Categoria: Pensare ed essere: cambiamento di orizzonti nella sessione di Coaching

Categoria: Pensare ed essere: cambiamento di orizzonti nella sessione di Coaching

Pensare ed essere: cambiamento di orizzonti nella sessione di Coaching

Quanto più un dialogo è autentico, tanto meno il suo modo di svolgersi dipende dalla volontà dell’uno o dell’altro degli interlocutori. Il dialogo autentico non riesce mai dove noi volevamo che fosse. Anzi in generale è più giusto dire che in un dialogo si è “presi”, se non addirittura che il dialogo ci cattura e ci avviluppa

H.G. Gadamer, Verità e metodo, p 441

 

Quando ho iniziato questa ricerca, intrigata dal tema del processo riferito al pensiero, pensavo di indagare quali concezioni teoretiche fossero alla base del metodo e della prospettiva propri del coaching.

Più che la maieutica socratica, già ampiamente esplorata, mi interessava collegare il processo di coaching alla filosofia ermeneutica, ovvero alla concezione che il pensiero pensante (il pensiero in azione) è sempre derivato da un pensiero pensato, dal soggetto stesso o da altri, da cui si evolve o si allontana, ma dal quale comunque sempre scaturisce.

Tuttavia, riflettendo sulla griglia ermeneutica attraverso la quale interpretiamo i fatti e il mondo, non ho potuto prescindere dai vissuti emozionali che sempre tessono i nostri pensieri; e mio malgrado, il percorso che ha avuto origine da una domanda squisitamente teoretica, ha necessariamente attraversato la riflessione sulle emozioni e la loro influenza sul pensiero.

È pur vero, che la tensione alla realizzazione e alla felicità, sono comunque il fine ultimo delle nostre azioni, comprese quelle intellettive.

 

Penso, dunque sono

In che modo il coaching è basato su un processo, che è in ultima analisi un processo di pensiero?

E per quale motivo il coach, in questo metodo, gioca un ruolo così fondamentale?

Da queste domande essenzialmente teoretiche è nata la mia ricerca, tesa a comprendere come il percorso di coaching favorisca il movimento di pensiero.

Interrogarsi sul pensiero, chiedendosi da dove esso scaturisca e come si produca, significa entrare nell’ambito più proprio della filosofia, che già nei dialoghi platonici, agli albori del pensiero occidentale, su tali interrogativi si soffermava. E proprio nei Dialoghi ritroviamo la natura, sostanzialmente dialogica e dialettica del pensiero, che non nasce dal niente, ma sempre da pensieri già pensati.

Il movimento del pensiero non è infatti il risultato un atto creativoche porta all’esistenza qualcosa dove prima era il nulla: come ogni attività umana, anche l’attività intellettiva, più propriamente producequalcosa, nel senso che trasforma ciò che prima già esisteva, o rende manifesto ciò che prima era latente. In altri termini, il nuovo pensiero scaturisce sempre da un pensiero già pensato, da cui evolve o si allontana, ma dal quale in ogni caso prende origine.

E cos’è l’alternarsi di domande, feedback e risposte, nel dialogo di coaching, se non un continuo scaturire di pensieri, da pensieri pensati: dal coachee e dal coach all’interno della relazione facilitante.

La dynamis del pensiero si realizza cioè all’interno di un dialogo (logos-dia) che è un discorso-tra ma soprattutto un pensiero-tra. Come sempre l’etimologia ci viene in aiuto: in greco logos ha due significati, pensiero ma anche parola; pensare e parlare sembrano accomunati da un unico destino, in cui l’uno non esiste senza l’altra, e in cui i movimenti dell’una, sono anche movimenti dell’altro. Il movimento del pensiero, nella sua evoluzione è quindi sostanzialmente dialettico.

Ma come avviene la produzione di nuovi pensieri a partire dai pensieri pensati, ovvero da quel testo, parlato o scritto, in cui questi ultimi esistono?

A tali interrogativi sembra rispondere la filosofia ermeneutica, che sostanzia l’intero pensiero occidentale, e che nelle sue espressioni più radicali nega l’esistenza dei fatti e delle cose in sé, per ridurli a nostre interpretazioni. Ogni atto di comprensione è sempre un atto di interpretazione: il testo, parlato o scritto, è sempre altro-da noi e nel momento in cui ci accingiamo a comprenderlo, lo facciamo con il nostro bagaglio di conoscenze, idee e opinioni.  Esse costituiscono quindi la griglia ermeneutica attraverso la quale arriviamo a comprenderlo, e che possiamo controllare, ma mai del tutto eliminare per raggiugere una qualche presunta neutralità oggettiva. Ciò è tanto più vero, poichè non riguarda solo la comprensione del testo dell’altro, ma anche quella del nostro stesso testo, una volta che è stato prodotto e diviene altro da noi.

Il circolo ermeneutico “caratterizza la comprensione come un’interazione del movimento della trasmissione storica e del movimento dell’interprete[1]in cui prospettive diverse (orizzonti, scrive Gadamer) si fondono, dando origine a qualcosa di sempre nuovo. Comprendere significa lasciare avvenire il rapporto tra sé e altro da sé, in un dialogo paragonabile, a detta di Gadamer, alla dialettica socratica, caratterizzata dalla centralità della domanda.

Si comprende, quando si risale al di là di quanto è detto, quando si memorizza, si sintetizza, si giunge al senso: e questo avviene mediante l’incontro di almeno 3 prospettive (quelle dei 2 soggetti e quella, altra ad entrambi, del testo prodotto) in un dialogo che produce nuovo pensiero.

Torniamo al coaching e agli strumenti fondamentali del coach: le domande, che consentono di giungere ai significati; i silenzi che, se ascoltati, consentono di colmare i vuoti di senso; i feedback che restituiscono pensieri, condensandoli e sintetizzandoli. Sono gli strumenti che, nel dialogo e all’interno della relazione facilitante, in un continuo processo ermeneutico che vede nel coachee l’interprete principale, fanno scaturire mobilità, ovvero nuovo pensiero.

Seguendo il filo rosso dell’indagine teoretica e della filosofia ermeneutica, abbiamo compreso come le restituzioni del coach siano i pensieri pensati (dal coachee e dal coach all’interno del dialogo) dai quali il coachee, in un continuo processo interpretativo, arriva a produrre nuovi punti di vista.

Se pensiamo alle competenze fondamentali del coach, alla sua centratura sull’IO sono OK -TU sei OK, alle 4 A della relazione facilitante, capiamo come partendo da questo orizzonte ermeneutico nuovo, tessuto di alleanza e di fiducia e donato dal coach con le sue restituzioni, nel coachee possa scaturire quel nuovo pensiero che è nuova consapevolezza di sé e delle proprie potenzialità.

E che si traduce in nuove azioni.

Dalla crisi di autogoverno, ad una mobilità nuova, che a sua volta porta a nuovi comportamenti e ancora a nuovi pensieri. Cogito ergo sum: la piena espressione delle potenzialità del coachee e del suo essere, il suo nuovo modo di rappresentarsi e di percepirsi, derivano da quei nuovi pensieri, che sono le nuove prospettive nate nel rapporto di coaching.

Nella relazione facilitante la tensione verso la consapevolezza di sé e delle proprie potenzialità, avviene sotto lo sguardo del coach: che non è puramente neutrale, come ci insegna la filosofia ermeneutica, ma solo privo di giudizio e pregiudizi, soprattutto alleato, e pertanto fonte di nuovi punti di vista da cui il coachee può guardare sé stesso. Gli occhiali del coach, in cui il coachee si riflette e si vede, scardinano quei pregiudizi che il coachee ha su di sé, aiutano a rimuovere gli ostacoli che egli pone a sé stesso, facilitando, grazie a questa nuova consapevolezza, il movimento verso la sua realizzazione eudaimonica.

 

Se riesci a tradurre in parole ciò che senti, ti appartiene

La centratura del coach, la relazione facilitante ci hanno introdotto ad un altro tema, che pur partendo da un approccio squisitamente ermeneutico non possiamo tuttavia trascurare: quello delle emozioni e dell’intelligenza emotiva.

Il nostro pensiero non è la pura produzione di un atto teoretico, e il processo ermeneutico avviene  a partire da un orizzonte delineato anche dalle emozioni.

Ne deriva che, poiché queste cambiano e possono cambiare, cambia e può cambiare la nostra interpretazione degli eventi e di noi stessi.

Nell’Intelligenza Emotiva, Goleman porta l’intelligenza nella sfera dei sentimenti: compie un viaggio nel mondo delle emozioni, che abbandonando la prospettiva puramente neurobiologica, tenta invece di comprendere come esse determinino i comportamenti, scartando a volte il pensiero consapevole, ma potendo essere a loro volta dal pensiero stesso governate e addomesticate.

Goleman afferma che abbiamo due menti, due sistemi di conoscenza: la mente razionale, che domina nella consapevolezza e nella riflessione, capace di ponderare e riflettere; e la mente emozionale, impulsiva, potente, a volte illogica. Il rapporto razionale-emozionale, altrimenti detto mente-cuore, nel controllo di noi stessi varia continuamente: quanto più è intenso il sentimento, tanto più domina la mente emozionale, e tanto più è inefficace quella razionale. Così come, il sentire “con il cuore” che una cosà è giusta, ci dà una convinzione e una certezza più profonde di quando lo pensiamo con la mente razionale.

Questa situazione deriva probabilmente dal vantaggio evolutivo che è stato l’essere guidati da emozioni e intuizioni nei momenti di pericolo in cui era necessaria una reazione immediata: le emozioni sono impulsi alle azioni, di cui ci ha dotato l’evoluzione per gestire in tempo le emergenze della vita, laddove il pensiero ha invece bisogno di più tempo e potrebbe valerne della nostra esistenza. Ecco perché sono così perentorie e immediate nello spingerci ad agire.

Demistificate della loro valenza etica, quando allora le emozioni diventano pericolose, e generano disequilibrio? “Spesso … queste due menti sono perfettamente coordinate; i sentimenti sono essenziali per il pensiero razionale, proprio come questo lo è per i sentimenti. Ma quando le passioni aumentano di intensità, l’equilibrio si capovolge: la mente emozionale prende il sopravvento, travolgendo quella razionale”[2]. Nell’equilibrio, le emozioni informano e alimentano la mente razionale, che senza di esse non potrebbe funzionare al meglio; è solo nelle situazioni in cui le emozioni eludono il controllo della razionalità, che esse prendono il sopravvento e rompono l’armonia.

Ritorniamo alla nostra indagine sul processo del pensiero e della conoscenza di sè nella relazione di coaching, con la consapevolezza che i pensieri “vengono associati nella mente non solo in base al loro contenuto, ma a seconda dello stato d’animo”[3]e che quindi le nostre decisioni non dipendono dalla razionalità pura, ma anche dai sentimenti e da quella saggezza emozionale antica scaturita dal nostro passato, genetico e personale.

Diventa allora fondamentale, ai fini della consapevolezza, indagare nel racconto del coachee, il suo lato emozionale. Nella misura in cui le emozioni intralciano o potenziano le nostre capacità di pensare, di decidere, di agire in vista dei nostri obiettivi, esse definiscono anche i nostri limiti e le nostre possibilità, determinando la nostra capacità di raggiungere i risultati desiderati.

Goleman definisce l’intelligenza emotiva come una meta-abilità, che determina la misura in cui gli individui sono in grado di usare le loro altre capacità mentali: portare l’intelligenza nella sfera delle emozioni per averne la consapevolezza e il controllo, facilita dunque l’espressione delle nostre potenzialità. Portare consapevolezza nelle nostre emozioni, con una continua attenzione non reattiva né giudicante, è il presupposto per liberarsi di stati d’animo negativi che imbrigliano il pensiero e bloccano l’azione: la crisi di autogoverno da cui il coaching riceve la sua domanda. Ma è anche il presupposto per sfruttare al massimo le emozioni positive, le passioni – le motivazioni intrinseche dunque – nella definizione e realizzazione degli obiettivi desiderati.

Grazie agli occhiali del coach, con cui il coachee inizia a vedersi, e a quelle domande che conducono anche all’intelligenza delle sue emozioni, egli può accedere ad un orizzonte interpretativo nuovo: una dimensione positiva e di ottimismo che è poi capacità di automotivarsi, sensazione di avere le risorse necessarie al raggiungimento dei propri obiettivi, ma anche flessibilità di escogitare nuovi modi per perseguirli, capacità di frantumare un compito difficile nelle sue parti più piccole e maneggevoli.

Le convinzioni che le persone nutrono sulle proprie capacità, hanno un profondo effetto su queste ultime: l’intelligenza emotiva, afferma ancora Goleman, il massimo livello di imbrigliamento delle emozioni al servizio del pensiero e delle prestazioni, trova la sua massima espressione nel flow, quello stato d’animo, paragonabile all’estasi, in cui entra chi realizza al massimo il suo essere, compiendo l’attività che ama e dalla quale è totalmente assorbito. Nel flow, “le emozioni non sono solo contenute e incanalate, ma positive ed energizzate, in armonia con il compito cui ci si sta dedicando”.[4]

L’autoconsapevolezza di sé e delle proprie potenzialità, in quanto presupposto per la realizzazione di obiettivi e desideri realmente coerenti con il proprio essere, e anche fonte di felicità.

Il percorso di coaching, è allora un cammino verso la realizzazione e la felicità.

Un cammino che il coachee impara a compiere dando metodo e focus ai propri pensieri, ma anche portando luce sulle proprie emozioni e sui propri desideri, cambiando così gli orizzonti interpretativi e aprendosi a nuovi confini, sempre sorretto dallo sguardo alleato del coach.

 

Monia De Angelis
Consulente HR e Coach Professionista
Varese
monia.deangelis1@libero.it

 

Note:
[1] H.G. Gadamer, Verità e metodo, p. 343
[2] D. Goleman, Intelligenza Emotiva, pag. 28
[3] Ibidem, pag 98
[4] Ibidem pag 118

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