quanto tempo rimanere silenziosi? Quando è opportuno infrangere il silenzio talvolta tanto ricco e pesante? Sta a ognuno stabilirlo, in funzione del proprio obiettivo, della situazione e dell’interlocutore. Perché il silenzio può anche bloccare l’altro o spingerlo a chiudersi in sé. Può condurlo ai suoi pensieri o alle emozioni negative.

Il silenzio come elemento catalizzatore del potenziale

E’ il vuoto creato dal silenzio del Coach che, nella relazione maieutica, lascerà spazio all’espressione del potenziale del Coachee” (F. Rossi).

Senza l’espressione del potenziale non c’è Coaching.

Forse, l’espressione del potenziale, potrà avvenire anche senza la presenza del silenzio. Mi resta tuttavia difficile pensare che i pensieri e le sensazioni, generati nel silenzio, che si possono sentire attraversare come una saetta, gorgogliare come un gaiser, fermentare e ribollire come un buon vino, illuminare il giorno dopo un temporale o una lunga notte, possano essere gli stessi in un ambiente disturbato da rumori o in una fitta e frettolosa conversazione. Questa è la motivazione che mi ha spinto a utilizzare il termine catalizzatore.

Il silenzio, quando è pertinente, crea lo spazio necessario affinché il cliente, da solo di fronte ai suoi pensieri, possa avanzare nel suo percorso di sviluppo; egli sperimenta una frustrazione nata dall’assenza che è tuttavia portatrice di significati per lui e favorisce un confronto riflessivo con i suoi desideri, le sue ambizioni e contraddizioni.

Quando il Coachee sta nel silenzio e riprende ad argomentare la sua risposta è un segnale a cui dobbiamo il massimo rispetto e soprattutto la massima attenzione perché potrebbe essere l’accesso a uno stato di profonda consapevolezza che attiva e mette in azione una sua qualità caratterizzante, la mobilità di un suo potenziale. La massima attenzione è necessaria per cogliere, dalle parole, dalle modalità espressive (para-verbale) e soprattutto dai segnali non verbali, se emergono concetti o emozioni positive che segnalano l’accesso ad una potenzialità sconosciuta o non utilizzata.

Ecco l’importanza per il Coachee di ascoltarsi, “ecco perché il silenzio risulta essere un prezioso alleato”. Infine attingendo ad una ulteriore citazione: “Saper cogliere le pause di silenzio del Coachee che sono funzionali alla riflessione costruttiva permette al cliente di maturare pensieri finalmente portatori di significato, in uno spazio tempo completamente dedicato. Significa dare la possibilità al coachee di vivere il tempo come Kairos, come opportunità di costruirsi il cambiamento desiderato”.

Il ruolo del silenzio dopo la sessione di Coaching
Il silenzio dopo la sessione di coaching per dare spazio ad un memento di riflessioni su quanto è appena accaduto diventa indispensabile. Si tratta di due riflessioni parallele, verso se stessi e verso il Coachee, che generano quesiti del tipo:

  • Ho commesso degli errori? Nella formulazione delle domande cosa posso migliorare? Mi sono orientato dentro la struttura della sessione? Sono rimasto centrato? Mi sono lasciato andare a giudizi o interpretazioni? Cosa posso fare concretamente per migliorarmi?
  • Quali potenzialità sono emerse? Ce ne saranno delle altre? Quale potrebbe essere il modo migliore per allenarle affinché poi, sia il Coachee a riconoscerle come competenze acquisite e quindi risorse da utilizzare? In questa sessione il Coachee è orientato verso l’obiettivo di percorso o emerge la necessità di una verifica dei suoi reali intendimenti?

Infine, portando con me l’impronta della formazione della Scuola INCOACHING utilizzo questo silenzio post sessione per mettermi in ascolto delle risposte rispetto a 5 fondamentali quesiti sorgenti che ormai spontaneamente mi pongo:

  • Sono riuscito a focalizzare i flussi di Consapevolezza espressi dal Coachee?
  • Ero a fianco del Coachee nel suo viaggio che lo portava all’Autodeterminazione delle sue scelte consapevoli?
  • In che modo sono riuscito ad allenare la Responsabilità del Coachee e come dovrò continuare ad allenarla?
  • Cosa osservo nel percorso di Autorealizzazione del Coachee verso l’Eudaimonia?
  • Se la Mobilità fosse un film, una canzone, una citazione, un’opera di qualsiasi arte, quale sarebbe in questo caso?

 

 

Francesco Ciarrocchi
Agronomo
Professional Coach (Executive, Business, Life)
francesco.ciarrocchi@gmail.com

 

Nota:
La Relazione Facilitante e le “4A”, la Sessione Zero, la Mobiltà, le Metapotenzialità C.A.R.E.® sono concetti di proprietà intellettuale di INCOACHING Srl

 

Bibliografia:

J. Whitmore – Coaching come risvegliare il potenziale umano

M. Folador – L’organizzazione perfetta – ed. Guerini e associati

A. Pannitti, F. Rossi – L’essenza del coaching – ed. Franco Angeli

P. Watzlawick, J. H. Beavin, D. D. Jackson – Pragmatica della comunicazione umana – ed. Astrolabio

P.Angel, P. Amar – Il coaching – ed. Il Mulino (pag. 59)

G. Gasperini – C’è silenzio e silenzio p. 12 – ed. Mimesis

E. Schuler – Le tecniche assertive – ed. Franco Angeli

Marshall B. Rosemberg – Le parole sono finestre [oppure muri] – ed. esserci

N. Brescianini, A. Pannitti – Spiritualità cristiana e Coaching – ed. La Parola

P. Ras – L’arte di ascoltare p. 84 – ed. Il punto d’incontro

N. Brescianini, A. Pannitti – Spiritualità cristiana e Coaching – ed. La Parola

P. Angel, P. Amar – Il coaching – ed. il Mulino

N. Brescianini, A. Pannitti – Spiritualità cristiana e Coaching – ed. La Parola

 

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