Una Scelta: il Coraggio di farla, la Paura di farla sbagliata
Mi rendo sempre più conto, attraverso le storie di vita dei Coachee, di come (e di quanto) dietro la generica espressione di ‘fare una scelta’, non vi siano solo scenari di cui il Cliente stesso è inizialmente all’oscuro, ma anche implicite prove da superare, prima ancora di arrivare alla fatidica soglia del voler/dover ‘scegliere’ in che modo mettere in atto future azioni nel proprio cammino, personale o professionale che sia.
Nello specifico, mi riferisco a tutti quei momenti nei quali, raggiunta una certa consapevolezza della situazione di cui è portatore, il Coachee percepisce l’avvicinarsi di una sorta di ‘corrente cognitiva’ che lo sta inevitabilmente trasportando verso una presa decisionale che marcherà una data direzione del suo percorso di vita. Una ‘prima prova’ da parte del Cliente è la capacità di vedersi dal di fuori, il riuscire a riconoscere la problematica di cui (a volte) è vittima e protagonista al tempo stesso, l’iniziare a stabilire una distanza tra il Sé e la narrazione del caso che va raccontando, “[…] vedere le cose distanti come se fossero vicine e prendere una visione distanziata delle cose vicine” (Musashi, 2013).
La considero una ‘prova’ in quanto, dalla mia esperienza, la riflessione del Coachee muta nel tempo, assumendo tratti sia vorticosi, come quando colti da un’illuminazione profonda ci appare d’improvviso chiara la visione dell’insieme e ci si sente subito pronti ad agire, sia esplorativi, per cui si comprende che, valutate più strade, immaginati molteplici scenari e sperimentati diversi approcci, è percorribile ‘quel’ sentiero individuato. E’ un momento che segna la ridefinizione del problema da un’ottica diversa e il Cliente ha l’energia necessaria per focalizzarsi ora sui passi successivi; non si è fuori dalla situazione, dubbi e timori aleggiano ancora, le nubi restano all’orizzonte ma il cielo è un po’ più terso.
Una ‘seconda prova’ ha inizio quando ci si concentra ‘sul da farsi’, il come procedere una volta identificato il cammino da intraprendere; in contesti del genere, mi è spesso capitato di osservare il Coachee in preda al forte conflitto interiore tra la volontà di agire e l’essere ben deciso a mettere in pratica un’azione. Il volere rappresenta già una forma di intenzione orientata a fare qualcosa, la meta di un obiettivo ancora in potenza di cui ora si ha una visione più chiara, ma la carica motivazionale che ne è alla base è come un propulsore senza direzione, dove il consumo di energia necessario ad andare avanti si disperde ‘in buone intenzioni’ che, per quanto ragionate, restano a un livello semi onirico.
L’essere decisi ad agire, invece, permette al Coachee non solo di assumersi il potere di compiere un’azione concreta e contestualizzata, ma anche di calare nella realtà il piano più aleatorio del proprio volere, e vederne i risultati, produttivi o meno che possano poi rivelarsi. Il passaggio dalla semplice volontà alla messa in atto decisionale costituisce per me il fulcro di tale ‘prova’, ovvero la capacità da parte del Cliente di riuscire a spostare il focus dalla sua intenzione a come (e quanto) quest’ultima influisca anche sulla sua azione. Lo ‘stare nel mezzo’ smuove e alimenta emozioni contrastanti che, prima o poi, necessitano di una presa di posizione del Coachee per contestualizzarne l’impatto in funzione di ciò che semplicemente vuole o è concretamente deciso a fare.
Da un lato, una nuova consapevolezza può portare il Cliente a comprendere meglio ‘il suo volere’, per cui si rende conto che l’osservare la situazione personale da un diverso punto di vista è per lui al momento sufficiente, ha bisogno di ‘prendere confidenza’ con tale modo di affrontare il contesto e necessita di un tempo ulteriore per capire al meglio come (ri) adattare ‘le nuove lenti’ alla propria realtà. Dall’altro lato, invece, una decisione mirata non solo può determinare l’elaborazione di un piano d’azione specifico ma anche spronare il Coachee a mettersi in gioco in un territorio che, sebbene ancora sconosciuto, funge da stimolo continuo al desiderio concreto di vedere il risultato a cui porterà il passo intrapreso. Tale processo decisionale “[…] può avere un impatto diverso sull’individuo a seconda della qualità e dell’entità del cambiamento desiderato, ma non c’è dubbio che un qualsiasi cambiamento rappresenti un elemento evolutivo destabilizzante di un sistema esistente” (Pannitti, Rossi, 2012).
In ogni caso, infatti, a qualsiasi tipo di scenario il Cliente pervenga, la percezione a cui il suo livello di consapevolezza riuscirà a portarlo, determinerà la scelta di fermarsi, procedere o tornare anche indietro, sulla base di quanto riterrà opportuno fare in quel dato momento o periodo della sua vita. Il coraggio di ascoltare il proprio volere, prendersi del tempo o intraprendere un’azione concreta delimitano un nuovo spazio mentale rispetto alla situazione da cui il Coachee è partito, e già tale ‘prova’ rappresenta un superamento completo di uno stato iniziale confuso, sbiadito, sofferto. L’atto coraggioso “[…] è sempre condizionato dalle percezioni. Se sento un basso livello di autoefficacia, e non mi alleno a riconoscere le mie vere risorse, il coraggio verrà soffocato dalla paura” (Trevisani, 2014).
Ed è proprio nel momento in cui la decisione coraggiosa del Coachee si apre (comunque) a una sua forma di azione che può subentrare il timore, non tanto di agire, bensì delle conseguenze per lui sbagliate a cui la scelta potrebbe condurre. In questo modo, nonostante l’acquisizione personale di una maggiore consapevolezza rispetto agli inizi del percorso di coaching, il Cliente si trova a dover affrontare quella che definisco la ‘terza prova’, ovvero il superamento o la contestualizzazione della Paura. L’aver deciso di presentarsi a un terzo e definitivo colloquio di lavoro reputato fondamentale per la propria carriera, aver adottato le migliori strategie per prepararsi al meglio ma, pochi giorni prima, andare letteralmente in crisi per il timore di ciò che potrebbe configurarsi come futuro scenario professionale in termini di carichi di lavoro e responsabilità può spingere il Coachee a rifiutare l’offerta. E non si tratta della paura di scegliere se andare o meno al colloquio, bensì della delusione che potrebbe celarsi dietro quel traguardo così tanto ambito e dell’eventuale caduta (a posteriori) in termini d’immagine di ruolo professionale, competenze e certezze professionali.
Altre ombre di potenziali scelte sbagliate possono annidarsi nella tipologia del regalo ideale da fare a una persona cara per ricucire un’amicizia di vecchia data, dove il Cliente associa l’efficacia del recupero di un rapporto alla sua capacità di individuare l’oggetto più indicato al destinatario e, onde evitare una scelta sbagliata, non riesce più a trovare un altro gesto che esprima al meglio il significato che ha per lui quell’amicizia. Così come per un padre che, riconoscendo di aver sempre spronato la figlia in modo ‘troppo direttivo’ nella conquista della laurea, a poche settimane prima del grande giorno, non sapendo cosa fare nel momento in cui ci sarà la proclamazione e per timore di apparire ‘sdolcinato’, non sa se reprimere quell’impulso di gioia per ‘salvare la faccia’ o ‘darsi il permesso’ di abbracciare la figlia in una giornata così importante.
Se la paura di fare una scelta rappresenta già una forte resistenza per il Coachee, di qualsiasi possibile azione si tratti, il timore di scegliere una direzione che già si prefigura ai suoi occhi come sbagliata può trovare la sua liberazione soltanto facendo un passo, per quanto spontaneo o auto imposto giunga dalle parole del Cliente; ed è proprio da quella decisione che, nonostante gli scenari catastrofici o le tempeste emotive in atto, la consapevolezza del Coachee conquista un altro gradino, magari scomodo, precario, instabile, ma comunque una base superiore sulla quale si è saliti per vedersi agire in altro modo: “[…] ci sono cose che dovete assolutamente fare e cose che vorreste fare, […] la differenza nel modo di percepire e giudicare questa intenzione influisce anche sulle vostre azioni” (Moestl, 2017).
Anche l’immobilità potrebbe essere un ‘valido antidoto’ alla paura di sbagliare, ma un conto è la riflessione finalizzata a trovare un bagliore nel proprio buio, un altro bloccarsi e decidere di astenersi dal fare una scelta per deresponsabilizzarsi, evitare cadute o, più umanamente, incappare nell’errore. Il restare privi di movimento non fa altro che logorare la fissità in cui si è deciso di rimanere ma, prima o poi, qualcosa dentro, a volte rielaborato anche dal contesto esterno, necessita di sbloccarsi, uscire, muoversi e agire, in maniera istintiva o ponderata che sia: “[…] rimanere immobili non garantisce la salvezza né la possibilità di godere pienamente della propria vita. […] Ricordate che non dovete annullare la paura e l’incertezza ma, al contrario, accettare questi sentimenti negativi e trasformarli in carburante per le vostre azioni” (Maltese, 2009).
E nel momento in cui il Coachee supera la sua ‘terza prova’ optando per una scelta concreta, seguita da un’azione che metta a frutto il processo decisionale, il Cliente non solo assume una nuova capacità di visione del problema ma anche una maggiore libertà di vedere verso se stesso da un punto di vista, non più mentale ma ancorato a una realtà più oggettiva. Come nelle arti marziali, l’esecuzione di una serie di movenze relative a una specifica ‘forma’ va fatta con la concreta intenzione di colpire o difendersi idealmente (da) un ipotetico aggressore, così il Coachee trasforma la volontà personale in un’azione diretta al raggiungimento di un suo obiettivo: “se sguaini la spada devi essere interiormente pronto a uccidere l’avversario” (Musashi, 2013).
Federico Polidori
Training Specialist, Trainer, Life Coach
Cologno Monzese (MI)
federicom18@libero.it
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