Categoria: Riflessioni per un Coach in cerca d’Autore

Riflessioni per un Coach in cerca d’Autore

La presente tesina è dedicata ad alcune riflessioni che riguardano il ruolo del coach, alle interferenze che possono affollare il suo essere e il suo fare durante la sessione e a quanto diventare coach significhi fare un pezzo di lavoro prima di tutto su se stessi. Da ispirazione e fonti per questa riflessione valgono essenzialmente due libri: “Esercizi e improvvisazioni per il teatro” di Viola Spolin e “Mindfulness Essere Consapevoli” di Gherardo Amadei.

In prima battuta soffermo la mia attenzione sulle competenze ICF ed elenco quelle che mi hanno colpito: “presenza nel coaching” “stabilire fiducia e vicinanza con il cliente”, “creare consapevolezza”. Per arrivare a declinarle con un senso pratico e realistico nella relazione di coaching ho notato quanto il mio agire iniziale fosse tutto orientato ad entrare nella mappa mentale del coachee e per il tempo dell’argomento concentrarmi sull’esplorazione più o meno controllata del tema portato. Tutta la mia tensione per entrare, rivolta in maniera scarsamente consapevole a far si che il coachee verbalizzasse “correttamente” il suo obiettivo e si attivasse sulle soluzioni più efficaci… dal mio punto di vista!

Innegabile, la forte componente “consulenziale”. La definizione e l’arricchimento graduale del setting relazionale nel quale invece si sviluppa il coaching ha evidenziato quanto il posizionamento del coach nella relazione sia un percorso. I primi tentativi di pormi come coach mi hanno poi indotto a spostare tutta la mia attenzione sul potenziare l’altro, e inconsapevolmente operare una azione di rimozione forzata della mia persona all’interno della relazione di coaching per non dovermi occupare dei miei pensieri. Ignorando l’ovvietà. Ovvero, che le suddette competenze ICF sono competenze del coach, non del coachee, competenze che è il coach a dovere sviluppare, arricchire ed evolvere. Competenze che si vestono dello stile del coach, delle sue esperienze di vita, del suo essere e che quindi non possono fare a meno della “presenza attiva” del coach. Avrebbero potuto aiutarmi sin da subito le 4A. L’accoglienza del cliente quando inizia la sessione e si stabiliscono delle regole di convivenza temporanee dettate dall’utilizzo dello spazio, del tempo e della modalità di relazione, il sintonizzarsi sulle frequenze del coachee, l’ascolto attivo che necessita di un spazio mentale del coach nel quale c’è silenzio, l’alleanza che sospende la tonante voce giudicante nella quale ci confrontiamo abitualmente con diversi interlocutori, e non per ultimo l’autenticità con la quale il coach si pone verso il coachee senza la quale il coachee difficilmente si concederebbe la possibilità di esplorare se stesso perché non si fiderebbe. Questi semi non sono subito germogliati nel mio apprendimento proprio perché avevo difficoltà a collocarmi nella scena, come un attore smarrito che non sa più se uscire dopo la sua battuta o porgere la mano al protagonista dell’opera. In effetti, sempre più spesso percepivo in maniera indistinta il tempo delle sessioni prova come un momento di smarrimento.

La svolta è avvenuta mentre rileggevo il Capitolo primo “L’esperienza creativa” della suddetta Viola Spolin: “Tutti possono recitare. Tutti possono improvvisare. Chiunque lo desideri può recitare in teatro e imparare a diventare ‘degno di stare in scena’”. Questa semplice affermazione mi ha ricordato che buona parte del lavoro dell’attore e della regia teatrale è dedicata al posizionare i ruoli nello svolgimento della scena affinché possano esprimere la loro presenza senza creare incongruenze per lo spettatore (che nel coaching ha una valenza fondamentale sia per il coach che per il coachee), e al mettere gli attori in relazione l’uno verso l’altro affinché in qualsiasi passaggio le intenzioni e il tipo di interazione che hanno siano chiare e con ciò degne di essere rappresentate. Il coach impara prima di tutto a stare in una relazione dove le parti, entrambe, sono degne, dunque sono ok, e sono positivamente coinvolte e motivate a lavorare su un tema che nella ripartizione delle parti prevede che sia portato dal coachee e che l’azione principale sia agita dal coachee e mai dal coach. Questa regola che governa la relazione è fondamentale perché consente poi libertà espressiva per entrambi: al coachee di esprimersi senza timore di venire interrotto o giudicato, al coach di chiedere e/o proporre work-in che davvero abbiano un senso per il coachee. Questo andamento adattativo ha un fortissimo richiamo al processo creativo che gli attori vivono quando improvvisano: non hanno idea di come finirà la scena, ma prendono atto di frase in frase, di azione in azione di una realtà che ha un significato e rispetto al quale manifesteranno se stessi. Noi impariamo perché facciamo concretamente esperienza e perché sperimentiamo.

In questo senso “nessuno insegna niente a nessuno”. L’assonanza che questo concetto ha con il ruolo del coach è molto potente. Non si tratta per il coach di essere padrone del contenuto del coachee, non si tratta neanche di insegnarli a vivere meglio, e quindi non si tratta di esercitare nessuna forma di controllo sul modo di fare e di essere del coachee, così come non si tratta di sviluppare volitivamente delle capacità o dei “talenti” che si sono individuati nel coachee. Citando Viola Spolin: “E’ del tutto possibile che ciò che viene chiamato comportamento talentuoso sia semplicemente una maggiore capacità individuale di fare esperienza. In questo senso, si può suscitare il potenziale inespresso di una persona accrescendo la sua capacità individuale di fare esperienza”. Il ruolo del coach all’interno di quella che è stata appunto definita relazione facilitante è qui: il coach consente al coachee di fare esperienza di sé, e con questa nuova esperienze di sé il coachee si muoverà verso la realizzazione consapevole del suo potenziale. Nel paragone con il teatro proposto qui, il coach non è fuori dalla scena. Diventa parte integrante di un evento creativo. La presenza del coach serve al coachee come controscena, ovvero quella scena in sottofondo che aiuta a chiarire l’agire dell’azione principale, contestualizza il momento, e rappresenta nel suo ruolo la tridimensionalità del fare del protagonista, silenzioso fino a quando il protagonista necessita di spazio, che da un rimando, se al protagonista è funzionale per proseguire. Senza un setting così strutturato, il coachee rimarrebbe in balia della sua crisi di autogoverno che in una azione scenica si tradurrebbe con un attore vagante, privo al contempo di una chiara intenzione e di un interlocutore che faciliti il suo posizionamento e quindi il direzionare il suo agire e dire. La sessione di coaching e una improvvisazione teatrale, hanno in comune una fortissima componente di necessità adattativa dalle parti coinvolte. Perché oltre all’orario e al luogo e alla persona che incontra, anche il canovaccio, ovvero l’argomento di sessione, potrebbe subire delle metamorfosi non prevedibili.

In questo particolare setting relazionale si determina un contesto estremamente liberatorio: “La capacità di creare immaginativamente una situazione, di recitarvi una parte è un’esperienza fantastica, una sorta di vacanza dell’io quotidiano e dalla routine della vita quotidiana. Osserviamo che questa libertà psicologica crea una condizione in cui la tensione e il conflitto si dissolvono, e vengono liberate delle potenzialità nello sforzo spontaneo di far fronte alle richieste poste dalla situazione” [Neva L.Boyd Play, a Unique Discipline]. La vacanza dall’io quotidiano agevola quella distanza necessaria dalla realtà per percepirla di nuovo come una realtà nella quale c’è il potenziale di scegliere come vivere una situazione che genera conflitto interiore. E se nell’improvvisazione teatrale la situazione vissuta non è necessariamente reale per l’attore (pur liberando catarticamente il suo potenziale), nella sessione di coaching la modalità nella quale il coachee fa esperienza dei suoi contenuti lo/la condurranno ad una maggiore consapevolezza di sé nel suo ambiente, nel suo contesto. Tuttavia benché quindi i contesti differiscano, sia l’improvvisazione teatrale che la sessione di coaching possono favorire un rinnovato senso di ordine, di realizzazione personale, di auto-efficacia, di libertà espressiva e di talento.

In questa letture, è importante che prima di tutto sia il coach ad avvertire la libertà personale che deriva dal non avere un’idea precostituita di quanto accadrà in sessione. Affinché la relazione possa davvero essere facilitante per il coachee, è il coach che deve fare esperienza della propria libertà e del proprio potenziale. “Prima di poter giocare (fare esperienza), dobbiamo essere liberi di farlo. È necessario diventare parte del mondo che ci circonda e renderlo reale toccandolo, vedendolo, avvertendolo, gustandolo e fiutandolo: ciò che cerchiamo è il contatto diretto con l’ambiente. Deve essere investigato, messo in dubbio, accettato o respinto”. Nell’esperienza personale questo contatto con l’ambiente spesso vive o subisce delle oscillazioni che sono date dal desiderio di essere accettati e la paura di venire rifiutati.

Approvazione e disapprovazione giocano nella relazione con il coachee un ruolo determinante nella libertà con la quale il coach pone le sue domande, ascolta il coachee anche nel silenzio, da una restituzione lucida di quanto il coachee ha espresso e non per ultimo genera e adatta i work-in e work-out a quanto realmente portato dal coachee. Ecco che per il coach diventa importante prima di tutto liberarsi. Liberarsi dai condizionamenti a diversi livelli.

Ad esempio, distaccarsi da tutti quei modelli di riferimento che esprimono nel proprio immaginario autorevolezza e che esercitano una azione di governo nelle relazioni: manager, leader, insegnanti, trainer, consulenti di vario genere, forze dell’ordine, psicologi, dottori etc. I modelli di riferimento ai quali il coach attinge, sono scelti nella convinzione che possano garantire maggiore successo d’impresa, maggiore legittimazione relazionale, maggiore sicurezza di porsi nei confronti del cliente coachee. Tuttavia va da sé che questa convinzione è fortemente alienante per il coach perché entra nel tiro alla fune tra approvazione e disapprovazione, si giudica costantemente, dubita del suo ruolo e non va più da nessuna parte. Depaupera e svuota la fonte preziosa delle proprie risorse personali e diventa un coach conforme, ovvero un coach che, avendo in mente figure di riferimento autorevoli, tenta di non fare errori, condizionato solamente da una idea astratta di quello che può e non può fare, di quello che si deve e non deve dire, di ciò che è permesso chiedere.

Un altro elemento dal quale distaccarsi è l’ansia da palcoscenico e il desiderio di successo, o in alcuni casi una certa ambizione di eccellere. Sia ansia che ambizione accecano il coach e focalizzano tutte le sue forze sull’obiettivo da raggiungere che può essere quello proprio del coachee o quello che pensa essere quello del coachee. Ma non solo, le insidie per il coach sono anche rappresentante da tutta una serie di interferenze che lo bloccano. Le interferenze possono riguardare le opinioni e le aspettative che nutre verso se stesso (o verso il coachee), i giudizi sulla sua “performance” di coach, preoccupazioni personali, cose che si deve ricordare di fare… non importa la causa della distrazione, ma la sua conseguenza. Ogni volta che il coach si distrae, e la sua mente corre avanti o indietro sulla linea del tempo esprimendo giudizi, opinioni, sogni, il coach comincia a pensare. E il pensare produce una azione mentale che ha un impatto decisivo sulla relazione anche quando alle parti non è del tutto evidente. E’ come guardare un attore in scena che recita celebri versi, all’improvviso fermarsi e ad alta voce interrogare il pubblico con domande tipo: “vi piace se recito questi versi in questo modo?”, oppure, “ora mi sono annoiato, parliamo d’altro”.

Abbiamo una mente sempre impegnata a proiettare i propri film, affollata come lo sono i cinema multisala. Cosa ha a disposizione il coach dunque per consentirsi di utilizzare il tempo che ha a disposizione con il coachee in modo funzionale, metodico, e tuttavia allo stesso tempo di fluire con il coachee, di entrare in uno stato creativo, dove la presenza del coach si potenzia a beneficio del coachee in modo autentico e consapevole?

Trovo che una delle risposte più semplici ed immediate vengano proposte proprio dalla pratica della mindfulness come descritta da Gherardo Amadei: “Attraverso la mindfulness una persona può finalmente affrancarsi da ciò che ha limitato la sua libertà di essere ciò che è. Fermarsi e ricominciare (o cominciare per la prima volta) a sentirsi (a percepire il proprio respiro, il proprio corpo, come fondamento del Sé) conduce a ritrovarsi: da tale nuova intimità con se stessi può emergere un differente rapporto con la complessità del vivere, qualunque sia la nostra età”. Questo passaggio citato dalla premessa del libro del suddetto autore, riverbera con particolare intensità nella sensazione provata nelle sessioni prova di coaching sia come coach che come coachee. L’esperienza vissuta come coachee è stata proprio quella di potermi fermare per prestare attenzione ad un argomento alla volta togliendomi dal flusso continuo di pensieri dove “tutto passa rapidamente all’interno di un confuso commento astratto, allorché la mente si affretta a raggiungere la sua prossima occupazione”. Inoltre, senza nessun tipo di ansia rispetto al tempo, rispetto alla propria condizione, e neanche rispetto al proprio fare.

Nella veste di coachee si avverte molto chiaramente la possibilità di attingere di nuovo alle proprie risorse e motivazioni. Allo stesso modo ho potuto però anche constatare la fatica da coach di “produrre” questo stato di mobilità creativa. Avvertendo anzitutto in prima persona tutti i condizionamenti e interferenze descritte. Tanto da venirne sopraffatta. Il corpo si irrigidisce, il pensiero gira in folle e si pensa a cosa pensare, peggio convulsivamente si cerca nei meandri della mente la prossima domanda da produrre.

Fortunatamente, avviene che con la pratica questo torpore paralizzante lasci spazio ad una fluidità mentale ed emotiva che consente al coach di dare espressione al divenire del metodo, ascoltando ed interagendo con il coachee senza pensare. Ciò che accende questa luce o serenità mentale avviene ancor prima di porsi verso il coachee, e poi anche durante ogni momento con il coachee. Avviene quando il coach è nel qui e ora, e non si pre-occupa. Avviene quando il coach sta nella relazione, prova piacere nel prestare attenzione al coachee, e con le parole di Gherardo Amadei “conduce a ritrovarsi” un altro essere umano già pieno di potenziale ad accrescerlo ancora di più. La nostra risorsa più potente per fare esperienza come coach di questo stato di grazia utile allo sviluppo unitario delle competenze del coach e a replicare questo stato mentale di sessione in sessione è prima di tutto una profonda connessione con se stessi nel qui e ora, di cui la consapevolezza è l’espressione più significativa.

Qui le parole di Gherardo Amadei esprimono con grande efficacia il procedimento di armonizzazione non solo necessario al coachee, ma anche al coach stesso: “lo scopo della consapevolezza e della presenza non è quello di liberare la mente dal mondo fenomenico, ma piuttosto quello di consentirle di essere pienamente presente nel mondo. Lo scopo non è di evitare l’azione ma di essere completamente presenti alle proprie azioni”. Che nell’ottica della mindfulness non necessariamente comporta il raggiungimento di un obiettivo o una risoluzione di un problema, ma di osservarli come se li osservassimo per la prima volta, come non li abbiamo mai osservati prima.

Per il coach questa risorsa interiore può rappresentare il primo passo per relazionarsi ogni volta con uno spirito generativo verso il coachee. Perché la sua azione di coach e la libertà da condizionamenti e interferenze non è assimilabile al fare o dire tutto quello che vuole, ma di creare uno spazio interno e relazionale consapevole per accogliere il divenire di un altro essere umano.

 

Laura Sinatra
A.D. e socio fondatore di Eapitalia World srl
Consulente, formatore aziendale e Coach professionista diplomato presso la Scuola INCOACHING®
Milano
l.sinatra@eapitalia-world.com

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