Categoria: Il silenzio attivo nello sviluppo della consapevolezza del coach e del coachee

Categoria: Il silenzio attivo nello sviluppo della consapevolezza del coach e del coachee

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Il silenzio attivo nello sviluppo della consapevolezza del coach e del coachee

Mi sono avvicinata al coaching con un’idea confusa di cosa fosse, immaginando di arrivare a padroneggiare uno strumento per guidare il coachee al raggiungimento dei suoi obiettivi. Cosa è avvenuto in questi mesi?

Ogni singola giornata del corso è stata una scoperta!

  • Lo stare nel qui ed ora
  • La danza maieutica della relazione
  • Lasciare al coachee la responsabilità di ottenere i suoi risultati
  • L’essere al fianco del coachee per accompagnarlo e allenarlo nelle sue personali ed inaspettate conquiste e nella sua crescita eudaimonica
  • Non dare risposte! Ma fare domande all’interno di una relazione facilitante dove c’è l’interesse e la vicinanza alla persona, pur mantenendo una posizione “meta” che permetta di vedere il quadro d’insieme
  • Il piano di azione autodeterminato dal coachee
  • I workin e workout per sviluppare la consapevolezza e valorizzare il potenziale del coachee (C.A.R.E.®)

 

In una parola, FANTASTICO!

Pensando alla tesina da elaborare non è stato semplice decidere su quale aspetto del coaching posare la mia attenzione, in quanto ogni peculiarità del coaching prende la sua forma ed esaltazione nell’insieme delle sue parti.

La mia definizione personale per descrivere il coaching è un ECOSISTEMA RELAZIONALE all’interno del quale la persona (il coachee) conquista la sua crescita armonica e la sua propria dimensione di benessere (del sé, del suo ambiente e delle sue relazioni). Un ecosistema difatti è un insieme di elementi che interagiscono fra di loro in un determinato ambiente, costituendo un sistema autosufficiente e in equilibrio dinamico.

Ad ogni modo all’interno del metodo del coaching c’è un ingrediente che mi ha disorientato e che è stata una grande conquista di questi mesi: il silenzio, o per meglio dire, il silenzio attivo.

 

Il silenzio attivo come strumento di INTROSPEZIONE e di CONOSCENZA DI SÉ

Il silenzio nella duplice veste di strumento per la crescita di consapevolezza del coachee, ma anche quella del coach.

Certo perché l’impegno del Coach non è solo quello di utilizzare il silenzio per creare l’attesa e dare lo spazio interiore al coachee di ripescare le informazioni utili a darsi le risposte personali; ma l’impegno del coach è anche quello di utilizzare il silenzio per zittire i rumori dei suoi pensieri e offrire al coachee un ascolto attivo. Ed il silenzio è anche un potente strumento di crescita di consapevolezza per il coach che, per poter offrire un servizio di qualità al suo coachee, deve, anche attraverso il silenzio, cercare la sua autenticità, ritrovare il suo vero sé, la faccia autentica dei suoi desideri, delle sue relazioni, del suo dialogo interiore.

Il silenzio come ascolto attivo è alla base di ogni tipo di comunicazione.

La disponibilità all’ascolto degli altri nasce proprio dalla capacità di ascoltare se stessi, i propri bisogni e ci dà l’opportunità di crescere. Quando non ascolto, ma fingo soltanto, preparandomi in realtà a ciò che dirò quando l’altro avrà smesso di parlare, la comunicazione è virtuosismo verbale reciproco.

Ascoltare con la mente in silenzio significa recepire senza distorsione ciò che ci viene detto.

Contattare il silenzio, raggiungere la quiete, la calma, significa avvicinarsi alla nostra essenza profonda e vera: è là che nasce la nostra capacità di comunicare con noi stessi e con l’altro. È nel silenzio che possiamo riconoscerci, ritrovarci.

Saper ascoltare significa comprendere le esigenze di chi ci sta di fronte, rispettando i sentimenti e le opinioni altrui e considerando la realtà individuale di ciascuno.

Perciò è buona cosa allenarci al formulare le nostre risposte (o le nostre domande nel coaching) solo dopo aver ricreato in noi il silenzio, in modo che le parole che usciranno dalla nostra bocca siano autentiche, vibranti, in sintonia con la realtà del momento che stiamo vivendo, solo così diamo qualità alla nostra comunicazione.

È un lusso essere veramente ascoltati e autenticamente sentiti.

Il silenzio nella relazione di coaching è uno strumento utilizzato in modo consapevole e funzionale in mano al Coach per stimolare nel coachee una riflessione o il contatto con le emozioni. È il tempo della profondità ed è nel silenzio che il coachee matura i suoi frutti della consapevolezza. Il silenzio offerto dal coach dopo una risposta del coachee, lascia alle parole, dette e sentite, il tempo e il modo per trovare un loro spazio interno al coachee, per trovare un nesso sfuggito, un significato che va oltre quello dato quando pronunciate e quando udite: perché le parole hanno un potere che il silenzio smussa, compensa, completa.

Il silenzio attivo è anche una questione di pratica, ma se pensiamo che la nostra concentrazione è massima quando una cosa ci interessa, forse è utile ritenere che un Coach debba essere o imparare ad essere interessato alle persone e attitudinalmente curioso.

Domande come:

  • quando veramente ascolti una persona?
  • quando ascolti, senti veramente?
  • quando guardi, vedi davvero?

 

Sono domande che ogni Coach dovrebbe porsi. L’ossessione verso i propri pensieri e le proprie opinioni e il desiderio compulsivo di parlare, soprattutto se sei abituato nel tuo ruolo di consulenza, sono davvero forti. E forse questa abilità è la più difficile da conquistare, sicuramente almeno nel mio caso!

Cosa ascoltare?

  • Il tono della voce della persona che si ha davanti ci indicherà il suo stato emotivo
  • Le parole che la persona utilizzerà ci forniranno delle informazioni sui suoi pensieri, valori, tendenze
  • Il linguaggio del suo corpo ci mostrerà la congruenza e la verità rispetto alle parole

 

E ascolto me! Le mie reazioni, le mie espressioni a fronte delle mie emozioni riguardo le risposte del coachee. La mia storia, le mie emozioni e i miei pregiudizi influenzeranno la mia comunicazione.

Monitorare le sensazioni del proprio corpo, le tensioni muscolari, sussulti, ci può dare indicazioni che stiamo recependo anche intuitivamente il coachee.

Come ci insegna Timothy Gallwey, “l’avversario che si nasconde nella nostra mente è molto più forte di quello che troviamo dall’altra parte della rete” (nel tennis). Ascoltarsi per riconoscere le interferenze interiori, il dialogo interno che condiziona il nostro modo di filtrare la realtà e le risposte che offriamo alle situazioni in cui ci troviamo.

Potremmo utilizzare la formula di Gallwey, per valutare la qualità delle nostre relazioni come Coach, in una relazione di coaching.

P (la prestazione del coaching) = potenziale (della relazione facilitante) – Interferenze (del dialogo interiore sia del Coach che del coachee).

Ad esempio, quando il coachee esplora, con l’aiuto delle domande efficaci del Coach, i paradigmi su cui ha fondato le sue convinzioni limitanti, il silenzio lascia al coachee lo spazio per andare in profondità delle sue esperienze e rendere evidenti i fatti e le situazioni che hanno generato le proprie distorsioni cognitive.

Quando il coachee ha esplorato, il silenzio dà a lui maggiori opportunità di raggiungere l’intenzione cosciente che è una delle principali potenzialità dell’essere umano, perché lo rende una persona in grado di orientare la propria vita in maniera responsabile, consapevole e determinata.

Lo stesso vale per il Coach. Il Coach che si dedica con continuità e regolarità ad indagare, anche attraverso il silenzio attivo, i suoi valori, i suoi desideri, le sue mete, gli scopi e le sue convinzioni supportive e limitanti e ristruttura il suo pensiero rendendolo più positivo e potenziante, allineando i valori alle mete e scopi della sua vita, aumenta la sua agency. Diventa così, non solo una persona migliore che determina il miglioramento della sua vita, ma fa un atto responsabile anche verso il suo ruolo complementare di Coach nella relazione con il coachee, offrendo a quest’ultimo la possibilità di una relazione più costruttiva e potenziante.

 

Il silenzio attivo come strumento per l’incremento del BENESSERE e della CRESCITA PERSONALE

Secondo uno studio condotto in Germania dal Research Center for Regenerative Therapies di Dresda, alcuni processi cerebrali si possono portare a termine solo in silenzio. La mancanza di suoni e rumori favorirebbe inoltre la riproduzione neuronale (fino a ieri considerata impossibile): lo hanno dimostrato lasciando dei topini in completo silenzio per due ore al giorno, e verificando che nel loro cervello si attivava una significativa crescita del numero di cellule dell’ippocampo, regione del cervello che regola le emozioni, la memoria e l’apprendimento.

Inoltre il silenzio riduce stress e ansia: secondo uno studio condotto all’Università di Pavia, due soli minuti di silenzio sono più efficaci della musica rilassante, e diminuiscono la pressione sanguigna facendoci sentire immediatamente più calmi.

Un esercizio di mindfullness suggerisce di imparare a restare spesso – anche per un solo minuto – in silenzio, ovunque, anche in mezzo alla gente e osservare cosa cambia in meglio, giorno dopo giorno.

Quasi nessuno può tollerare il silenzio a lungo. L’assenza di suono è una sorta di digiuno, una privazione scomoda, per cui nel mondo contemporaneo c’è poco posto. Lo dimostra il fatto che sempre più persone si siano abituate a tenere la TV o la radio accese, solo per far sì che ci sia sempre un rumore di fondo a coprire qualsiasi silenzio.

In Oriente invece si verifica il contrario: chi parla troppo è considerato inquietante e sospettato di ciarlataneria. In queste culture il silenzio ha un profondo significato spirituale ed è associato al mondo etico. Il silenzio mistico invita a un percorso di scoperta delle radici della nostra vita. Il silenzio orientale è un silenzio attivo. Indica incontro, ricerca, introspezione, dialogo con la nostra voce interiore. Chi sta zitto, ha il potere. Chi parla troppo è irrimediabilmente incatenato a quello che dice.

Anche nella cultura cattolica il silenzio è uno strumento di elevazione. Il silenzio è lo strumento principale che Sant’Ignazio e i suoi Esercizi spirituali propongono da mezzo millennio, e i monaci benedettini da mille anni prima come via per trovare se stessi e addirittura Dio.

Per migliaia di anni, uomini e donne si sono resi conto che la chiave della crescita personale e spirituale si trova in se stessi quando si arrendono al potere del silenzio. “Entrare nel silenzio” è stato a lungo considerato un requisito fondamentale per accedere a quei livelli spirituali più profondi all’interno della propria coscienza.

Oggigiorno siamo in un’epoca in cui le informazioni ci sfrecciano nel cervello col sibilo delle auto in corsa, intasando le strade della mente con il loro traffico irrefrenabile. La nostra è considerata l’epoca della comunicazione. Peccato che questo concetto di comunicazione sia monco e ci lasci orfani di noi stessi. Nel rumore, infatti, non è possibile comunicare con i propri reali bisogni. Si è assordati dai desideri indotti, dalle urgenze d’azione e reazione, dalla spinta a riempirsi di contenuti, cose, suoni. Per riuscire ad ascoltare i nostri bisogni dobbiamo fermarci.

Si fa un gran parlare di benessere, qualità della vita, e sempre più spesso si va alla ricerca di ricette miracolose esterne a noi per stare un po’ meglio. Eppure non è complicato. Basta smettere di fare le cose per qualche istante e trovare dei momenti per stare con se stessi, guardarsi dentro e ascoltare i nostri bisogni, le nostre sensazioni e i nostri desideri.

Trovare le occasioni per riscoprire il silenzio non è difficile, con la pratica è più facile ascoltare i messaggi del silenzio e entrare in contatto con il vero sé imparando a riflettere sulle azioni e a meglio comprendere ciò che ci circonda e a riscoprire noi stessi. Il silenzio permette una sorta di disintossicazione della mente.

 

Il silenzio attivo come strumento per potenziare l’ATTENZIONE

Vi è mai capitato di sentirvi dire che siete distratti e poco attenti, che non riuscite a concentrarvi o che sembrate su un altro pianeta? Avete mai avuto la sensazione di far fatica nell’ascoltare qualcuno che vi sta parlando o nel ricordare ciò che vi ha appena detto?

La prima cosa da sapere è che l’attenzione è una funzione cognitiva necessaria all’esecuzione di tutte le attività quotidiane, relazionali, lavorative, personali, ecc… La concentrazione è un processo specifico che consente di dirigere l’attenzione verso un obiettivo specifico.

L’attenzione può essere descritta come un filtro, perché una delle sue funzioni è quella di selezionare gli stimoli giusti che servono per quell’attività e quel contesto in cui ci si trova, o come un fascio di luce che illumina ciò sul quale va riposta attenzione.

Ci sono poi aspetti legati alla sfera emotiva e psicologica che possono facilitare o meno la capacità dell’individuo di prestare attenzione al compito.

Uno degli aspetti facilitanti l’attenzione e la concentrazione è proprio il silenzio attivo e riuscire a creare la condizione interiore del “qui ed ora”.

 

Il silenzio attivo per potenziare L’EMPATIA

Per capire i sentimenti degli altri prima devi capire i tuoi” afferma Tania Singer, direttrice del dipartimento di neuroscienze sociali all’istituto di Lipsia.

Un rapporto fra due persone parte da una condivisione totale di concentrazione che conduce ad una sincronia fisica inconscia che a sua volta produce una sensazione di benessere. Attraverso questo genere di concentrazione il bambino si trova nelle condizioni più propizie per imparare, la persona si sente supportata nella relazione, il lavoratore si sente supportato nel compito e via dicendo. L’empatia dipende dal muscolo dell’attenzione e dell’ascolto attivo: per entrare in sintonia con gli stati d’animo di un’altra persona dobbiamo cogliere i segnali delle sue emozioni, che siano vocali, facciali o altro.

Così, sentiamo le emozioni di un’altra persona dentro di noi, mentre il nostro cervello applica agli stati d’animo dell’altro lo stesso sistema di cui si serve per leggere i nostri. L’empatia si basa sula nostra capacità di provare le emozioni a livello viscerale, dentro il nostro stesso corpo.
In altri termini, leggiamo gli altri sintonizzandoci su noi stessi. L’empatia racchiude un atto di consapevolezza.

 

Conclusioni

In sintesi molte fra le abilità più importanti per un Coach, l’ascolto attivo, l’attenzione, la concentrazione e l’empatia sono abilità molto bistrattate e penalizzate dallo stile della società in cui viviamo a causa dell’iperstimolazione visiva, sonora, decisionale a cui siamo soggetti, della richiesta di modalità di lavoro multitasking, dei tempi lavorativi e familiari a cui siamo sottoposti, della sollecitazione ad avere sempre una risposta per tutto e dalla poca abitudine culturale di farci delle domande e creare il silenzio affinché le risposte arrivino.

Il silenzio appunto può essere uno strumento per contrastare gli stimoli ambientali e culturali, per dedicarci alla nostra crescita, per aumentare la nostra consapevolezza e coltivare la nostra profondità interiore. Come Coach è un nostro dovere!

 

Cristina Nosella
AD Direzione, gestione e sviluppo delle persone – Gruppo Servizi CGN
Coach professionista
Portogruaro – Venezia
cristina.nosella@cgn.it

 

Nota: la Teoria del Meta-potenziale C.A.R.E.®  è di proprietà intellettuale di INCOACHNG® Srl.

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