Scegliere con consapevolezza: il Coaching nell’orientamento
In questo articolo voglio parlare di qualcosa che considero il cuore del mio lavoro: l’unione tra Coaching e orientamento. Una combinazione che, nella mia esperienza quotidiana, non è solo utile, è trasformativa. E che il percorso di Coaching Evolutivo con In-Coaching ha contribuito ad approfondire, arricchire e radicare in modo ancora più consapevole.
“Quindi, quale altra opzione mi dai?”
Quando incontro per la prima volta un ragazzo o una ragazza alle prese con la scelta del proprio futuro accademico o professionale, la domanda che trovo spesso negli occhi, e anche nelle parole, è sempre la stessa: “Quindi, quale opzione mi dai? Tu che non mi conosci nemmeno.”
È un momento che conosco bene. Arrivano carichi di aspettative, spesso mandati da genitori preoccupati o da insegnanti che sperano in una risposta definitiva. Si siedono davanti a me aspettandosi un elenco di possibilità, un consiglio esperto, una scorciatoia verso la chiarezza.
Ed è proprio lì che inizia il loro percorso. Perché io non do opzioni. Non do risposte. E soprattutto, e questo li sorprende sempre, non ho nessuna intenzione di farlo.
Il mio ruolo non è quello di una persona che sa cosa è giusto per loro. È quello di una facilitatrice, di qualcuno che li accompagna a trovare da soli ciò che già, in qualche modo, è dentro di loro. Ma perché questa scelta metodologica? Cosa succede quando l’orientamento si ferma a elencare opzioni senza passare prima per la conoscenza di sé?
Quello che osservo, nella maggior parte dei casi, è questo: i ragazzi scelgono per esclusione, per imitazione, per pressione esterna. Scelgono quello che si aspetta da loro, o quello che ha scelto il loro amico del cuore. Manca la bussola interna. E senza quella, qualsiasi opzione esterna resta fragile, esposta al dubbio, alla demotivazione, all’abbandono.
Il problema, insomma, non è mai la mancanza di opzioni. È la mancanza di consapevolezza di sé da cui partire per valutarle.
È questo il nodo che l’orientamento tradizionale, quello che si limita a illustrare facoltà, sbocchi professionali e statistiche occupazionali, spesso non scioglie. Fornisce informazioni preziose, certo, ma le consegna a qualcuno che non sa ancora bene chi è. È un po’ come darsi una mappa dettagliatissima senza sapere il punto di partenza.
Il metodo: prima dentro, poi fuori
Nel mio lavoro utilizzo l’Ikigai come strumento di orientamento, ma con una particolarità rispetto all’uso più comune che se ne fa.
L’Ikigai, concetto giapponese che potremmo tradurre come “la ragione per cui vale la pena alzarsi la mattina”, si articola in quattro domande fondamentali: Cosa ami fare? Cosa sei bravo/a a fare? Di cosa ha bisogno il mondo? Per cosa potresti essere pagato/a?
La maggior parte delle persone, quando usa questo strumento, le affronta tutte e quattro in sequenza lineare, come se fossero domande di pari peso. Io invece mi fermo. Mi fermo a lungo, a volte molto a lungo, sulle prime due.
Le domande “Cosa ami fare?” e “Cosa sei bravo/a a fare?” non trovano risposta in cinque minuti. Non si risponde nemmeno in modo puramente razionale. Richiedono esplorazione, ascolto e sorpresa. Ed è qui che il Coaching entra in modo naturale e necessario.
In questa fase utilizzo domande potenti, esercizi di riflessione, tecniche di ascolto attivo tipiche del Coaching. Chiedo a un ragazzo di raccontarmi un momento in cui si è sentito vivo, capace, nel flusso. Chiedo di descrivere cosa farebbe se non dovesse preoccuparsi di nessun vincolo esterno. Chiedo di ricordare quando il tempo è volato senza che se ne accorgesse. Non sto cercando risposte giuste. Sto cercando segnali.
Questo lavoro può durare ore, o distribuirsi su più incontri. Non si tratta di un ostacolo al percorso di orientamento, è il percorso di orientamento. Solo dopo aver fatto un lavoro autentico su di sé passiamo alle domande esterne: cosa chiede il mercato, cosa è economicamente sostenibile, quali strade esistono concretamente. Non perché queste domande siano meno importanti, ma perché, se si parte da lì, si rischia di costruire un futuro professionale su basi altrui. Un futuro che non regge, perché non è radicato in chi quella persona davvero è.
Quello che il Coaching Evolutivo mi ha confermato, e aggiunto
Ho scelto di formarmi con In-Coaching e di approfondire il modello del Coaching Evolutivo perché sentivo che la mia pratica aveva bisogno di un quadro teorico più solido, di un linguaggio più preciso per descrivere quello che già facevo.
Il Coaching Evolutivo lavora su quattro meta-potenzialità che ogni essere umano possiede e che il Coaching aiuta a sviluppare: Consapevolezza, Autodeterminazione, Responsabilità ed Eudaimonia. Quando le ho sentite a lezione la prima volta, ho riconosciuto in esse esattamente ciò che osservo nei ragazzi con cui lavoro, sia come ostacoli da attraversare, sia come traguardi da raggiungere.
La consapevolezza è il punto di partenza. Senza una comprensione chiara di chi si è, dei propri valori, delle proprie energie, di ciò che genera entusiasmo e di ciò che invece svuota, ogni scelta orientativa è costruita sull’aria. È la consapevolezza che permette di rispondere davvero alla domanda “Cosa ami fare?” , senza proiettare su di sé le aspettative degli altri.
L’autodeterminazione è ciò che rende una scelta veramente propria. I ragazzi che arrivano da me spesso non sanno distinguere tra quello che vogliono e quello che si aspetta da loro. Il Coaching, in questo senso, non suggerisce una direzione: aiuta a riconoscere la propria voce tra il coro di voci esterne. Ed è questa la differenza tra una scelta subita e una scelta abitata.
La responsabilità è la conseguenza naturale delle prime due: quando si è consapevoli e ci si è autodeterminati, si è anche più disposti ad assumersi la piena responsabilità del proprio percorso. Non si cerca più qualcuno a cui dare la colpa se le cose non vanno come sperato, perché la scelta è stata davvero propria.
L’eudaimonia, infine, è il filo rosso di tutto. Non si tratta di felicità come stato momentaneo, ma di fioritura autentica, di vivere allineati con chi si è, esprimendo i propri talenti in modo concreto nel mondo. È questo l’orizzonte verso cui il lavoro di Coaching orientativo vuole tendere: non trovare “un lavoro”, ma costruire una vita professionale che abbia senso.
Lavorare con questo modello mi ha anche regalato nuovi strumenti pratici che ho integrato nelle sessioni. Ho imparato a prestare ancora più attenzione alla qualità della relazione con il coachee, quella che il modello chiama relazione facilitante, perché è lo spazio sicuro della relazione a rendere possibile l’esplorazione profonda. Ho affinato la capacità di stare nel silenzio senza riempirlo, di accogliere le esitazioni senza accelerarle, di fidarmi del processo anche quando non sembra che si stia “andando da nessuna parte”.
Cosa cambia, concretamente
I risultati di questo approccio non sono astratti. Sono visibili, tangibili, e spesso mi commuovono.
Il cambiamento più importante non è la scelta della scuola superiore, della facoltà universitaria o del lavoro. È la consapevolezza. I ragazzi che attraversano questo percorso iniziano a conoscersi, forse per la prima volta in modo davvero consapevole. Imparano a riconoscere i propri valori, i propri punti di forza, le proprie energie. E quando sanno chi sono, orientarsi diventa improvvisamente più semplice: non perché qualcuno abbia indicato loro una strada, ma perché sanno da dove guardare.
Ho visto ragazzi che, dopo anni a rincorrere aspettative altrui, hanno finalmente trovato il coraggio di seguire una passione considerata “impossibile”. Ho visto ragazze che credevano di non essere brave in nulla scoprire risorse inaspettate dentro di sé. Ho visto genitori sorpresi da figli che, per la prima volta, difendevano con chiarezza e determinazione una scelta tutta loro.
Ho visto persone bloccarsi, all’inizio del percorso, davanti a una pagina bianca, e poi, incontro dopo incontro, riempirla. Non perché qualcuno avesse dettato le parole, ma perché finalmente avevano smesso di aspettarle da fuori e avevano cominciato ad ascoltarsi davvero.
Non è magia. È il risultato di domande giuste, poste nel momento giusto, a qualcuno che si è sentito accolto e ascoltato. È il frutto di uno spazio in cui non esistono risposte sbagliate, solo risposte vere.
Tornando alla domanda di partenza
“Quale opzione mi dai?”
Nessuna. E con il tempo ho imparato che questa è la risposta più generosa, e più rispettosa che io possa offrire.
Perché l’obiettivo non è togliere la fatica della scelta, è restituire a ogni persona la capacità di scegliere con consapevolezza. Con un’identità professionale che non è stata costruita per accontentare qualcun altro, ma che è davvero propria, radicata, vitale.
Il Coaching Evolutivo mi ha confermato e donato qualcosa che già sentivo vero nella pratica quotidiana: le persone non hanno bisogno di qualcuno che sappia per loro ma hanno bisogno di qualcuno che le aiuti a srotolare il rotolo, a leggere quello che è già scritto dentro di loro.
Coaching e orientamento, insieme, fanno esattamente questo: non indicano una direzione. Aiutano a trovare il proprio Nord.
Benedetta Boscoletto
Career Coach e Orientatrice Professionale | Veneto
info@benedettaboscoletto.it
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