Categoria: Scene da un Manicomio

Categoria: Scene da un Manicomio

scene_da_un_manicomio

Scene da un Manicomio

Dal 1992 al 2012, ho lavorato in qualità di insegnante, pedagogista e curatrice di progetti volti al reinserimento sociale dei ricoverati, all’interno dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Reggio Emilia, uno dei pochi esistenti in Italia che, già prima dell’emanazione della legge del 2015 che ne stabiliva la chiusura (definitivamente attuata solo nel febbraio 2017), Giorgio Napolitano aveva definito ”un orrore indegno di un paese appena civile”.

All’ O.P.G. erano internati coloro che venivano “prosciolti” in merito al reato commesso, in quanto ritenuti incapaci di intendere e di volere quindi giudicati non colpevoli, ma che, essendo considerati socialmente pericolosi, non potevano essere lasciati in libertà. Venivano allora reclusi in quello che avrebbe dovuto essere un luogo di cura, ma in realtà era un vero e proprio carcere e qui dovevano restare fino a che gli psichiatri ritenessero che lo stato di pericolosità fosse cessato, sempre che avessero una famiglia o una comunità disposta ad accoglierli; in assenza di uno di questi due presupposti, alcuni, magari macchiatisi di un delitto minore, potevano restare imprigionati per un tempo indefinito, condannati ad un vero e proprio ergastolo!

 

Il luogo

Ricordo ancora con inquietudine la visita che un giorno la direttrice dell’Istituto mi fece fare nei reparti i cui nomi leggiadri: Antares, Fenice, Andromeda, Pegaso…, con il loro richiamo ai miti e alle stelle, meglio si sarebbero adattati a indicare le sezioni di un museo o di una galleria d’arte! Quella discesa agli inferi non sarebbe certo stata un mio desiderio, ma non potei declinare l’invito.

Come quando al cinema si chiudono gli occhi davanti alle scene più cruente dei film dell’orrore, passai velocemente nei lunghi corridoi dove si affacciavano le celle, di ridottissime dimensioni, cercando di non guardarmi intorno, parlando di continuo e tenendo lo sguardo fisso sulla mia accompagnatrice, ma anche così non potei evitare lo spettacolo di quei disperati che si ammassavano, ringhiando come bestie in gabbia, dietro le sbarre dove erano appesi, come su uno stenditoio, i loro indumenti e dalle quali si intravedevano gli interni in tutto il loro squallore di sporcizia e disordine estremo.

Ma, grazie all’impegno di alcuni operatori, l’area destinata alle attività scolastiche e formative nella sezione Cassiopea era accogliente, con le sue pareti sempre tinteggiate di fresco e le rigogliose piante verdi, in netto contrasto con il circostante squallore del posto, dove riecheggiavano le urla di chi poteva solo in quel modo manifestare la sua esistenza.

 

Le storie

Tanti uomini con le loro drammatiche storie ho conosciuto nei lunghi anni che ho trascorso in questo luogo desolato: da questi esseri umani, così derelitti, ho avuto la consapevolezza che il mio lavoro è servito ad alleviare un poco le loro pene, a farli sentire studenti “normali” e, soprattutto, persone che, proprio perché diverse dagli altri nella fortuna, avevano il diritto di essere considerate e valorizzate.

Nel primo anno scolastico avevo solo due studenti, Giorgio e Mimmo, dai quali andavo due ore ogni mattina.

Giorgio per tutta la lezione percorreva compulsivamente, avanti e indietro, i pochi metri dell’aula, fumando una sigaretta dopo l’altra, – all’epoca era ancora consentito – mentre Mimmo, internato per omicidio, stava seduto nel banco e parlava ininterrottamente: quando entravo alla mattina, mi salutava con un appellativo sempre diverso: un giorno ero Napoleone, un altro Cesare, un altro Mussolini…., finché un giorno mi disse “Ciao, Nessuno!” e da quella volta non mi salutò più.

Giorgio non diceva mai niente, non mi raccontò niente di sé; Mimmo, invece, i cui logorroici discorsi erano per lo più farneticanti, mi scrisse in un tema quella che in seguito potei verificare fosse stata la sua vera storia.

Lavorava come operaio in una grande fabbrica del Nord dove un suo collega quotidianamente lo prendeva in giro, chiamandolo “citrullo”, più il tempo passava più le offese diventavano pesanti, fino a quando un giorno, esasperato, andò al lavoro con un grosso coltello e da quel giorno il collega non lo chiamò più “citrullo”.

Negli anni seguenti gli studenti diventarono un po’ più numerosi.

Khalid, giovane egiziano, era bellissimo e aveva da poco compiuto diciotto anni il che gli aveva dato il permesso di accedere a un girone, pardòn, a una sezione del manicomio criminale.

Come me lo vidi davanti la prima volta, lo immaginai, novello Omar Sharif, su un set cinematografico ambientato nel deserto, con le vesti bianche da beduino che davano maggior risalto alla carnagione scura e ai suoi magnifici e profondi occhi neri. Invece Khalid era lì, il più giovane del gruppo a scontare una pena per non so quale reato.

Durante la sua breve permanenza nel corso scolastico, il collega d’inglese era sostituito da Chiara, una ragazza da poco laureata che sembrava essersi presa particolarmente a cuore il caso del giovane ricoverato, tanto da promettergli che sarebbe tornata da lui in veste di volontaria per stargli vicina e aiutarlo. Ma dopo la conclusione della sua supplenza, Chiara non si vide più e Khalid si rifiutò di venire a scuola, preferendo restare nella sua cella, aspettando il giorno in cui lei sarebbe tornata per portarlo via, forse là sulle sue dune lontane.

Lucio era un ospite abituale non solo dell’O.P.G., ma anche del carcere, saltava infatti da un ramo all’altro degli Istituti Penitenziari durante la drammatica odissea della sua giovane vita. Affetto da qualche disturbo comportamentale, ma non da importanti patologie psichiatriche, non aveva mai commesso reati gravi, ma ogni volta che veniva liberato non trovava una famiglia affettuosa ad accoglierlo, bensì solo un padre che viveva la sua presenza come un fardello, non vedendo l’ora che le porte del carcere si aprissero di nuovo per lui. Lucio, da parte sua, non impiegava molto a rimettersi nei guai e a rientrare in prigione.

Gli educatori avevano ritenuto importante fargli intraprendere un percorso scolastico, ma sembrava che noi potessimo far poco per aiutarlo. In classe non riusciva a stare seduto nel banco, interrompeva continuamente le lezioni e i nostri sforzi per suscitare in lui qualche interesse apparivano tutti destinati al fallimento.

Mi accorsi però che durante le lezioni di geografia chiedeva di uscire meno di frequente e smetteva quel suo parlare concitato, limitandosi ad alcune appropriate domande sulla materia. A Lucio regalai un mio libro con una parte iniziale dedicata all’astronomia, soggetto che lo attraeva in modo particolare. E in effetti, ebbi la soddisfazione di vederlo seduto per un’ora intera, attento e felice!

Non giunse alla fine dell’anno, perché venne rimesso in libertà prima e, come sempre avveniva quando il rilascio di un detenuto era improvviso, non potei salutarlo e di lui non seppi più nulla.

Povero Lucio, mi auguro abbia trovato una comunità in grado di avviarlo a un lavoro, magari nei campi, a contatto con la natura e che di notte, finalmente libero, abbia potuto sotto un cielo stellato, come Ciaula, scoprire la Luna.

Vincenzo, un veneto quarantacinquenne, internato per aver ucciso la moglie, signore distinto, educato e pulito (vorrei evidenziare l’importanza dell’ultimo aggettivo all’interno di questo contesto, perché l’igiene era lo specchio della condizione mentale dei ricoverati, dato che il regolamento vietava l’imposizione forzata della pulizia), amava molto scrivere poesie d’amore. Frequentò assiduamente e con profitto tutto l’anno scolastico, diplomandosi con un ottimo giudizio.

Pochi anni dopo, lo incontrai in città in un deposito dove avevo portato a riparare la mia bicicletta, Vincenzo lavorava lì, se ne andava dall’Istituto la mattina per tornarvi alla sera e sperava che a breve sarebbe uscito definitivamente.

Tuttavia, il destino della quasi totalità di quelle persone mi è sconosciuto e mi rimane solo il ricordo di tanta disperazione e di qualche sorriso.

 

L’intervento di Coaching

Oggi, finalmente, gli O.P.G. non esistono più, sono stati sostituiti dalle REMS, residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza che funzionano perché hanno un personale molto motivato, sono luoghi di cura, non di detenzione, forniscono concrete alternative alla logica manicomiale e affermano il diritto alla salute e alla piena e responsabile cittadinanza per tutte le persone, come vuole la nostra Costituzione.

Ed è in base al concetto del valore, oltre a quello dell’unicità, delle persone, che ritengo possibile un intervento di Coaching, soprattutto oggi che gli internati sono passati dai manicomi criminali a queste strutture di recupero.

Ribadendo con forza che il Coaching, non è una psicoterapia, non cura, non si sostituisce ad altre professioni di supporto (in questi contesti, in particolare gli psichiatri), ma, solo in certi casi, le può affiancare, – come già fanno altre figure: psicologi, educatori, insegnanti… – ritengo possa essere utilizzato con soggetti comunque considerati guariti e non più socialmente pericolosi: ad esempio a Vincenzo, a Lucio, a Khalid.

Per coloro che, a causa degli atteggiamenti giudicanti degli altri, hanno sperimentato l’emarginazione, che hanno subito il potere arrogante delle figure autoritarie a cui erano sottoposti, che sono state derise, disprezzate, umiliate, offese, maltrattate, punite, credo che la relazione con un Coach, espressione di fiducia e vicinanza, possa essere un valido metodo, funzionale a far acquisire quella consapevolezza grazie alla quale potranno porre le basi per un efficace reinserimento nella società, dopo essere riusciti ad individuare gli obiettivi che, attraverso piani d’azione autodeterminati, li potranno condurre verso il futuro desiderato.

Perché nel Coaching è il Coachee ad essere al centro del processo e il Coach è l’allenatore delle sue risorse personali, non è né giudicante, né valutante, ma accetta con calore qualsiasi aspetto dell’esperienza che lui porta, senza alcun tipo di condizione.

La valorizzazione che il Coachee riceverà durante le sessioni di Coaching, facendogli aumentare la fiducia in sé, il senso di autoefficacia, e l’autostima, sarà lo stimolo per lo sviluppo del suo potenziale che lo porterà al cambiamento, dato che il Coach con i suoi feed-back e le sue domande privilegia le dimensioni temporali del presente e del futuro, nella prospettiva di condurre il Coachee al miglioramento della sua vita.

Consapevolezza, autodeterminazione, responsabilità, eudaimonia (C.A.R.E.®) non sono concetti astratti, sono gli step del processo di Coaching, applicabile ai soggetti, anche che abbiano subito la brutale esperienza dell’internamento negli O.P.G, dei quali, nell’incontro preliminare, verrà verificata la coachability. Verificato questo fondamentale prerequisito, il coach stipulerà il patto di Coaching, che il Coachee dovrà firmare, dando così prova dell’assunzione della responsabilità a impegnarsi nel percorso.

Acquisita l’ “autonomia psicologica e operativa” (A. Pannitti, F. Rossi “L’essenza del coaching”) che un efficace percorso di Coaching può aiutare a conseguire, una volta tornato libero, potrà proseguire sulla via del miglioramento teso al suo benessere complessivo, fortificato dalla consapevolezza di sé e delle sue risorse.

Concludo con le parole John Whitmore a sostegno del concetto che l’obiettivo di un Coach è aumentare la consapevolezza, la responsabilità e la fiducia in se stessi affinché sia il cliente a produrre i risultati desiderati dalla sessione di Coaching:

Per sviluppare negli altri la fiducia in se stessi si deve abbandonare il desiderio di controllarli, o di mantenerli nella convinzione che le nostre capacità siano superiori alle loro.
John Whitmore (“Coaching”).

 

Paola Palmiero
Pedagogista e Life Coach
Sant’Elpidio a Mare (FM)
palmiero.paola@libero.it

 

Nota:
La Teoria del Meta-potenziale C.A.R.E.® è un concetto di proprietà intellettuale della Scuola INCOACHING®
Il titolo dell’immagine dell’articolo è “Occupational therapy. Toy making in psychiatric hospital. World War 1 era”

No Comments

Post a Comment

Chiama subito