Categoria: Il viaggio interiore alla ricerca di significato nel Coaching Umanistico Evolutivo

Categoria: Il viaggio interiore alla ricerca di significato nel Coaching Umanistico Evolutivo

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Il viaggio interiore alla ricerca di significato nel Coaching Umanistico Evolutivo

La ricerca di Sé, come Ricerca di Senso.

Molti di voi conosceranno il concetto giapponese di IKIGAI, che letteralmente significa Ragione di Vita!

IKIGAI esprime la “pienezza di senso”, il motivo per cui “alzarsi la mattina”. E quando trovi il tuo IKIGAI gli occhi iniziano a brillarti ed un senso di appagamento e di gioia prendano il sopravvento!

Non stento a crederlo! Ognuno dovrebbe trovare il proprio “significato” e prendersene cura, come si fa con un “tesoro prezioso”. Ma per farlo bisogna necessariamente indagare sulla propria essenza, porsi delle domande (circa i valori, le virtù, le passioni, le abilità, i desideri, etc..).

Per quanto mi riguarda, molte volte mi sono chiesta “Chi sono?” e, questa domanda, ha risvegliato in me altri quesiti, quali: “Perché sono qui?” o meglio, Le cose che vivo e faccio ogni giorno hanno dei significati? Questi significati possono essere ricondotti ad un un’unica direzione esistenziale, una natura autentica che si esprima in una “Missione”, pur non avendone piena consapevolezza?

La teoria della ghianda, di James Hillman[1], esplora questo binomio individuo-vocazione (o seme): ognuno di noi nascerebbe con una vocazione, con un’immagina innata che ci identifica e ci chiama ad un destino e dunque a percorrere una strada. Quest’immagine resta scolpita in noi per sempre, a tal punto che, anche ove la dimenticassimo, essa non si dimentica di noi; rimane vitale dentro noi (come la ghianda lo è per la quercia) e racchiude la memoria della nostra vocazione. Ecco perché, quando deviamo da questa vocazione, essa si manifesta sottoforma di inquietudine, per ricordarci che essa esiste, vuole essere trovata, riconosciuta. Molto prima di Hillman, lo stesso Platone descriveva la vita dell’individuo come la proiezione di un’immagine unica, che si sceglie (in piena libertà) prima della nascita. Ognuno – secondo i grechi e secondo Platone – è accompagnato per tutta la vita da un “daimon” (una sorta di spirito o entità invisibile), anch’esso scelto da noi, che ha il fine di ricondurci a quell’immagine primordiale di noi, affinché noi gli restiamo fedele. Lo stato eudaimonico è quindi l’allineamento a quell’immagine autentica di noi, l’unica in grado di donarci la pienezza di significato a cui aspiriamo.

 

Mettersi in viaggio, attraverso Sé Stessi.

Con questo stato d’animo, raccolgo quindi l’immagine del Coaching quale “viaggio attraverso il proprio castello interiore”, nei meandri del proprio SE’; un viaggio alla ricerca creativa di nuovi significati e prospettive che riescano ad appagare la dimensione interiore dell’essere; non mi riferisco soltanto alla ricerco del senso ultimo dell’esistenza, che pur è nelle mie riflessioni. Ma, prima ancora, mi riferisco ad un bisogno cosciente di significato agito che – restituito all’individuo ed alle sue relazioni – si possa evolvere verso una visione di sé stesso più completa (cioè non duale).

E’ come se l’uomo, abituato a parlare del proprio “io (EGO)” in termini oggettivi e possessivi, si sia abituato ad identificarsi soltanto con la propria mente ed il proprio corpo, oppure con entrambi, perdendo la “coscienza autentica di sé stesso; ci siamo dimenticati della nostraanima” (l’essenza, la scintilla divina in noi), costruendo una “corazza” fatta di storia personale, memorie, convinzioni che ci danno sicurezza. Quando proviamo ad allontanarci da questa parvenza di equilibrio, scopriamo le paure, i principali ostacoli della nostra evoluzione, le quali a volte diventano “alibi del non agire”.

Tuttavia, “nulla viene veramente dimenticato, se esso è reale” (non riesco a ricordare chi lo dicesse): per questo motivo le inclinazioni (o i desideri) dell’anima – prima o poi – tornano a farsi sentire e – se non gli apriamo – esse urleranno! Forse per questo Maslow affermava che “Le attitudini pretendono di essere sfruttate e cessano di protestare soltanto quando vengono adoperate in misura sufficiente. Vale a dire, le capacità sono bisogni e pertanto sono pure valori intrinseci[2]”.

Nella storia della filosofia e della spiritualità, grandi Maestri e pensatori si sono chiesti quale sia la strada, cioè “come si proceda, per ritrovare la coscienza di sé stessi”. E sono copiose le indicazioni che portano più o meno alla stessa conclusione: per scoprire chi siamo – dobbiamo fare esperienza di noi stessi, attraverso l’Auto-indagine, che altro non è che l’auto-osservazione o l’esplorazione di SÉ stessi.

 

Mettersi in viaggio è rischioso, ma ne vale la pena!

E’ proprio vero: “La gran parte dell’umanità non osa partire... Gli ostacoli alla decisione di partire sono molteplici: ad esempio, la paura di vedere e accettare parti di sé stessi a cui non si è pronti, nonché la crisi che tale scoperta comporterebbe. E ancora, paure molto più comuni: la paura del vuoto o della solitudine, la paura del buio, della notte, di perdersi, di incontrare vecchi sensi di colpa o macigni del passato e così via.

In estrema sintesi, questo viaggio è fatto di cadute e di risalite, ma solo attraverso queste esperienze è possibile entrare in relazione con il proprio SE’. Sii quello che sei, diceva “Ramana Maharsi[3]. “perché “tu sei già il SÉ, sei già quello”. Fluire nel SE’ dunque è già beatitudine, è quindi Eudaimonia.

RI-SCOPRIRE la propria reale natura rappresenta quindi la sola liberazione dai nostri condizionamenti e paure, per trovare nuovi significati e direzioni e generare una TRAS-FORM-AZIONE che determini delle azioni.

 

Non solo per sé stessi.

Mi sono anche chiesta se valga la pena cercare un “tesoro solo per sé stessi”? La risposta, già in me, viene rafforzata da un piccolo libro di Martin Buber, Il Cammino dell’Uomo[4], nel quale il filosofo suggerisce di “Prendersi come punto di partenza, ma non come meta. Condivido che il cammino di evoluzione, a differenza di un cammino sterile, non è “solo per sé stessi”, ma è anche per le “relazioni” di cui siamo portatori. Non esiste “solo dentro” o “solo fuori”, ma è il giusto equilibrio tra il dialogo interiore e le relazioni l’indicatore di un cammino evolutivo, dove mente, cuore, corpo e spirito siano in armonia. Ritengo che questa consapevolezza possa addirittura attribuire più slancio all’idea di mettersi in cammino!

Nello stesso testo, trovo un’ulteriore riflessione, significativa per chi desidera partire: non ci verrà chiesto Perché non sei stato Mosè”, ma perché non sei stato te stesso!

 

Se c’è uno scopo, c’è anche una volontà per realizzarlo.

Il senso non può essere dato, ma deve essere trovato”, scriveva di Victor E. Frankl[5], inventore della Logoterapia. Nel secolo scorso, scriveva che “l’uomo è fortemente compenetrato da una volontà di significato”, cioè “è responsabile del compimento del proprio senso di vita”, perché chi è cosciente del significato della propria esistenza è in grado di superare tutte le difficoltà”. E, in tale contesto, la coscienza è l’organo di significatoche, se attivato, diventa un potente strumento di autodeterminazione.

Nella relazione logoterapica, l’individuo è messo nella condizione di trovare (da solo) un senso al proprio agire. Se l’uomo trova un significato, trova la forza interiore per fare il suo percorso, per affrontare qualsiasi difficoltà e quindi riesce a dare un’immagine compiuta alla sua vita.

Frankl identifica tre strade attraverso cui l’uomo può sperimentare la sensazione di significato: a) attraverso ciò che egli fa o crea (es. nel lavoro), b) attraverso ciò che egli sperimenta o vive (es. amando qualcuno) c) attraverso una situazione che non può cambiare (che lo porta tuttavia a cambiare il suo atteggiamento verso di essa). Perfino il dolore, in quest’ultimo caso, può trasformarsi in stimolo ad agire. Diviene distintiva, nel percorso, “la fede”, intesa come fiducia, abbandono a qualcosa di più grande! La fede – commenta Frankl – è un pensiero aumentato dell’esistenza di colui che pensa”. L’uomo che trova un senso decide di agire, come se la sua vita avesse un sovra-significato, perché attribuisce alla vita una sacralità.

Per cercare questo significato serve tuttavia il dialogo interiore, quello in cui si incontra il se stessi, il SE (come direbbe un laico) oppure Dio (come direbbe un uomo di fede). Non importa, fa notare Frankl, “definire chi sia veramente Colui con il quale si intrattiene il colloquio interiore”, l’importante è che esso generi “onesta” interiore, “autenticità verso sé stessi”.

 

Il viaggio interiore attraverso il proprio Castello.

Le mie riflessioni sul viaggio interiore mi hanno condotto ad immaginare l’inizio di un percorso di coaching – per il coachee – come l’atto di aprire la Porte del proprio Castello, in cui l’inquilino è il coachee, che lo abita, con la sua storia e le sue peculiarità, mentre il Coach è il custode del metodo, l’allenatore imparziale e discreto, sempre vigile, che è lì per accompagnarlo nell’esplorazione e per allenarlo a vedere, ad incarnare ed utilizzare le risorse ed i poteri della sua dimora. In estrema sintesi, lo aiuta a tornare a sé stesso.

Ciascun individuo ha una visione del tutto personale del suo castello[6]: la sua immagine è fatta di molte sfumature, alcune delle quali sono convinzioni cristallizzate e depotenzianti; altre invece sono convinzioni che rafforzano l’autostima, che lo spingono all’evoluzione. In primis la dimora è la casa che accoglie sé stesso”, ma è anche un castello fortificato, talora arroccato, spesso pieno di ostacoli e angoli inesplorati o pericolosi. Esso è “potenzialmente” ricco di panorami e di vedute strabilianti, un luogo sicuro in cui ciascuno ha il diritto di sentirsi “principe”, ricco di risorse emotive, cognitive e materiali. E ogni castello nasconde un tesoro, spesso nei luoghi più ameni e meno frequentati, nei punti più inesplorati della dimora, “dove nessuno penserebbe di andarlo a cercare”.

La “Dimora” è anche il cuore dell’uomo: “Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore(Vangelo secondo Matteo 6,19-23). Esprime cioè la mera essenza dell’individuo, quella dimensione spirituale o dimensione dell’anima, in cui si manifestano le sue virtù e la sua ricerca di “significato”, ultimo o pragmatico, che permettono all’individuo di tra-scendere dal proprio vivere quotidiano, allineando il suo “voler essere” e “saper essere”, con le proprie “azioni”.

Spesso però l’individuo si sente fuori dal cuore della sua “casa”, perdendosi dietro paure e desideri fittizi, non sapendo dove e come “dimorare”. Questo stato di smarrimento” rispetto alla casa, può talora configurare una crisi di auto-governo, da cui scaturisce il bisogno di aiuto. In tal senso, il desiderio di tornare a casa cela un desiderio di tornare al cuore!

 

Il Coaching Evolutivo®, attivatore di nuovi significati.

Iniziare un viaggio interiore alla ricerca di “chi si è” vuol dire entrare nel proprio castello (varcare la soglia del proprio sistema cognitivo, affettivo, emotivo, fatto di certezze e percezioni). È certamente saggio partire con una guida, un valido accompagnatore, che sia portatore di rigore e metodo, ma anche di relazione umana, empatia e accettazione, che aiuti il viaggiatore ad ascoltarsi e a sentirsi a suo agio durante il percorso. La guida di cui parliamo (il coach) saprà anche aiutare il viaggiatore a “vuotare il sacco”, perché viaggiare leggeri è la prima regola del camminatore: silenzio, dialogo interiore, relazioni autentiche, speranza, volontà, motivazione, riposo e cura di sé e, per chi vuole, meditazione e preghiera sono gli unici atteggiamenti utili a questo tipo di viaggio, oltre alla decisione di partire.

Con tali premesse, il percorso di coaching, evolutivo ed umanistico, se fondato su una relazione autentica, può essere lo strumento che facilità il ritorno a casa dell’individuo, una casa dove egli possa trovare il suo “tesoro”, il suo senso pragmatico e personale. Esso può diventare il metodo di esplorazione, in cui Consapevolezza, Autodeterminazione, Responsabilità ed Eudaimonia rappresentano i pilastri e gli obiettivi, connessi tra di loro in logica di causa-effetto (si veda a tal proposito in cui la teoria del META-POTENZIALE C.A.R.E.[7]). Mettendo al centro l’uomo, il Coaching evolutivo diventa uno strumento potente per ri-portare alla luce la coscienza (intesa come consapevolezza di sé), affinché il coachee, diventando via via conscio delle proprie risorse, possa ri-formulare un nuovo “significato agli eventi della propria storia personale e, da qui, immaginare e agire un futuro il più possibile allineato al “SE” personale più autentico.

 

 

Romina Riccitelli
Manager e Life Coach
Milano
riccitelr@yahoo.it

 

Note bibliografiche:

(1) Da “Il Codice dell’anima” – James Hillman
(2) Da “Verso una psicologia dell’essere” – Maslow
(3) Da “SII CIÒ CHE SEI. Ramana Maharshi ed il suo insegnamento” – a cura di David Godman
(4) Da “Il Cammino dell’uomo” – Martin Buber
(5) Da “Come ridare senso alla vita” – Victor E. Frankl
(6) La relazione dell’individuo con il proprio castello interiore ha talune peculiarità:

  • Tutto quello che c’è nel castello è indispensabile e tutte le risorse del castello sono utilizzate al meglio
  • Tutto quello che c’è ha “una ragione di essere” e nulla – in esso – può essere cambiato
  • Il castello è “immobile”, piantato saldamente a terra, quindi non può essere spostato, salvo cambiare dimora
  • All’interno del castello, l’individuo si muove nel perimetro di sua conoscenza, con le risorse che crede e sente di avere,
  • Il coachee crede di conoscere le stanze e gli oggetti del castello e, all’interno della sua dimora, egli si sente al sicuro
  • Inconsciamente ne conosce i passaggi segreti, ma non osa avventurarsi, per paura o per altre convinzioni, che lo limitano

 

(7) “L’evoluzione del coaching. La teoria del Meta-potenziale Care®”Alessandro Pannitti, Franco Rossi

Nota: la Teoria del Meta-potenziale C.A.R.E.® e il Coaching Evolutivo® sono di proprietà intellettuale di INCOACHNG® Srl.

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