Categoria: Prof ma perchè non sei un Coach?

Categoria: Prof ma perchè non sei un Coach?

Prof ma perchè non sei un Coach?

 

“Imparare è sempre ribellione. Ogni brandello di nuove verità scoperte è rivoluzionario rispetto a ciò che si era creduto prima.” M. L. Runbeck

 

Il corso di Coaching mi ha regalato la sensazione di essere tornata sui banchi di scuola riportandomi ad essere nuovamente una studentessa.

Così chiudo gli occhi e penso al mio lungo e tortuoso percorso da studente. Cerco di ricordare i nomi dei professori del liceo, e non mi vengono in mente quelli più preparati, eloquenti, clementi coi voti, ma il mio ricordo va al prof di italiano e al prof di matematica: loro che mi hanno insegnato l’emozione di poter credere in me stessa, al di là dei miei voti non sempre fantastici, e soprattutto che i miei dubbi, le mie domande e le mie risposte erano sempre i benvenuti sia in classe che nella vita.

Certo, nessun dei due mi ha mai detto di strappare le pagine del libro di testo, né sono mai saliti in piedi sulla cattedra (rif. L’Attimo Fuggente). Si sono presi semplicemente la responsabilità di non essere meri distributori di nozioni, ma insegnanti di vita. La loro grande lezione, come quella del professor Keating, è stata proprio questa: la vita ci sfugge, la dobbiamo onorare con le nostre scelte senza rinunciare mai alla verità nei confronti di quello che sentiamo di essere e la libertà di diventarlo. Allora grazie prof di italiano, grazie prof di matematica che mi avete accolta, ascoltata e riempito la mia cartella di risorse!

Ed è così che il mio viaggio nel tempo di me liceale mi ha portato a pormi due domande. La prima è che cosa avevano di speciale i miei due professori e in che modo non mi hanno fatto sentire abbandonata a me stessa? Sicuramente empatia ma soprattutto mettevano in pratica capacità di accoglienza, ascolto, alleanza e autenticità, le 4 A della relazione di Coaching.

Pensiero che mi ha portato a farmi la seconda domanda: perché gli insegnanti non posso anche essere dei Coach?

 

Impariamo da Socrate e Maria Montessori

La professione educativa si trova oggi in un momento di cambiamento fondamentale e indifferibile: la pandemia e la conseguente DAD richiedono una rimodulazione del assetto scolastico poiché gli effetti pandemici hanno penalizzato gli alunni più deboli accentuando una forte disparità nei livelli di apprendimento con un impatto a medio e lungo termine sulla formazione delle competenze degli studenti.

In quest’ottica, ritengo che un approccio all’istruzione basato sul metodo del Coaching possa essere adatto a qualsiasi forma di apprendimento e soprattutto possa essere uno strumento efficace per traghettare la scuola da un modello fondato solo sulla valutazione prestazionale ad un luogo concepito anche come centro di accettazione e crescita. Gli stessi insegnati sanno che gli studenti comprendono meglio e sono più ispirati quando si assumono la responsabilità del proprio percorso scolastico; in aggiunta, l’apprendimento naturale è accompagnato da un senso di divertimento e piacere che aumenta l’alleanza tra studente e insegnante.

Alla base di tale approccio nei confronti dell’insegnamento c’è l’intuizione di concepire l’interazione tra docente e scolaro come il rapporto facilitante tra Coach e Coachee. E le teorie “pedagogiche-progressiste” di Socrate e Maria Montessori, le due figure che in assoluto hanno rivoluzionato il rapporto tra insegnate e studente, non possono che consolidare quest’ideale.

Socrate, il “precursore pedagogico”, con la maieutica ribaltò i ruoli tradizionali dell’insegnamento mettendo al centro l’allievo trasformando così il maestro nel suo primo discepolo e concepì il punto focale del dialogo maieutico il percorso di crescita maestro-allievo piuttosto che la conclusione della ricerca.

Ma è solo nel ‘900, grazie al nuovo approccio della psicologia umanistica e alle idee di Maria Montessori, che si pongono le basi di una educazione concepita come aiuto alla vita e sviluppo delle potenzialità intrinseche degli alunni. La Montessori creò una metodologia completamente nuova e rappresentò una vera e propria riforma: è grazie al suo metodo che la pedagogia si è allontanata dal sistema basato sulla pura acquisizione di conoscenze (il cosa) spostandosi verso un orientamento sull’acquisizione di metodi (il come) dove l’insegnante non è più il custode e distributore di conoscenza ma una figura di aiuto e facilitazione, togliendogli così la sua precostituita centralità.

Entrambi hanno visto lo studente non più come un contenitore da riempire, ma una persona da accogliere, ascoltare e valorizzare nella sua unicità ponendo i presupposti della relazione facilitante e dell’alleanza caratteristiche del Coaching dove la comunicazione ha un ruolo di notevole rilevanza. La modernità del pensiero di Socrate e della Montessori risiede nel poter essere equiparato a concetti più contemporanei come gli assiomi coniati da Watzlawick nel saggio sull’interazione umana “La pragmatica della comunicazione”. Gli assiomi di Watzlawick presi in considerazione sono:

  • 5° assioma “La comunicazione è simmetrica o complementare” dove la geometria della relazione facilitante tra Coach/Coachee può essere d’ispirazione alla relazione docente/allievo
  • 2° assioma “La comunicazione umana si sviluppa sempre su due piani: il contenuto e la relazione. Il piano della relazione classifica il contenuto della comunicazione” laddove una divulgazione didattica così concepita può e deve essere lo stimolo per riportare la funzione dell’educatore a come (relazione)accompagnare l’apprendimento invece di solo cosa (contenuto) insegnare

 

La percezione è la realtà

Nella comunicazione la percezione è la realtà, ovvero non esiste una realtà oggettiva, ma solo la percezione che abbiamo di essa. La nostra percezione è dunque la nostra realtà.

Questo concetto ha una parte fondamentale nelle relazioni sociali tra cui quella tra insegnante e studente. Il modo nel quale comunichiamo determina la nostra realtà ed influenza la percezione che gli altri hanno di noi; è difatti un aspetto importantissimo per il nostro riconoscimento del sé, autostima e autoefficacia.

Ma tra docente e allievo ci può essere lo stesso rapporto che c’è tra Coach e Coachee? In che modo può la relazione facilitante di un insegnante agire sulla percezione e dunque realtà di uno studente in modo che autodefinisca le sue prestazioni scolastiche e azioni di vita futura? La profezia auto avverante, meglio conosciuta come effetto Pigmalione o Rosenthal, ci fornisce una risposta.

Questo esperimento sociale degli anni ’60 effettuato su una classe di 5° elementare conferma in pieno la teoria ipotizzata dello psicologo Rosenthal: elevate aspettative portano a prestazioni migliori e quindi i docenti che etichettano gli alunni ne condizionano i comportamenti. Di conseguenza le prospettive che abbiamo sugli altri e quelle che gli altri hanno su di noi possono fare la differenza verso il successo, ma anche verso il fallimento.

Nell’esperimento di Rosenthal il circolo creatosi è stato positivo, ma l’esito può anche essere l’opposto per cui uno studente che vive sul disconoscimento delle proprie potenzialità si trova in uno stato simile alla crisi di autogoverno in cui si trova il Coachee. Come un Coach l’insegnante non deve vedere lo studente come portatore di fallimenti, ma individuo in quanto tale con potenzialità inespresse. Poiché il livello del contenuto (materie da studiare) è strettamente correlato alla qualità della relazione (tra insegnante e allievo) il docente deve focalizzarsi esclusivamente sullo studente applicando le quattro A alla base della relazione facilitante del metodo del Coaching: accoglienza, ascolto, alleanza e autenticità.

Pertanto una sana alleanza tra insegnante e studente conduce ad una consapevolezza da parte dell’allievo verso un apprendimento cosciente che può cambiare la sua percezione relativa al proprio rendimento scolastico, situazione individuale e visione del suo posto futuro nella società.

 

La ghianda che è in noi

Nel suo libro “Il codice dell’anima” lo psicologo Hillman si chiede se i comuni fallimenti scolastici siano colpa degli studenti o della scuola.

E chi non si ricorda gli anni terribili della scuola? Io per prima, ma credo di non essere stata l’unica. Thomas Edison fu eterno ultimo della classe, i temi di Marcel Proust erano considerati privi di coerenza, Émile Zola prese zero in letteratura e insufficiente in tedesco e retorica, di Einstein conosciamo tutti la storia…

Mi interessavo di tutto, tranne che dei professori” fu l’emblematica dichiarazione di Woody Allen.

Per Hillman apprendere e insegnare sono due impulsi naturali legati fra loro in cui la relazione tra docente e alunno è una costituente costante della vita interiore dell’anima. Hillman parla “dell’occhio particolare dell’insegnante, capace di vedere i doni nascosti dei propri allievi”: quindi il vero problema dell’insegnamento non è tanto potenziare gli strumenti intellettivi, ma di come risvegliare la passione nei ragazzi ed è per questo che invitava gli insegnanti a percepire, accogliere e valorizzare l’unicità di ciascuno. In definitiva Hillman non faceva altro che esortarli ad indossare gli “occhiali da Coach” per accompagnare gli studenti a scoprire il loro daimon, la ghianda insita in ognuno di loro.

Le implicazioni del concetto di daimon di Hillman sono riconducibili al metodo del Coaching in quanto sviluppo del potenziale umano e di conseguenza anche applicabili all’insegnamento. Come un Coach l’insegnante può accompagnare gli allievi a ritrovare il loro “carburante motivazionale” (Rossi &Pennitti) che li porterà alla soddisfazione dei bisogni di autorealizzazione di Relazionalità, Competenza e Autonomia della Self Determination Theory di Deci & Ryan. Nello specifico lo studente diventa consapevole di:

  • uno modello valido di relazione docente-alunno che può applicare in tutti ambiti di vita
  • sviluppo delle sue competenze grazie ad azioni concrete per il raggiungimento degli obiettivi scolastici
  • senso di autonomia e autoefficacia derivanti dall’individuazione, allenamento e utilizzo quotidiano delle sue risorse

Riconoscendo il daimon di ogni studente, un luogo di stagnazione sociale può essere trasformato in una classe di massimo rendimento e anche solo il modo in cui un insegnante gestisce la classe è un modello, una lezione di competenze sia dentro la scuola che fuori.

 

Edward De Bono grazie!

Infine vorrei gettare l’ultimo sguardo con gli “occhiali del Coach” ad una particolare categoria di ragazzi, gli studenti con disturbi specifici d’apprendimento (dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia). Come dimostrano le ricerche, i ragazzi DSA presentano stili di apprendimento specifici, che è importante riconoscere per applicare una didattica personalizzata efficace che gli permetta di raggiungere gli obiettivi di apprendimento con minor fatica.

Gli allievi con DSA hanno una capacità di pensare per immagini sviluppatissima per cui prediligono lo stile di apprendimento visivo-non verbale (apprendimento figurativo) e alcune ricerche avvallano l’ipotesi che gli studenti DSA abbiano uno stile cognitivo divergente più evoluto rispetto agli allievi “normali” che li porterebbe ad essere più creativi grazie al loro continuo uso di strategie alternative compensative.

L’errore più grande che si possa commettere quando si parla di questi ragazzi è soffermarsi solo sulle loro difficoltà accademiche. La domanda giusta da porsi, invece, deve essere: “Quali sono le potenzialità di ognuno di loro?”

Ma partiamo dal concetto di creatività. Secondo la teoria dello psicologo Edward De Bono il pensiero creativo laterale è un modo indiretto per risolvere i problemi, è la capacità di trovare soluzioni sfruttando strategie diversificate. Il pensiero laterale si contrappone al pensiero logico verticale, sono del tutto distinti ma complementari tra di loro e entrambi necessari.

I due pensieri sono abbinati ai due emisferi cerebrali destro (pensiero laterale) e sinistro (pensiero verticale) e al loro modo diverso di affrontare la realtà. Gli studenti DSA sembrano utilizzare maggiormente l’emisfero destro nell’apprendimento, ma il problema è che nell’ambito scolastico si è dato quasi totalmente spazio al pensiero verticale, senza considerare forme di “acquisizione laterale” e anzi, in molti casi, non valorizzando gli alunni che sembrano possedere un naturale modo di pensare divergente. Così l’esperienza dello studente DSA è spesso legata ad un senso di fallimento.

Ma sappiamo che il pensiero laterale e la creatività sono capacità da allenare e sviluppare e i docenti anche in questo caso hanno un ruolo fondamentale. E’ molto importante, dunque, che il sistema scolastico promuova metodi e strumenti per incrementare la creatività e trovare lo stile di apprendimento più adatto alle diverse capacità degli alunni.

Per poter operare sulla creatività è basilare che l’atteggiamento dell’insegnante sia spontaneo, attento e aperto ai ragionamenti del pensiero laterale come un Coach che nelle sessioni alimenta e allena il pensiero laterale tramite:

  • relazione facilitante, domande, feedback e silenzio
  • accoglienza, ascolto, alleanza, autenticità
  • Okness (Io sono OK , Tu sei OK)
  • attivazione del pensare fuori dagli schemi in tutte le tre fasi della struttura (esplorativa, elaborativa, esecutiva)

Non solo. Altri strumenti del Coaching come il Work In e il Work Out sono efficacissimi nello sviluppare il pensiero laterale degli studenti DSA: dove l’insegnamento creativo consiste nel pianificare un compito fuori dal comune. Per esempio, in letteratura la modalità teatrale può essere usata per permettere agli alunni di riflettere sul contenuto e sulla rappresentazione, favorendo quindi un apprendimento creativo in relazione a un’opera letteraria.

 

Conclusione

Applicare il metodo del Coaching all’interno del sistema scolastico significa educare i ragazzi alla ricerca del contatto con sé stessi nell’ottica del cambiamento dove lo studente è accompagnato a comprendere il suo disegno di crescita, imparare a concepire gli errori come fonte di scoperta, trasformare l’imprevisto in risorsa e riflettere sul proprio progetto di vita.

Dall’individuazione delle potenzialità all’evoluzione delle relazioni fino allo sviluppo del talento, il Coaching deve essere messo al servizio degli alunni e degli insegnanti per dare un contributo integrativo alle competenze già presenti. Le capacità dello studente vengono misurate, certo dai risultati accademici, ma più di tutto dalla sua motivazione intrinseca. Quanto più ritiene importante imparare tanto più impiegherà potenziale e risorse per riuscirci. Tanto più sarà facilitata la sua relazione con l’insegnante, tanto più sarà la sua abilità di gestire, da adulto, le relazioni con l’altro, con il gruppo, con sé stesso che gli permetterà di arricchire la qualità della sua vita.

Nel Coaching si affronta il presente e il futuro; i nostri giovani sono il presente di tutti noi e gli adulti del futuro di tutti.

 

 

Elena Foggini
Life & Parent Coach
Milano
elenafoggini.coach@gmail.com

 

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