Categoria: Il viaggio dentro me stessa verso il Coaching

Categoria: Il viaggio dentro me stessa verso il Coaching

viaggio_dentro_mestessa

Il viaggio dentro me stessa verso il Coaching

Ad un certo punto della vita, sperando che non sia troppo tardi, ti accorgi che non sai chi sei, cosa vuoi veramente e cosa ti rende felice, avendo impiegato tutta la tua esistenza precedente a far felici gli altri e pensando che la tua felicità dipenda esclusivamente dagli altri…e allora conoscerti diventa una assoluta necessità e priorità da assecondare. Chi sono e cosa voglio e dove volevo andare ? Ecco il viaggio per conoscere me stessa, che ho intrapreso con coraggio e tanto amore, l’amore prima di tutto per me stessa. E durante questo viaggio ho incontrato il coaching.

Una sera, d’estate, al mare, durante una cena tra amici, chiacchierando del più e del meno, sono entrata in particolare sintonia con una persona, che, con il suo modo di rivolgersi agli altri e di ascoltare le persone, dopo aver posto loro delle domande anche banali, con lo sguardo attento – uno sguardo che esprimeva partecipazione ed autentica empatia – aveva fortemente attirato la mia attenzione.

Alla fine della serata mi rivela che di professione faceva il coach, ci salutiamo con la promessa di non perderci di vista e con la curiosità dentro di me di capire cosa esattamente significasse “fare il coach”.
Volevo saperne di più, del coaching, della professione, e leggo il mio primo libro sull’argomento, consigliatomi proprio da questa persona.

La lettura del libro, non facilissima, mi ha fatto comunque venire voglia di approfondimento, soprattutto quando si parlava di consapevolezza del sé, conoscenza del sé, cura di sé, parole di grande impatto per me, perché una cosa mi era chiara, io non mi conoscevo abbastanza, io mi ero sempre curata solo degli altri, trascurando e scappando da me stessa, ritenendo che nell’occuparmi sempre e solo degli altri mi sarei sentita gratificata senza sapere esattamente ciò che mi avrebbe fatta sentire realizzata.

E il coaching come metodo che mette al centro la cura della persona, il suo sviluppo verso la consapevolezza, mi sembrava proprio quello che stavo cercando.

E come si fa, come si comincia il viaggio verso la conoscenza di sé? Cosa sapevo esattamente di me? Insomma sentivo quella che, lo appresi poi, in gergo si chiama “la crisi di autogoverno”, mi sentivo insoddisfatta, a volte inadeguata, frustrata, volevo sentirmi felice nell’alzarmi al mattino e volevo capire meglio come e se il coaching avrebbe potuto aiutarmi. Ho continuato a leggere libri, ho cominciato a navigare in internet, ho visitato numerosi siti di scuole professionali, che hanno suscitato il mio interesse, dentro di me si radicava sempre di più la voglia di approfondire questa disciplina, l’idea di “fare coaching” come lavoro mi intrigava sempre di più, anche perché mi rendevo conto non solo della mia frustrazione ma anche di quella di tante persone che mi stavano intorno.

La scuola di INCOACHING® più delle altre ha colpito la mia attenzione più delle altre, anche l’ organizzazione e la logistica del corso sembravano corrispondere alle mie esigenze e mentre riflettevo, senza decidermi, scoprii per caso, che il coach conosciuto al mare, e che mi aveva fatto approcciare al coaching aveva frequentato proprio questa scuola, e così mi sono iscritta ed è iniziata la mia nuova avventura, ed è continuato il mio viaggio.

Prima di cominciare il corso professionale, ho voluto sperimentarmi come coachee, ho fatto delle sessioni, che mi sono state utili sia per capirci di più, sia per risolvere parte di alcune problematiche personali e aggiustare alcuni comportamenti che non andavano bene.

Frequentare il corso è stata una scelta felice: il coaching nutre lo spirito e la mente, durante una sessione il cliente offre la sua parte migliore, anche se da parte del coach sono richieste molte energie perché si vanno ad incontrare molte resistenze perché il coach allena e sfida al cambiamento. Un buon coach oltre a possedere tanta pazienza, empatia, spirito di accoglienza, deve avere voglia di prepararsi, di studiare e di essere tecnicamente competente e soprattutto non gli deve mancare anche una buona dose di coraggio, perché ci vuole coraggio per dare ad una persona un feedback di miglioramento.

Da riflessioni fatte sull’argomento non ho potuto fare a meno di constatare, ora che ne so un po’ di più, che il coaching fa ancora parte delle nuove professioni, offre molti sbocchi ed è un lavoro che, se fatto bene, può essere di grande aiuto nell’approccio delle professioni del futuro. Il mondo intorno a noi va ad una velocità che non siamo in grado di controllare, il modo di lavorare e lo scenario stesso del lavoro, stanno cambiando, e secondo me il coaching potrà supportare, accanto alla formazione specifica, le persone ad avvicinarsi ad attività completamente nuove, proprio perché il coaching aiuta a sviluppare quella capacità di innovazione e quella flessibilità che permettono di fare un salto, uno scatto in avanti. Aggiungo che anche di fronte alla popolazione che cambia, per la presenza di molte più persone straniere, con culture diverse, che devono necessariamente integrarsi, insieme ai mediatori culturali, ritengo che anche la figura del coach possa essere davvero di grande aiuto e supporto. Va detto, inoltre, che un percorso di coaching porta le persone non solo ad una buona consapevolezza di stessi, ma anche ad una conoscenza della realtà e dei contesti in cui agiscono, necessaria per il raggiungimento di una buona convivenza civile e sociale. Diventare coach mi è sembrata una grande sfida ed un’ idea geniale, e anche un modo proficuo per continuare il viaggio verso la conoscenza di me stessa, verso un nuovo inizio, una nuova vita, un viaggio verso quel cambiamento che sentivo urgente dentro di me. Un cambiamento desiderato e cercato in varie direzioni, ma che non ero stata capace di concretizzare veramente fino a quel momento.

Quando durante il corso, nelle prime giornate, Franco Rossi ha parlato dell’ascolto e del silenzio, ecco che l’immagine rimasta nella mia memoria, della serata al mare, mi è tornata subito in mente. Che ruolo importante ha l’ascolto nel metodo del coaching! Quanto è costruttivo saper ascoltare per dare modo all’altro di esprimersi liberamente senza interromperlo! Mi sono sentita nel posto giusto al momento giusto: se desideravo essere ascoltata quando parlavo, dovevo io per prima imparare ad ascoltare, senza interrompere, e considerare quei momenti di ascolto davvero preziosi per conoscere l’altro.
Ascolto dell’altro, rispettare il silenzio, senza necessariamente cercare le parole giuste da utilizzare per riempirlo, è stata un’esperienza davvero unica, e ho imparato che all’interno di una relazione di coaching, il silenzio è un silenzio attivo ed è volto all’ascolto dell’altro, proprio per stimolare il suo pensiero personale. Il silenzio da non vivere come frustrazione perché non sai dare la giusta soluzione, bensì il silenzio come un regalo prezioso che fai al tuo interlocutore, che proprio dal silenzio e dall’ascolto riceve uno stimolo per iniziare la sua ricerca interiore che gli permetterà piano piano di trovare dentro di se le risposte, le risorse per guardare in avanti.

Questo aspetto del silenzio appreso durante il corso, è stata una scoperta bellissima ed importantissima per me, sono stata felice di rendermi conto che potevo imparare ad ascoltare e a fare silenzio, io che spesso mi sono trovata a parlare troppo, anche per nascondere imbarazzo, timidezza ed ansia.

Anche i colloqui con mia figlia sono migliorati, oggi il mio ascolto è molto più attento, la mia attenzione più focalizzata per cercare veramente di capire il suo messaggio: non perdo una parola, non più preoccupata di dover dare la giusta risposta a tutti i costi.

Una volta imparato avrei potuto aiutare gli altri a fare altrettanto, prospettiva allettante, sarei diventata una coach professionista. Solo l’idea già mi faceva stare bene.

 

Il viaggio dentro me stessa

La porta, la soglia, la strada: attraverso di essi comincia il viaggio spesso reale – talora immaginario – che tocca paesaggi, frontiere, percorsi, mete visibili e invisibili. Verso l’altro, l’altrove, l’oltre. E alla fine del viaggio ritroviamo sempre noi stessi, o un frammento di noi stessi.

Un viaggio prima di tutto dentro sé stessi, un viaggio dove imparare a ascoltarsi, a conoscersi e a prendersi cura di sé. Tante volte iniziato ma sempre interrotto.

E’ un metodo che prevede all’interno di una “relazione facilitante” (dal libro “L’Essenza del Coaching“), un percorso di allenamento, basato su un libero accordo, su una partnership, dove nessuno giudica, né dà soluzioni, in cui regna la fiducia reciproca, dove ognuno ha il suo compito da svolgere e da portare a termine, dove l’alleanza del coach verso il suo coachee è autentica, sincera perché il vero coach sa che in ogni coachee ci sono tutte quelle caratteristiche (potenzialità) che se ben allenate lo porteranno verso il suo stato di “flow”.

Il coaching è un viaggio: sono agli inizi, ma intuisco che è un viaggio che diventa sempre più bello, che migliora arricchito dall’esperienza e dalla pratica, sia per chi lo fa che per chi lo riceve e soprattutto è un viaggio che non finisce mai.

 

La felicità: effetto collaterale del Coaching

Cercare la felicità fuori di noi è come aspettare il sorgere del sole in una grotta rivolta a nord.
(Proverbio tibetano).

Il coaching mi ha fatto scoprire che la vera felicità nasce dentro di noi, non devono e non possono essere solo gli altri gli artefici della nostra felicità.

L’uomo è un animale sociale, ha sicuramente bisogno dell’amore, della stima, della considerazione e apprezzamento del prossimo, ma non basta, non è sufficiente e soprattutto non può essere dipendente dal prossimo!

Deve avere prima di tutto l’amore per sé stesso. Non può solo preoccuparsi soltanto di compiacere l’altro e agire come gli altri si aspettino che faccia.

A lungo andare questo stato porta a frustrazione ed infelicità!

Perché non abbiamo fatto crescere la quercia che è in noi…siamo rimasti ghianda! (la Teoria della ghianda è di James Hillman, psicologo americano di formazione junghiana, e dice che ogni individuo, fin da bambino è come una piccola ghianda, racchiude in sé tutte le potenzialità sufficienti per poter crescere e diventare un maestoso albero di quercia).

Cosa succede se rimaniamo ghianda? Cosa ne è del nostro “io” più profondo? Cosa desideriamo veramente? Soltanto conoscendoci, esprimendoci per quello che siamo possiamo raggiungere la felicità, che significa soprattutto compiere scelte in piena autonomia e agiamo utilizzando tutte quelle potenzialità che ci caratterizzano e siamo spinti da una motivazione intrinseca, perché riusciamo a fare quello che ci piace fare.

Sono una donna e come tale la concretezza mi sta a cuore: il coaching è concreto: il coach allena il potenziale del coachee e monitora i risultati: lo supporta, lo stimola affinché egli raggiunga gli obiettivi prefissati mettendo in campo azioni e risorse: non lo molla fino alla fine, pronto ad elogiarlo ed incoraggiarlo di fronte ai progressi e a spronarlo nei momenti di confusione e sbandamento (la gestione dei progressi e delle responsabilità è una delle 11 competenze di ICF).

Il coach contribuisce al processo di responsabilizzazione del coachee, che deve “muoversi”, spostarsi per tendere al suo obiettivo; ecco il termine “carrozza”, come mezzo di trasporto, ad indicare proprio lo spostamento da una situazione all’altra, mobilità che necessariamente viene fuori dopo un percorso di coaching. “L’allenatore non gioca la partita”, non da soluzioni ma, attraverso domande, restituzioni e rimandi aumenta il senso di autoefficacia e di autonomia del suo “giocatore”/cliente, che realizzando ciò che desidera raggiungerà uno stato di autentico benessere.

Possiamo affermare che l’effetto collaterale del coaching è la felicità, e che con un buon percorso di coaching chiunque può diventare più forte, più equipaggiato, più bravo nella vita e soprattutto più libero ed autonomo.

 

Coaching e teatro

Dopo aver parlato della mia esperienza e del mio incontro con il coaching, non posso non dare spazio ad una riflessione che sto facendo da qualche mese, e cioè da quando ho iniziato questo corso, parlo dell’affinità che ho riscontrato tra il teatro ed il coaching.

Il teatro è da sempre una mia grande passione, mi sarebbe tanto piaciuto fare l’attrice, fin da piccola declamavo da sola davanti allo specchio qualunque cosa, inventavo storie, interpretavo personaggi, come se stessi su un vero palco!….Quando recito sono felice.

Finché un giorno ho preso la mia decisione e ho cominciato a frequentare dei laboratori teatrali.

Ecco che le “4 A” (dal libro “L’Essenza del Coaching“), sulle quali si basa la relazione tra coach e coachee, apprese durante il corso da Alessandro e Franco, le ho ritrovate anche nel mio percorso teatrale.

Un attore, quando recita, accoglie un’emozione, la sente, ma non la vive, e non la trasmette. Uno stesso monologo può essere interpretato esprimendo diverse emozioni, quindi l’importante è non identificarsi in una specifica. Esattamente come il coach durante la sessione con il suo coachee: deve accogliere e comprendere l’emozione del suo cliente senza viverla a sua volta, al fine di mantenere il distacco necessario e non farsi coinvolgere.

L’accoglienza non solo delle emozioni ma anche dei compagni di scena, che non ti scegli, sono lì come te, il fine è in comune: la buona riuscita dello spettacolo, essi vanno accolti, il rapporto con loro è un rapporto alla pari (Io sono Ok tu sei Ok E.Berne). E veniamo all’ascolto, di cui ho già scritto ampiamente sulla sua importanza nel coaching, stessa importanza nel teatro: sul palco è fondamentale ascoltare il compagno di scena, per poter intervenire con le proprie battute nel momento appropriato, senza interruzioni e accavallamenti.

Come nel coaching anche l’alleanza tra attori e insegnanti/registi non può mancare. Durante la fase di laboratorio, molti insegnanti fanno fare esercizi proprio per allenare la fiducia e l’affiatamento tra i partecipanti, che imparano tecniche mirate per affidarsi all’altro.

La fiducia, è necessaria per la buona riuscita dello spettacolo finale a teatro: il regista, facendo provare e riprovare all’attore la sua parte, sa che produrrà un’ottima performance, così come il coach ripone la massima fiducia (fiducia contraccambiata) nel suo coachee che allenando il suo potenziale, raggiungerà il suo obiettivo di miglioramento attraverso le azioni da lui stesso determinate.

L’autenticità, altra “dote” necessaria all’attore, soprattutto in un certo tipo di teatro, come la commedia dell’arte, dove c’è molta improvvisazione, gli attori non imparano a memoria un intero copione, ma sulla base di un “canovaccio” (linee guida), devono improvvisare; l’attore, entrando in scena, deve sgombrare la mente il più possibile, essere sé stesso, attento ad ascoltare ed osservare l’altro per porgere la giusta battuta nel momento opportuno.

Ma le analogie sono tantissime, anche la motivazione che porta alla domanda di coaching può essere simile a quella che spinge a frequentare un laboratorio teatrale: il desiderio di mettersi in gioco, di aprirsi all’altro, di acquisire consapevolezza delle proprie potenzialità e risorse; sono entrambi percorsi dinamici, che stimolano e aiutano a vedere la realtà da diverse prospettive, non accettando passivamente risposte rigide e assolute.

Ogni coach ha il suo stile, il metodo è uguale, ma nel rispetto del metodo, ognuno è libero di spaziare con la sua creatività, così come ogni attore è libero di interpretare un ruolo come meglio crede e come meglio si addice alla sua personalità.

 

Conclusioni

Ecco, dunque che il coaching, come percorso che pone la sua attenzione sulla persona e la conoscenza e cura del sé può rappresentare, invece, un valido aiuto nelle vite di molti di noi e contribuire ad aumentare la produttività delle persone e quindi la redditività in senso generale. Il coaching può essere un trainante dell’economia! Ecco perché tutti dovrebbero fare un percorso di coaching, per una consapevolezza autentica e un’ accettazione della propria unicità, senza sentire invece il bisogno di omologarsi agli altri per paura, quella stessa paura che impedisce di accettare la diversità, considerandola come elemento ostile e non fonte di arricchimento.

Molte oggi sono le organizzazioni e aziende sia pubbliche che private che utilizzano questa figura professionale, ma ritengo si debba fare di più: ad esempio si dovrebbe prevedere all’interno delle scuole, di ogni ordine e grado, insieme agli insegnanti specifici di ogni materia, anche la presenza stabile di un coach professionista, che aiuti sia i ragazzi che gli insegnanti, sia nel ruolo di facilitatore per la gestione di inevitabili conflitti, sia soprattutto per supportare/aiutare i ragazzi stessi nelle loro scelte, per capire quali sono le loro potenzialità caratterizzanti ed indirizzarli verso studi universitari o percorsi professionali appropriati ed allineati.

Diventare quello che non siamo è uno spreco di tempo e di energie.

Una persona felice sarà un professionista felice, un marito/moglie felice, un padre/madre felice, qualunque sia l’ambito di competenza e qualunque il contesto in cui opera.

 

 

Eleonora Raimondi
Life coach
Roma
e_raimondi@hotmail.it

 

Nota:
La Relazione Facilitante e le “4A” riportati nella tesina sono di proprietà intellettuale di INCOACHING® Srl.

No Comments

Post a Comment

Chiama subito