Categoria: Silenzio, parla il Coachee

Categoria: Silenzio, parla il Coachee

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Silenzio, parla il Coachee

La “magia” del silenzio nel Coaching

Chi di noi, avvicinandosi al Coaching, non ha avvertito quell’ansia da prestazione tipica di quando ci si approccia a qualcosa di nuovo e inesplorato?

A me è certamente capitato. Nella mia mente si affollavano dubbi del tipo: sarò in grado di fare domande potenti? E se poi le domande non mi vengono in mente, cosa faccio? Sarò capace di portare il mio coachee a raggiungere i suoi obiettivi? Sarò in grado di ascoltare quello che dice il coachee e, nel frattempo, prepararmi alla prossima domanda? Insomma, poche idee e piuttosto confuse.

Le prime due lezioni del mio percorso di Coaching hanno rappresentato per me una sorta di folgorazione sulla via di Damasco. Quello che ho imparato in quei due giorni potrei sintetizzarlo come segue:

  • 1. il primo insegnamento che devi portare con te in una sessione di Coaching è: “io so di non sapere”, quindi “svuota la tua tazza” tanto per cominciare;
  • 2. le domande potenti non esistono! Esistono domande efficaci, ma non puoi conoscerle fino a quando non parla il coachee;
  • 3. quando finalmente il coachee comincia a parlare e ti viene in mente una bella domanda efficace da porre, stai zitto, perché in quel silenzio il coachee potrebbe compiere uno scatto di consapevolezza.

 

Nei giorni successivi ho cominciato a maturare l’idea che un percorso di Coaching possa essere considerato un viaggio alla scoperta di sé sia per il coachee, sia per il coach. Se da un lato infatti il coach è allenatore del suo cliente, dall’altro egli stesso deve allenarsi a scoprire e riscoprire le sue potenzialità, per usarle al meglio nel proprio lavoro.

È stato lì che ho deciso l’argomento della mia tesina di fine corso: la “magia” del silenzio nella sessione di Coaching.

 

Definizione di Silenzio

Cos’è esattamente il silenzio? Sfogliando il vocabolario Treccani della lingua italiana la prima definizione che si trova è:

silènzio: assenza di rumori, di suoni, voci e simili, come condizione che si verifica in un ambiente o caratterizza una determinata situazione…

È interessante notare che si definisce il silenzio come “assenza di qualcosa”.
È come se il silenzio fosse privo di concretezza e contenuto, qualcosa che non possiamo percepire se non in assenza di ciò che lo “nega e lo distrugge”.
Come può dunque il silenzio essere un valido alleato del coach e del coachee durante una sessione? Qual è la “magia” che si nasconde dentro il silenzio?

L’obiettivo di questo elaborato è di dare risposta a queste domande, concentrando l’attenzione su tre aspetti:

  • silenzio e zona di comfort del coachee;
  • il silenzio interiore del coach;
  • il silenzio nella comunicazione fra coach e coachee.

 

Silenzio e Zona Comfort

Quante volte abbiamo sperimentato il disagio di trovarci in ascensore con un’altra persona e non sapere cosa dire? In quei momenti di imbarazzato silenzio, cerchiamo disperatamente qualcosa su cui imbastire un discorso, possibilmente qualcosa di intelligente. Questo insieme di imbarazzo, senso di inadeguatezza e frustrazione è frutto del fatto che siamo al di fuori della nostra zona di comfort.

Ma cos’è esattamente la zona di comfort?

La zona di comfort(1) è la nostra area psicologica in cui siamo a nostro agio, la sfera in cui tutto è familiare. Potremmo dire che è l’ambito delle nostre abitudini consolidate.

Ci muoviamo nella nostra zona di comfort perché il nostro cervello è programmato per ridurre al massimo gli elementi di fatica e di stress, quindi attiva atteggiamenti di protezione e ci mette al riparo da quelli che considera possibili pericoli.

In generale non c’è niente di male in questo, tuttavia, rimanendo sempre nella zona di comfort perdiamo la possibilità di sperimentare cose nuove e sconosciute e quindi evitiamo di esporci a quegli stimoli che ci portano alla crescita. Se ci mettiamo un po’ alla volta in situazioni in cui non ci sentiamo completamente a nostro agio, miglioriamo la nostra esperienza. Per far questo, è necessario uscire dalla nostra zona di comfort. Si tratta di vivere questi momenti di disagio come piccole sfide alla nostra portata, che ci permettano di fare nuove esperienze, caratterizzate, perché no, anche da una certa dose di divertimento. Bisogna quindi mettersi in gioco e bisogna farlo a piccoli passi, accettando un minimo rischio. Per fare un esempio, un bambino che stia imparando ad andare in bicicletta senza le rotelle è fuori dalla sua zona di comfort. Dapprima è impacciato e probabilmente, cadendo, si sbuccerà le ginocchia, ma sta imparando e in questo apprendere c’è una dose di “sofferenza”. Tuttavia, quando lo vedremo sfrecciare su due ruote, sul suo viso potremo leggere il divertimento e la soddisfazione di aver vinto quella piccola, grande sfida.

La dinamica esposta può essere rappresentata dalla Figura 1.

Ognuno di noi mira a realizzare o a migliorare il proprio successo personale, ma se questo si trovasse nella nostra zona di comfort lo avremmo già raggiunto. È evidente dunque che esso si trova nella zona di apprendimento o addirittura nella zona di panico. A mano a mano che noi esploriamo la prima, ampliamo la nostra zona di comfort e, di conseguenza, riduciamo la zona di panico che si trasforma in area di apprendimento.

Come si collega questo con il silenzio del coach in una sessione di Coaching?
Il coachee, come noi tutti, ama vivere nella propria zona di comfort, ma se durante la sessione rimane in quell’area, non compie scatti di consapevolezza, perché non mette piede nell’area dell’apprendimento. Uno dei compiti del coach è quello di porre domande efficaci che siano in grado di spostare il coachee in quest’area. Tuttavia, spesso la prima risposta del coachee è vaga e, in ogni caso, pesca dall’esperienza conosciuta, quella delle risposte già esplorate. È qui che il silenzio del coach gioca un ruolo chiave nella danza con il coachee. Un’altra domanda posta a questo punto porterebbe il coachee a muoversi ancora nell’ambito che conosce, mentre nel silenzio è costretto a sperimentare il disagio di dover mettere il naso fuori dalla zona di comfort. Se il silenzio è assenza, in essa il coachee sperimenta la frustrazione di dover argomentare al di fuori delle sue “certezze”.

Nella Figura 1 il silenzio è posizionato appena fuori da quest’area, perché è come un invito che il coach pone al coachee di fare quel piccolo passo nella zona di apprendimento, per allargare i suoi orizzonti, generando quella mobilità di pensiero e di emozioni che è il potenziale in azione del coachee.

Pensandoci bene, si potrebbe dire che il coach, con il silenzio, sta ponendo al coachee una domanda molto efficace, del tipo: “come intendi riempire questo spazio vuoto?”; “Cosa vuoi/puoi aggiungere a quello che hai già detto?” Per quanto abbiamo detto sopra, il fatto che il coach non pronunci la domanda è la vera forza della domanda stessa. In quegli istanti di silenzio infatti il coachee può realmente espandere il proprio “giardino” delle comodità e far crescere la propria consapevolezza. Non solo. Il silenzio del coach impone al coachee di assumersi la responsabilità di riempire quello spazio lasciato vuoto. Questa responsabilità richiede la ricerca di risposte non ancora date per pigrizia, per paura o semplicemente perché il coachee non ha ancora avuto modo di pensare in maniera diversa alla sua situazione. In questi momenti, il coachee è alla ricerca del suo benessere personale e il silenzio lo mette di fronte alla realtà che questo può essere raggiunto solo con un atto di autodeterminazione.

È ovvio che il silenzio del coach deve essere pertinente e utilizzato nei modi e nei tempi richiesti dalla dinamica della relazione, ma fatta questa precisazione, è indubbio che, con questo silenzio “generativo”, il coach allena il C.A.R.E.®(2) del coachee.

 

Il silenzio interiore del Coach

Esiste un altro tipo di silenzio: il silenzio interiore del coach.
Ma cos’è il silenzio interiore e a cosa serve?

La nostra mente è potente e può essere usata per creare bellezza e armonia, ma anche distruzione e sofferenza. Esiste tuttavia una dimensione in cui possiamo percepire la gioia e l’equilibrio, in cui possiamo pensare in modo lucido, vedere con chiarezza e ascoltare con attenzione. Ciò accade quando riusciamo a sconfiggere qualcosa dentro di noi che non ci permette di essere quello che realmente siamo.

Con il silenzio interiore possiamo contrastare quello che in quasi tutte le tradizioni spirituali viene riconosciuto come il più grande ostacolo all’evoluzione del genere umano: la mente che interiormente continua a dire “io…, io…, io… e che, con il suo rumore, copre tutti gli altri segnali e le altre percezioni. Questo io è costruito sulle convinzioni e sui valori di ogni individuo e pervade la realtà di ciascuno, quindi affrontarlo è un compito difficile, perché noi tutti cominciamo dallo stesso punto: crediamo di essere lui.

Uno dei dogmi del coach è “io so di non sapere”. In questo senso, il silenzio interiore del coach consiste nel riconoscere e prendere le distanze dalle proprie convinzioni limitanti che contribuiscono a determinare il suo io, per accedere ad uno stato di ascolto in assenza di giudizio.

Maia Cornacchia, formatrice, counselor e analista a orientamento filosofico, scrive che l’ascolto “…è un allenamento e un esercizio di presenza, attenzione, apertura e intenzione”.

Per il coach accedere a queste dimensioni è tanto difficile quanto necessario, ma entrando in questo “stato” di ascolto proprio del silenzio interiore, egli:

  • si pone in una dimensione di accoglienza dell’altro, riconoscendo la sua unicità e passando dal giudizio alla valorizzazione;
  • esercita un ascolto attivo e privo di giudizio, in cui smette di vedere scarti ed errori e si concentra sul potenziale del suo coachee;
  • si allea con il coachee, perché non deve difendere posizioni personali, ma piuttosto essere aperto e avere fiducia in lui, nelle sue risorse e nel suo progetto;
  • entra in una dimensione autentica perché non filtrata dai limiti posti dalle sue convinzioni.

 

Insomma, con il silenzio interiore il coach riesce ad attivare le quattro “A” che caratterizzano la relazione facilitante e ad entrare in sessione, portando il suo disorientamento, come se fosse un “foglio bianco”.

Inoltre, attraverso il silenzio interiore, il coach si colloca in una interazione simmetrica con il coachee, nella piena consapevolezza del suo ruolo complementare di “guida” non giudicante e pronto a lasciare spazio ai contenuti del suo interlocutore. In un certo senso il coach, attraverso il silenzio interiore, alleggerisce il suo bagaglio e può quindi muoversi agile nella danza maieutica che porta il coachee a sviluppare il suo potenziale.

Grazie al silenzio interiore dunque il coach è in grado di costruire uno degli elementi essenziali della relazione facilitante: la geometria basata su simmetria dell’interazione, complementarietà dei ruoli e asimmetria del contenuto.

Infine, un coach che sia in grado di mettere in silenzio i suoi pensieri e le sue convinzioni, entra e rimane in sessione con una consapevolezza che gli permette di accedere allo stato di IO ADULTO e nella corretta posizione dell’IO OK / TU OK.

Esiste un ultimo aspetto da considerare. La dimensione temporale propria del silenzio interiore è quella del “qui e ora. Questa è esattamente la dimensione che il coach deve portare in una sessione, perché in essa ritrova la buona occasione, la circostanza adatta all’identificazione e allo sviluppo del potenziale del coachee. In questa dimensione il coach è focalizzato sul coachee e sul suo racconto e ciò gli permette di mantenere la sua centratura.

Quando il coach entra in questa dimensione il coachee lo percepisce e si sente libero di esprimersi e di esplorare le sue risorse interne, di prendere atto dei suoi punti di forza, ma anche di affrontare le proprie fragilità. In altri termini, di compiere serenamente il suo percorso di Coaching.

 

Il silenzio come parte della comunicazione

Quanto silenzio c’è nella comunicazione?
Come sappiamo dagli assiomi della comunicazione di Watzlawick(3), la comunicazione è fatta di contenuto e di relazione ed essa si svolte attraverso i canali del verbale, del paraverbale e del non verbale. Sappiamo anche che quest’ultimo canale rappresenta più del 50% della comunicazione.

Forse è banale dirlo, ma per più di metà di quello che comunichiamo al nostro interlocutore usiamo il canale “silenzioso.

In questo non c’è niente di strano, né di sbagliato. Tuttavia, buona parte della comunicazione non verbale è inconscia, il che significa che normalmente abbiamo pochissimo controllo su di essa e forse, per questo, è la nostra comunicazione più sincera e spesso qualifica quello che diciamo più e addirittura al di là delle parole che pronunciamo (contenuto).

La comunicazione non verbale è, generalmente, il canale che utilizziamo per esprimere emozioni e stati d’animo e questo insieme silenzioso, fatto di movimenti, espressioni del viso e posture, completa la parte di messaggio veicolata attraverso le parole. In altri termini, la lettura integrata della componente verbale e di quella non verbale della comunicazione permette di accedere non solo al significato logico razionale del racconto fatto dal nostro interlocutore, ma anche all’insieme di sensazioni e stati d’animo che accompagnano (e si fondono) con quel significato.

Un coach esperto e consapevole è in grado di scorgere in questa comunicazione “silenziosa” aspetti che possono aiutarlo a comprendere il coachee, a seguire il suo racconto e a verificare eventuali disallineamenti fra l’espressione verbale e quella corporea.

Più il coach e il coachee avranno sviluppato una relazione facilitante, maggiore sarà l’allineamento fra i significati veicolati dai due canali.

Poiché il coach non ha il compito di giudicare, né di arrivare a conclusioni basate sulla sua esperienza, da quest’osservazione può trarre elementi che dovrà necessariamente approfondire con il coachee, al quale spetta l’ultima parola.

 

Conclusioni

Abbiamo visto come il silenzio “generativo” possa essere un invito che il coach pone al coachee di uscire dalla sua zona di comfort, per sperimentare nuovi modi di interpretare la realtà o per aggiungere al suo racconto elementi non ancora considerati.

Abbiamo anche identificato nel silenzio interiore del coach uno degli strumenti a sua disposizione per co-costruire una relazione facilitante, lasciando fuori dalla sessione i suoi pensieri “inquinanti”.

Abbiamo infine rilevato come dietro la comunicazione non verbale (la “comunicazione silenziosa”), si nascondano elementi del vissuto emotivo del coachee che possono fornire dettagli preziosi sul suo racconto e sulle sue aspirazioni.

aspirazioni

Questi tre aspetti, pur non rappresentando una trattazione esaustiva, ci portano a concludere che il silenzio svolge un ruolo fondamentale nella relazione coach-coachee. Gli elementi sopra descritti arricchiscono il bagaglio di strumenti che rappresentano la base metodologica del Coaching e ci permettono di parlare di una vera è propria “magia del silenzio” che, se opportunamente indagata, valorizzata e utilizzata all’interno della relazione facilitante, contiene in sé un’enorme ricchezza da sfruttare per accrescere sia il C.A.R.E.® del coachee, sia quello del coach. (Figura 2).

 

 

Daniele Anselmo
Business & Life Coach
Milano
danselmo@esperialab.it

 

Note:
(1). https://crescitaindividuale.com/2015/07/zona-di-comfort/
(2). La Teoria del Meta-potenziale C.A.R.E.® e il concetto delle “4 A” della Relazione Facilitante sono di proprietà intellettuale di INCOACHNG® Srl.
(3). Watzlawick, P., Beavin, J.H., Jackson, D.D. (1967). Pragmatica della comunicazione umana. Roma: Astrolabio, 1971.

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